30 ottobre 2003

Credere, obbedire, occupare

di Emiliano Viccaro


Via Capo D’Africa è una strada che attraversa il cuore storico del rione Celio, a due passi dal Colosseo e da Colle Oppio.
La «sceneggiatura» sembra usuale a chi conosce la storia anche recente della lotta per la casa o per il diritto agli spazi sociali a Roma: un immobile, di proprietà della regione, da anni abbandonato al degrado, la latitanza delle amministrazioni pubbliche e un gruppo di giovani che si organizza, occupa il posto e progetta «corsi e attività sociali e culturali per il quartiere».
Un quadro già visto e conosciuto anche nelle ultime settimane, attraverso la complessa vicenda di Action e del «caso D’Erme». Ma quando gli occupanti parlano di «un progetto che intende trovare la sua sintesi coniugando la Tradizione con la modernità, attraverso un’esperienza comunitaria…», la questione cambia radicalmente.

Stiamo parlando di Foro 753, l’associazione che gestisce le attività nell’immobile dell’ex Opera nazionale del lavoro, costruito nel 1906 e da allora sede di diverse attività: teatro, casa del popolo, centro per sfollati. Un palazzo fatiscente, definitivamente abbandonato alla fine degli anni Ottanta e occupato il 20 settembre scorso da un gruppo di realtà giovanili della «destra sociale, radicale e comunitarista», come loro si definiscono: militanti di Azione giovani, qualche volontario cattolico, comitati di cittadini «per la rinascita del quartiere».
Questa esperienza non è una novità assoluta per la città: qualche anno fa ci provarono i nazisti del Movimento politico a occupare un’ex scuola nel quartiere di San Giovanni, in seguito sgomberata. Ultimo arrivato, «Casa Montag», primo centro sociale di destra, promosso, tra gli altri, dal gruppo musicale Zeta zero alfa, vicino al Fronte nazionale.

Intervistare Marco, il portavoce dell’associazione, è stato molto difficile [ci è stato negato anche l’accesso nella sede], a causa dello scetticismo e della sorpresa di interloquire con un «giornale di movimento». Ma, dopo telefonate e controlli incrociati, ci siamo riusciti. «Noi apparteniamo a quel filone della destra storica che ha occupato Fiume e ha combattuto nella seconda guerra mondiale contro il capitalismo anglo-americano e il bolscevismo sovietico». La premessa è chiarissima: che si parli di fascismo non c’è alcun dubbio, ma si rivela interessante comprendere il cammino che li ha portati a questa esperienza.

Da Platone a Veneziani

«L’esigenza di questa occupazione nasce dalla volontà di proiettare su spazi adeguati il nostro progetto sociale e politico, utilizzando anche forme di riappropriazione e di conflitto distanti dalle nostre tradizioni», dice Marco. «Le nostre radici culturali partono dal pensiero politico di Platone, attraversano la ‘rivoluzione conservatrice’ del novecento e approdano alle posizioni comunitariste e identitarie contemporanee, come quelle sostenute da Marcello Veneziani e Massimo Fini». Un identikit politico che intende sganciarsi sia dal classico immaginario statalista, il «legge e ordine» così caro alla destra classica, sia dalla «deriva liberale e liberista» della destra di governo. Un sincretismo politico-filosofico che mette insieme ribellismo giovanile, recupero della tradizione, generico anticapitalismo e forme d’azione spurie, o comunque segnate profondamente dalla storia della sinistra di movimento. Dov’è finito allora lo scandalo dell’illegalità brandito da tutte le destre in ogni occasione?

Risponde Marco: «Non neghiamo le contraddizioni e gli imbarazzi che un’azione del genere può suscitare all’interno della nostra area politica, così come avviene anche in altre aree, ma la nostra determinazione ci fa superare ogni tipo di formalismo borghese o di burocratismo. I rapporti con il territorio sono ottimi, soprattutto alla luce della grande solidarietà ricevuta dagli abitanti del quartiere in occasione delle iniziative. Tra i partiti, e in particolare An, abbiamo buoni rapporti con la destra sociale».
Scavando nelle motivazioni dell’occupazione scopriamo che, paradossalmente, c’è qualcosa dell’esperienza dei centri sociali - riferito alle forme di socialità, cultura, partecipazione e progettazione - che ha suscitato suggestioni e interesse inaspettati.

