25 marzo 2004

Acqua da privatizzare

di Rosa Mordenti

Non è un caso se i più convinti, a Livorno, nella battaglia contro la privatizzazione dell’acqua, sono i pensionati del «Comitato autonomo dei lavoratori e pensionati Asa». L’Asa [Azienda servizi ambientali] è la società per azioni a capitale pubblico [per ora] che gestisce il servizio idrico integrato di 33 comuni della costa toscana. Il fatto è che quelli che ora sono pensionati già una volta, all’inizio degli anni settanta, hanno strappato l’acqua ai privati. L’hanno fatto rinunciando a parte dei loro salari, pur di garantire la gestione pubblica di un bene comune. Trent’anni dopo, devono ricominciare da capo.
Ma non sono soli: con loro ci sono i lavoratori, le associazioni ambientaliste e non, i comitati di cittadini, i forum sociali locali,
Rifondazione, i Verdi. Dall’altra parte ci sono illuminati amministratori dei Democratici di sinistra, del centrosinistra e perfino la Cgil. E in queste terre «rosse», dove da sempre ci si scontra «in famiglia», non è una battaglia facile.

Imprenditoria «creativa»

Questa è una storia da manuale: c’è un’azienda gioiello che gestisce per venticinque anni i servizi dell’acqua e del gas nei comuni sul mare della Toscana. Nel 1998, il consiglio comunale di Livorno decide di trasformarla in spa, e comincia la rovina. Spiega Mauro Rustici, uno dei portavoce del Comitato: «La società per azioni ha dato origine ad una gestione del servizio pubblico con criteri privatistici. I proventi certi dell’azienda sono rimasti gli stessi, e cioè le bollette pagate dai cittadini. L’uso che ne è stato fatto è assolutamente irresponsabile».
Sono state create una serie di società «partecipate», alcune delle quali si sono lanciate in progetti a dir poco avventurosi, come il recupero di un’area verde nientemeno che a Santo Domingo. Alcune di queste società sono poi state chiuse: «Credo che, dietro questa gestione assurda, ci sia stata la volontà di dimostrare che anche un’azienda a capitale pubblico poteva essere ‘creativa’ come una privata - spiega Gabriele Volpi, consigliere comunale dei Verdi a Livorno - ma la gestione di tipo imprenditoriale sfugge all’idea di bene pubblico».
Mauro Rustici, che lavora all’Asa, aggiunge: «A farne le spese sono i cittadini: per ripagare la cattiva gestione dell’Asa le tariffe sono aumentate. Abbiamo controllato i bilanci. L’azienda nel 2002 ha ricavato dalle bollette il 60 per cento in più rispetto al ‘98. Mentre l’esposizione verso gli istituti di credito è di diverse decine di milioni di euro». Secondo il Tavolo toscano contro la privatizzazione dell’acqua, che fa uno splendido lavoro [www.nopriv.net], i milioni di euro di debiti sono addirittura quaranta.
Anche la qualità del servizio è peggiorata. Racconta ancora Gabriele Volpi: «Si parla di far fuori le squadre di intervento. Già ora viene denunciato che a chi ne fa parte vengono contate le ore di lavoro per giustificarne lo smantellamento. L’azienda ha rinunciato da tempo ad alcune sue competenze. Dove prima c’erano le squadre d’intervento, oggi ci sono gli idraulici, che costano di più. Mi hanno detto che dove prima si sostituivano i tubi oggi vengono messe ‘toppe’».

Debiti pubblici, profitti privati

Che fa, a questo punto, l’illuminato amministratore locale di Livorno? Invece di intervenire sui criteri di gestione e sulla qualità del servizio, si preoccupa di rendere più presentabile l’azienda ai privati, per invogliarli a comprarne una bella fetta [il 40 per cento], in vista della privatizzazione. Con tutti quei debiti, l’Asa non fa gola a nessuno. Tanto è vero che, un paio di anni fa, il primo tentativo di vendere la quota di minoranza è andato deserto.
Quindi l’azienda viene divisa in due: da una parte Asa spa e dall’altra Asa reti [le reti di distribuzione dell’acqua], nella quale
confluiscono i 40 milioni di euro di debiti. Indovinate quale delle due resterà pubblica? Ancora, si decide la ricapitalizzazione: un anno fa, i 33 comuni del territorio hanno pagato 25 milioni di euro, e dieci milioni sono arrivati dal comune di Livorno; infine, naturalmente, c’è l’abbassamento dei costi del lavoro: come spiega ancora il Tavolo toscano contro la privatizzazione dell’acqua, la «riorganizzazione» ha significato l’allontanamento dal «business core» [acqua e gas] di circa 170 dipendenti.
A questo punto, l’Asa è pronta per essere venduta. Sono quattro i gruppi in corsa, capeggiati dall’Acea di Roma, dalla Agbar di
Barcellona, dalla genovese Amga e dall’inglese Seven Trent. In secondo piano si muovono il Monte dei Paschi, la multinazionale
francese dell’acqua Lyonnaise des eaux e molti altri. Il termine ultimo della gara [slittato molte volte] è fissato il 2 aprile.
Nel frattempo, il movimento contro la privatizzazione non sta con le mani in mano. Racconta Paolo Gangemi, capogruppo del Prc al comune di Livorno: «Abbiamo presentato un ricorso urgente al Consiglio di stato. E c’è la delibera di iniziativa popolare che dice no alla vendita, e che il consiglio comunale si è sempre rifiutato di discutere. Il 25 marzo la presenteremo di nuovo, insieme ai cittadini, ai comitati, alle associazioni: abbiamo raccolto centinaia di firme, molte più di quelle necessarie per legge. Vedremo che succederà». Anche il Comitato autonomo dei lavoratori e pensionati Asa ha fatto una consultazione in azienda sulla privatizzazione, e la stragrande maggioranza dei pareri era contraria alla vendita. Spiega Mauro Rustici: «Ormai sappiamo che cosa significa, la privatizzazione. Le conseguenze ricadono sugli utenti, con gli aumenti delle tariffe e il peggioramento dei servizi, e sui lavoratori, con le esternalizzazioni e la sostituzione degli addetti con il precariato selvaggio. Le brutte esperienze, da questo punto di vista, purtroppo non mancano».