9 settembre 2004
Uno "skin" operaio rossoblu.
Un tifoso genoano si racconta
di E. V.«Grifone», così preferisce che lo chiamiamo, ha quasi quarant'anni, e da più di trenta tifa per il Genoa Cricket and Football Club 1893, la più antica società calcistica italiana, fondata da marinai inglesi. Fin da bambino, Grifone ha respirato «lorgoglio di unappartenenza» che, ben presto, si è rivelata per essere ben più che un hobby o un passatempo, ma una passione senza confini. Da questo punto di partenza ed esperienza di vita, accetta di raccontare la sua «militanza» nella curva nord dei Grifoni, appunto, il cuore ultrà della Genoa rossoblu.
Perché il Genoa e non la Sampdoria?
Come tutti i tifosi sanno, da bambini non si sceglie una squadra in base a ragionamenti particolari. Spesso sono il caso, le circostanze o le frequentazioni a decidere per te. Ricordo che ero piccolissimo, avevo circa sei anni, abitavo a Sampierdarena, un quartiere a maggioranza blucerchiata. Anche in famiglia tifavano tutti per la Samp: mio padre, filojuventino, e mio fratello, erano i più accaniti. E così scelsi il Genoa per il semplice gusto di andare contro la maggioranza, per una questione di distinzione. La pecora nera della famiglia, un piccolo bastian contrario, tutto qui.
Esiste, a Genova, una mappa geopolitica delle opposte tifoserie?Alcuni quartieri possono avere appartenenze più marcate, ma sostanzialmente linsediamento delle due tifoserie attraversa tutte le zone della città. Sia genoani che doriani hanno in comune una cultura dorigine popolare e operaia, in una città medaglia doro della Resistenza. Perciò il tifo non ha concesso nulla alle distinzioni di matrice politica. Per quanto mi riguarda, faccio parte della comunità skinhead legata alla «S.h.a.r.p.», la rete europea degli skin antirazzisti, che si distingue dalle altre correnti fascistoidi.
Come avviene il passaggio da tifoso ad ultrà?
Per me è stato un passaggio naturale, legato alle forme di aggregazione che, con il passare degli anni, mettevano al centro la curva come luogo principale dincontro. Inoltre, abbiamo deciso di non essere più solo spettatori dellevento ma protagonisti al pari dei nostri beniamini. Quei colori diventavano per noi il nostro orgoglio e il nostro modo di essere. La Fossa dei Grifoni [il gruppo storico della Nord, sciolto a metà anni novanta, ndr.] è diventata la nostra famiglia, nel bene e nel male.
Qual è stato il rapporto con i vostri «cugini» della Sampdoria?
Negli anni scorsi esisteva una rivalità molto più forte, viscerale. Non erano rari gli episodi di scontri fisici, anche molto violenti.
Memorabile fu quella volta a via Ferregiano, alla fine degli anni ottanta, ce le siamo date di santa ragione per una giornata intera. Quella storia rappresentò lapice della rivalità; in seguito, il campanilismo e lo sfottò dissacrante ripresero il sopravvento sugli scontri violenti. Il derby genovese, a tuttoggi, rappresenta uno degli spettacoli più affascinanti al mondo, grazie alle splendide coreografie delle curve e alla passione e partecipazione di unintera città.Gli anni novanta hanno trasformato il calcio: i diritti tv, gli sponsor e le politiche repressive hanno cambiato lo scenario.
Per noi, come per tutte le tifoserie, il cambiamento si è sentito prima di tutto dal punto di vista dellordine pubblico. Il conflitto si spostava dalla tifoseria avversaria alle forze dellordine, a parte qualche lodevole eccezione, ancora attuale: con veronesi e ascolani, in primis. Simbolo materiale delle nuove forme di controllo sono l' abolizione dei treni speciali, la gestione militare delle trasferte, l'estensione delluso della diffida come strumento preventivo di repressione, una misura considerata ormai, da gran parte dellopinione pubblica, contraria alle norme di garanzia del diritto.
Dal punto di vista economico, il tifoso diventava una merce come le altre, da spremere sia davanti alla tv che allo stadio, con laumento vertiginoso del prezzo dei dei biglietti. La militarizzazione dello stadio ha colpito forse irrimediabilmente lo spirito e il clima che respiravamo tanti anni fa, quando lo stadio era un territorio conflittuale ma libero dalle forme di controllo sociale. In quella cornice, anche lo scontro violento riusciva a esprimersi attraverso forme, tutto sommato, «codificate» e governabili.
