17 luglio 2003

I municipi ribelli,
lo spazio sociale europeo

 

di Beppe Caccia*

Disobbedire innanzitutto a se stessi, ai propri ruoli, al trovarci là dove gli altri vorrebbero che fossimo. Disobbedire all’eterno ritorno dell’identico, del già visto, delle appartenenze e dei loro riflessi condizionati. Disobbedire al "bon ton" tra ceti politici, al "politically correct" di ciò che è conveniente dire o fare nei movimenti. Disobbedire agli schemi dati e alle ritualità. Disobbedire, insomma, all’idea che in sostanza nulla mai cambierà.
Mesi che sembrano anni, anni che sembrano un secolo: credo che tutti condividiamo la sensazione di aver vissuto, dall’eruzione di Seattle in poi, una straordinaria accelerazione spazio-temporale, o meglio, di essere stati proiettati in un altro spazio-tempo. Quello in cui la storia, ben lungi dall’essere finita, ricominciava a correre e, soprattutto, in cui noi cominciavamo a correre con essa. Da allora ci ha mosso la consapevolezza di essere entrati a pieno nello spazio globale e nello Jetz-Zeit, nella dimensione temporale della possibile, radicale trasformazione del mondo. E di essere tra i protagonisti, insieme ad una ben più vasta moltitudine, di tale inedita [per la nostra generazione] apertura di possibilità. Lo dico ben conscio della sproporzione di forze, della natura spesso tragica delle questioni che abbiamo di fronte, ma anche dei limiti, delle contraddizioni, degli errori che tutti, noi per primi, abbiamo commesso e commetteremo. Senza facili ottimismi, dunque, ma anche senza recriminazioni, senza pensare che le difficoltà siano da imputare a qualche "tradimento" e che il nemico sia chi ti è vicino.
Nelle innumerevoli tappe del percorso degli ultimi tre anni, nell’attraversamento dell’inferno di Genova 2001, nel misurarci con gli scenari della guerra infinita, si è prodotto uno straordinario accumulo soggettivo di intelligenza, di forza, di connessioni. Tale patrimonio è, in buona parte, irreversibile, ma non scontato; chiede di essere costantemente riattivato e di confrontarsi con una fase nuova e con le opportunità che essa offre per un’azione politica radicalmente trasformativa.

Europa come necessità

Del resto, e se qualcuno ha capito male peggio per lui, fin dall’esperienza delle Tute bianche abbiamo inteso la disobbedienza come continua sperimentazione, non certo come la definizione rigida di uno schema organizzativo; come ricerca ininterrotta del nesso tra conflitti e consenso, interpretato come "produzione di consenso a mezzo di conflitto", oltre qualsiasi vecchio dibattito sulle "forme di lotta" e qualsiasi opportunistica commisurazione dell’effetto dell’iniziativa dei movimenti sul piano di un’indeterminata "opinione pubblica". Si tratta della faticosa individuazione di un rapporto – complesso – tra critica, contestazione, destrutturazione delle nuove forme del dominio biopolitico nell’età della guerra globale come fattore ordinativo e costruzione, qui e ora, dell'"altro mondo possibile", che nessuna formuletta o scorciatoia potrà mai risolvere. Cerchiamo, perciò, di camminare domandando, con lo sguardo rivolto in avanti e non con la testa girata all’indietro. Guardando,
innanzitutto, alla possibilità di contrapporre ai lavori della Convenzione, alle ipotesi contraddittorie ma speculari dell’"unione di stati nazionali" e del "macro-stato", entrambe orientate a consegnare il nostro continente ad un destino subalterno di provincia dell’Impero, un’idea ed una pratica d’Europa come spazio sociale e politico dei diritti e delle libertà, necessità prima ancora che occasione per i movimenti. Guardando a questo spazio, da agire conflittualmente, come luogo d’incontro tra l’azione politica dei ribelli e quella dei democratici, un cuneo che tenga aperta la frattura nell’assetto unipolare del pianeta, che metta in discussione il comando imperiale unico sul mondo. Immaginando e praticando una Costituente europea dal basso, che inizia a costruire uno spazio politico innervato da reti multilevel, di città, di cittadini, delle loro forme di autorganizzazione ed autogoverno: un grande processo di diserzione, pratica e collettiva, dalla guerra globale e dal dominio.
È strategico il ruolo che, in questo percorso, possono giocare la dimensione municipale e le sperimentazioni concrete avviate nel suo alveo. Intendendoci bene su un punto: l’invenzione di un "federalismo del comune" non ha a che fare esclusivamente con la dimensione istituzionale del Municipio e tanto meno con quanti consiglieri comunali o assessori si è riusciti ad eleggere o, peggio, con la "professione" degli amministratori. Nel tempo in cui globale e locale sono così co–implicati da rinviare continuamente l’uno all’altro, lo spazio della città – municipale o contromunicipale che sia - è il luogo dove si decide dello scontro sul futuro dei beni comuni e sulla solidale concretezza dei diritti. Dimensione complementare a quella dello spazio politico europeo, è nella città che si può tentare una concreta articolazione di quel programma "post-socialista", che deve diventare carne e sangue della nostra diserzione nell’Impero: fuori dalla genericità dei luoghi comuni di movimento e oltre le ipotesi politiche di sapore novecentesco, la scansione di obiettivi maturi per la nuova composizione sociale del lavoro vivo, nel contesto globale ed europeo, può tradursi nell’affermazione di nuovi diritti di cittadinanza, al reddito, alla mobilità, alla comunicazione, al controllo collettivo sui beni comuni.

