11 dicembre 2003
Modena, una pista per la "rossa"
di Daniele Barbieri
Sul numero 39 di Carta, Luigi Veronelli aveva accennato alle due Libera che conosce: quella famosa anti-crimine [nata da un'idea di don Ciotti] e l'altra, meno nota comune agricola e isola felice nel modenese, per l'esattezza lo «spazio sociale libertario-anarchico» che si trova in via Pomposiana 271, a Marzaglia [ www.libera-unidea.org , libera.mo@libero.it].
Se la prima è riuscita a restituire ai cittadini alcuni beni finiti alla mafia, la seconda ha salvato dall'abbandono un pezzo di terra nella periferia senz'aria di Modena, facendone uno spazio pubblico per i giovani anche culturalmente asfissiati da una città che vanta soprattutto il nuovo «Centro di permanenza temporaneo» e il solito Luciano Pavarotti. E, se la prima Libera non piace alla ministra Moratti e al governo, la seconda non piace al partito che qui domina da cinquant¹anni e che ora si chiama Ds.
In via Pomposiana tutto inizia l'11 giugno 2000, con l'occupazione di uno spazio abbandonato da anni. Da allora centinaia di iniziative [un elenco è su www.libera-unidea.org] e lì intorno crescono gli orti biologici. Come orgogliosamente spiegano gli «agitati» è il nome del loro collettivo qui ora ci sono ventidue ciliegi, quattro susini, tre albicocchi e altre 24 piante, sei specie di arbusti, dodici tipi di spezie e «officinali», 17 verdure nonché due pozzi, progetti di fito-depurazione e di pannelli solari
[«Andremo in Austria per imparare un sistema economico di fai-da-te»]. E proprio Veronelli ha trovato in zona il «Termarina rossa» [ne ha scritto il 22 giugno sul Corriere della sera»], un vitigno pregiato precedente al Lambrusco, e vorrebbe rivalutarlo.
Il 15 ottobre del 2002 la giunta comunale di Modena, con una delibera, assegna lo spazio occupato a coloro che portano avanti l'esperienza «autogestionaria». Ma il 4 aprile di quest'anno, mentre prepara i festeggiamenti per il terzo compleanno, Libera apprende di avere i mesi contati: alcuni assessori danno pubblicamente notizia che un autodromo sarà costruito esattamente sopra lo spazio sociale. Sul numero 8 del loro ciclostilato, «Stella nera», uscito in agosto, si legge: «Se i nostri progetti saranno fermati dagli speculatori delle auto e dei mattoni, in questa città si aprirà una ferita profonda, e la responsabilità sarà della
dirigenza Ds». Contro «il circuito-prova indispensabile» come scrivono i giornalisti locali [ribattezzato «autodro-no» da Libera] parte una raccolta di firme che arriva a quota 1800. Fra una grande pista e sette più piccole, fra il museo dei motori con annesso albergo, il centro commerciale, i concessionari d'auto eccetera, l'area coinvolta sarebbe di 290 mila metri quadri. Significa
cancellare i «venticinque ettari di buona terra fertile, le quindici tonnellate di grano, 150 mila litri di latte... E quanti metri cubi di
ossigeno?» si chiedono a Libera. Va ricordato che in questa zona ad antica egemonia Ferrari esistono già quattro grandi autodromi e cinque più piccoli. Ma dietro le piste anzi sotto c'è qualcos'altro che fa gola.Qui sotto cava ci cova
Ed è la ghiaia che cova sotto la cava, una delle protagoniste della nostra lunga chiacchierata nella calda cucina con sette degli otto abitanti di Libera. A raccontare sono Colby, Francesca, Lorena, Tommy, mentre gli altri e le altre si affaccendano nelle attività di casa [otto stanze per vivere più gli spazi sociali], pronti ad aggiungere un piatto in più se arriva qualche ospite imprevisto, oppure di corsa perché «purtroppo ho il turno di notte». Tutti, infatti, lavorano perché dalle attività di Libera non
prendono una lira. I soldi per rifare la stalla bruciata, i tetti marciti e i pozzi sono venuti dalle loro tasche: tutte e tutti a sistemare i tubi Innocenti, a martellare, piallare eccetera, «e meno male che Colby che è un elettricista provetto».Lo sfratto incombe
Nel progetto si legge che la pista di Marzaglia sarà costruita a sei metri di profondità per ragioni di «rumore», ma Colby e gli altri svelano gli altarini: «Qui sotto ci sono 90 miliardi di lire in ghiaia che fanno gola alla costruenda alta velocità ferroviaria, anche se i Ds locali, interpellati, dicono che servirà a scuole e ospedali». Sotto minaccia non c'è solo la comune Libera. «In zona la forestale ha ripiantato il Pino Strobi, sparito dall'ultima glaciazione e ora si scopre che la ghiaia è proprio sotto il bosco».
Domanda d'obbligo: vi sentite già sfrattati?
«Se i Ds vogliono davvero cacciarci, è ovvio che ci riusciranno -rispondono- Per ora continuiamo come se nulla fosse, anzi, metteremo altre cinquanta piante. Insomma, non gli faciliteremo le cose né ci interessa che gli assessori parlino già di darci un altro posto, non si sa bene dove. È ovvio che il problema non riguarda solo noi, ma un¹idea perversa di sviluppo che ciancia di ecologia e sostenibilità, ma poi si arrende ai pescecani del cemento. Qui l'alta velocità ha inghiottito la campagna, le terre sono quasi tutte di Pavarotti, i fiumi Secchia e Panaro sono devastati. La nostra politica di recupero ci ha perciò creato tanti amici - concludono - Vengono qui le scolaresche a vedere la natura. E la nostra prima festa qui fu proprio l'inaugurazione di un museo della campagna, con i cartellini che indicavano: quella è l'erba e quell'altro un carciofo».
Dopo le proteste cosa è successo, chiediamo, e chi è con voi?
«Secondo noi - rispondono - l¹operazione scatterà solo dopo le elezioni locali. A fine luglio qui intorno hanno fatto i carotaggi: abbiamo fotografato le grandi buche lasciate scoperte per un giorno e mezzo in violazione d'ogni norma di sicurezza. Le falde acquifere sono a dodici metri, un forte rischio che forse farà cambiare idea a qualcuno fra i meno irragionevoli. Solidarietà ci è arrivata da Rifondazione e dai Verdi che pure sono in giunta, da Legambiente, dal comitato delle vittime della strada, da Lilliput. Hanno anche aderito ai nostri cortei. Il 4 ottobre c'erano mille persone, che sono tante per Modena. Insomma, non sarà
un'operazione indolore».
La vetrina di Modena parla del «parco Enzo Ferrari» [con le statue dei piloti] e di un premio ricevuto per l'azione a sostegno dello «sviluppo sostenibile». Ma a chi parla degli accordi di Rio «Stella nera» risponde con una frase della «Carta di Aalborg» [dove nel ¹94 inizia proprio l'Agenda 21 locale]: «Le città riconoscono che il capitale di risorse naturali, atmosfera, suolo, acqua e foreste è divenuto il fattore limitante del loro sviluppo economico e che pertanto è necessario investire in questo capitale». Gli «agitati» di Libera tengono duro contro lo «scempio-dromo» ma rifuggono ogni genere di violenza. Hanno anche offerto [non «tirato»] agli
amministratori la «torta sostenibile catramosa», simbolo di uno sviluppo che mina la salute di molti per gonfiare i portafogli di pochi.