Ancora oggi, per noi esiste un codice e un«etica» della violenza: la triste vicenda di «Spagna» [Claudio Spagnolo, ultrà del Genoa morto nel 1994 nel corso di incidenti con i tifosi del Milan, ndr] ha reso sempre più necessario un ragionamento sulle forme del conflitto negli stadi.Ricordi un episodio in particolare sul clima che si respira negli stadi?
Qualche anno fa, in occasione di un derby, a fine partita, stavamo tranquillamente bevendo una birra insieme agli ultras della Samp, nei pressi della gradinata Sud. Infatti era stata una partita tranquilla, sia nel risultato che nel comportamento delle tifoserie. Dopo pochi istanti, un plotone di poliziotti fuori di testa, incapaci di comprendere quella scena, hanno pensato bene di caricare allimpazzata quellassembramento pacifico. Furono colpite famiglie intere, donne e bambini, presi in mezzo in una situazione surreale. In pochi minuti, tifosi con le sciarpe diverse al collo si unirono per rispondere uniti alla carica della polizia. Un episodio che rafforzò la solidarietà tra le due curve.
Che tipo di rapporto avete con la società?
Devo ammettere che la nostra esperienza rappresenta, forse, una controtendenza positiva. Il nuovo presidente, Preziosi, ha cercato un rapporto diretto con la tifoseria, dimostrandosi molto attento alle sensibilità degli appassionati. La scelta del nuovo allenatore, Serse Cosmi, risponde proprio a quelle qualità di carattere e di calore che noi vogliamo riportare nella nostra squadra e nella nostra città.
Lo scorso anno, la società ci ha delegato lorganizzazione della festa dei centodieci anni del Genoa: una responsabilità che abbiamo assunto volentieri, ripagando Genova con un evento emozionante, cui hanno partecipato migliaia di persone.
Speriamo che questo rapporto non sia una scelta occasionale ma un investimento duraturo.Qual è la situazione attuale in curva?
Dopo lo scioglimento della Fossa, sono nati moltissimi gruppi: Gradinata Nord, Vecchi Orsi, Ottavio Barbieri; tutti gruppi autonomi, ma che si coordinano nel sostegno alla squadra e nellorganizzazione di curva.
La matrice «politica» di sinistra continua a contraddistinguere la tifoseria, però più come un dato culturale di fondo che come vera e propria militanza. Per anni, il simbolo della Fossa è stata limmagine del «Che». Nessuno spazio sarà mai concesso a gruppi di destra, ma, contemporaneamente, vogliamo sempre più caratterizzarci per lo spirito ribelle ultrà piuttosto che attraverso espressioni ideologiche. In curva, il primo amore deve essere il Genoa. Certo, anche noi abbiamo promosso gemellaggi con altre tifoserie in base ad elementi comuni spesso legati alla politica, ma non esclusivamente. A tuttoggi, sentiamo un forte legame con gli Ultras Granata del Torino e con i tifosi del Napoli. Per il resto, nutriamo una simpatia per la Roma - per la comune provenienza di molti giocatori storici - e odio nei confronti delle tifoserie più «nere». Ma la rivalità alcune volte, per fortuna, non si fonda sullideologia: come nel caso dei livornesi, di cui siamo grandi avversari.Ora che cosa rimane della tua curva di tanti anni fa ?
Per me e per quelli della mia generazione la passione non si è spenta. Vive nella nostra follia, quel che non ci fa dormire quando cè da costruire una coreografia, una bandiera particolare, quando cè da prendere il treno per una trasferta impossibile.
Gli ultimi dieci anni sono stati una sofferenza incredibile, sempre sospesi sullorlo del baratro, tra serie B e serie C. Ma noi non abbiamo mai mollato, quei colori ci rendono orgogliosi davanti a tutto e a tutti. Le nuove generazioni vivono tutto questo in un altro modo; sembrano più distaccati, forse un po più disincantati. Per me la curva rimane un luogo di solidarietà, di comunità. Una forma di socialità che nella scelta skinhead trova una espressione ancora più forte, legata ad immaginario «working class», che in questa città di portuali e operai è molto radicata. Spesso, anche a sinistra, si confonde lattitudine skin con la violenza gratuita o peggio ancora fascista.
Noi, dal 1985, siamo presenti allo stadio con altri valori e identità: prima di tutto, lantirazzismo. Genova, in questo senso, è una città in cui i processi multiculturali rappresentano più un dato di fatto che un problema. Inoltre, abbiamo promosso tante iniziative umanitarie, spesso a sostegno delle popolazioni civili colpite dalla guerra. Ricordo, in particolare, quelle in occasione del conflitto in Jugoslavia.
Anche lo scorso anno, per la festa del Genoa, abbiamo contribuito, con più di venti mila euro, ad alcuni progetti di volontariato promossi dal mitico padre Fedele di Cosenza un vero ultrà.