«È indubbio che esista un filo rosso che lega le realtà giovanili radicali, al di là dell’appartenenza ideologica», ammette Marco. «Noi, che ci definiamo, senza problemi, appartenenti alla destra politica, non facciamo fatica ad ammettere che, in alcuni casi, la sinistra antagonista si è posta come avanguardia giovanile in grado di recepire importanti istanze sociali, dando vita a sperimentazioni quali, appunto, i centri sociali autogestiti. La nostra ricerca è rivolta all’intercettazione e alla comprensione delle dinamiche culturali che animano il tessuto della nostra società; in questo senso, ci troviamo sulla stessa lunghezza d’onda dei centri sociali di sinistra [ con le dovute differenze, ovviamente], che nel passato hanno dimostrato di essere in grado di lavorare meglio di noi sui temi della socialità e dell’aggregazione».

Patria, famiglia e sacrificio

Un «riconoscimento» che forse vuole preparare uno scenario politico favorevole a un accordo formale con la proprietà e all’apertura di un’interlocuzione con le diverse amministrazioni locali, proprio sulla scia dell’esperienza di molti centri autogestiti. Continua Marco: «Abbiamo aperto una trattativa con la proprietà dell’immobile, la regione Lazio. Alcuni funzionari sono venuti a controllare la stabilità del palazzo; entro la fine dell’anno, presenteremo un progetto complessivo di riutilizzo del palazzo, con la speranza di ottenere un affidamento. Vogliamo progettare strutture e servizi che accrescano il livello morale e materiale del nostro territorio: uno spazio per gli anziani, un centro polivalente giovanile e una serie di laboratori ludici e aggregativi. Un intervento necessario per contrastare i processi di globalizzazione che distruggono i rapporti sociali tra le persone».
«La nostra idea di comunità locale - continua Marco - si fonda sui valori storici della famiglia, dello spirito di sacrificio, dell’identità
nazionale, in alternativa all’impostazione liberale tanto cara, purtroppo, alla destra di governo e che sta distruggendo ogni differenza culturale, religiosa, linguistica. Vogliamo contrastare una visione individualistica dell’esistenza, in cui dominano le oligarchie del profitto che calpestano sistematicamente la giustizia sociale e l’ambiente in cui viviamo».

Uno dei nodi che animano la vita del quartiere Celio è l’immigrazione, con una forte presenza di cittadini stranieri in condizioni di
estrema povertà ed esclusione sociale, alleviate solo dall’attività di assistenza della Caritas di Colle Oppio. Attorno a questo problema, e nonostante la discussione nata a proposito della proposta di Fini sul voto amministrativo agli immigrati «regolari», la riflessione del Foro 753 non si discosta dal tradizionale refrain nazionalista.
Spiega Marco: «Le scelte di Fini rientrano, a nostro avviso, nel mero piano del tatticismo politico. Noi siamo contrari all’immigrazione selvaggia e incontrollata che rischia di distruggere le identità e le differenze culturali tra i vari popoli. Differenze che, a nostro avviso, rappresentano un patrimonio dell’umanità che non può essere distrutto dalla logica omologante del mondialismo. E su questo ci sorprendiamo di come la sinistra si stia rendendo compatibile a tali interessi attraverso i movimenti newglobal».

Una concezione «comunitaristica» delle relazioni sociali che fa dell’identità un fortino chiuso, escludente e immobile che guarda al passato come a un’utopia ideale, condita da un generico afflato per la giustizia sociale.
«Solo una nazione forte e con un’identità culturale di rispetto mondiale può accogliere, senza snaturarsi, flussi migratori - conclude Marco - Un po’ come avveniva nell’antica Roma, alla quale la nostra associazione ha peraltro dedicato il suo nome, in cui il Pantheon romano accoglieva tutte le altre tradizioni rispettandole e valorizzandole all’interno della propria organizzazione politica, giuridica, economica e sociale. In poche parole, all’interno della propria civiltà».
Possibilmente con le legioni schierate ai confini dell’impero.