* Assessore ai servizi sociali
del Comune di Venezia

 

di Guido Lutrario*

Dopo la conclusione dei bombardamenti in Iraq e la conquista di Baghdad, il movimento globale è entrato in una nuova fase, piena di incognite e densa di inedite possibilità. La grande esplosione di opinione pubblica planetaria culminata il 15 febbraio se, da un lato, ha segnalato la forte crescita di consenso verso i movimenti, dall’altro ci ha consegnato il dato oggettivo di non essere riuscita a fermare la guerra. Tutti insieme abbiamo provocato una caduta di credibilità e di legittimità dei governi guerrafondai: ora abbiamo il problema di andare oltre, di trovare cioè le forme giuste per riuscire a fermarli, nella consapevolezza maturata con l’esperienza che l’esercizio della testimonianza non è sufficiente.
Innanzitutto, ci sembra cresca il bisogno di ancorare il movimento ai contesti locali. Nella fase che attraversiamo sarà impossibile separare l’agire globale da quello locale e avremo bisogno di giocare tutta la forza accumulata dai movimenti sul terreno globale per affrontare i potenti dentro la dimensione delle città. Se si vogliono promuovere forme di resistenza e di insubordinazione ai poteri globali, che abbiano ricadute concrete e ci permettano di dare vita a processi costituenti di nuovi spazi pubblici, è proprio dalle città che occorre partire. La contestazione dei controvertici ha in buona parte esaurito la sua funzione di allargamento del movimento e di passaggio dalla dinamica dei forum alternativi a quella dell’azione diretta. Si potranno produrre in futuro altre occasioni come Seattle o Genova, ma è il piano della rivolta su scala locale quello che dobbiamo indagare e preparare. L’importante sarà proiettare quel dato di ribellione dei grandi eventi nella vita quotidiana ed impedire che le lotte sociali vengano vissute come una sorta di ripiegamento localistico che metta frettolosamente da parte la capacità del movimento di produrre eventi e immaginario.

La Costituente di Saint-Denis

Quando diciamo locale quindi, non stiamo certo parlando di un ritorno al passato. Dentro il semestre di presidenza italiana della Ue e in vista del Fse di Saint-Denis, per esempio, sarà importante riuscire a produrre reti di movimenti cittadini che siano capaci di avanzare rivendicazioni di nuovi diritti nello scenario europeo e, contemporaneamente, dentro la dimensione municipale. Del resto la sfida che ci proponiamo è quella di intendere il Forum di Saint Denis come una "Costituente contro la Convenzione", cioè come momento di relazione tra conflitti e movimenti che viene negato dal dispositivo della convenzione, superando l’impasse di chi vede ancora nello stato nazione l’unico spazio politico praticabile per i conflitti sociali e ponendo al centro i temi dell’Europa sociale: cittadinanza e libertà di movimento, reddito e non lavoro, federalismo e municipalismo, comunicazione e autorganizzazione del lavoro cognitivo, saperi e critica alla proprietà intellettuale.

Movimenti urbani

Pensiamo alla questione del reddito. Essa è certamente la rivendicazione generale di una moltitudine flessibile e precaria diffusa. Ma per metterci definitivamente alle spalle la vecchia e anacronistica concezione della piena occupazione abbiamo bisogno di tradurre il "reclaim the money" in un piano d’azione concreto per movimenti urbani che rivendichino bonus, servizi, abitazioni, tariffe agevolate, investimenti comunitari, ecc. Si tratta di un ottimo terreno per sperimentare nuove forme di lotta [come il piquete global, il blocco della circolazione delle città] e per muovere passi concreti sul piano della costruzione di spazi pubblici di democrazia radicale. A Roma con l’esperienza di Action stiamo conducendo una sperimentazione che va in questa direzione: dalla questione della casa, che qui da noi è una grande emergenza sociale, allarghiamo l’orizzonte alla condizione dei migranti e al tema dei servizi per arrivare ad aggredire la questione del reddito.
E nel farlo rimettiamo al centro dell’attenzione il tema del "bene pubblico", occupando i palazzi delle grandi agenzie immobiliari e dei poteri forti, per rivendicare che l’uso della città, le sue trasformazioni e i suoi "cambi di destinazione d’uso" vanno rimessi sotto il controllo della collettività.
Mentre si dà corpo a nuove insorgenze sociali, è indispensabile riattivare le dinamiche di movimento su basi diverse, tenendo insieme il piano locale e quello dello spazio politico europeo. Ci stiamo preparando, per esempio, al vertice dei ministri europei sull’abitazione che si terrà a Roma il 30/31 ottobre e che vorremmo interpretare insieme agli altri movimenti urbani come occasione di vivere un controvertice dalla dimensione di un conflitto sociale.
Analoghe questioni si pongono appena ci si misura con la condizione dei migranti. È finita l’epoca della pura solidarietà o dell’azione caritatevole. Oggi si respira l’emergere di un nuovo protagonismo, che è anche il frutto dell’azione del movimento dei movimenti, da parte di un cittadino e di un lavoratore di nuovo tipo che, oltre a pretendere una parità di condizioni, avanza rivendicazioni determinanti per il ridisegno dell’Europa e per la libertà di tutti. Perché non provare a liberarci del pregiudizio di vedere il migrante come soggetto debole e assumere la condizione del nomade moderno come chiave per riscrivere una parte decisiva dei diritti del cittadino europeo?
Ma tutto questo impone di misurarsi con le questioni aperte dal processo di costituzione europea, stretto nella forbice tra l’originaria chiave federalista [comunque di rapporto tra stati] e gli oltranzismi sovranisti di nuovo in gran voga. Noi sentiamo il bisogno di costruire un immaginario del movimento che sappia sognare un’altra idea di Europa, costituita dal basso, un’utopia concreta del XXI secolo alla quale alludere dentro l’agire dei movimenti. In questo senso guardiamo con grande attenzione alla suggestione del municipio ribelle, non come istituzione ombra ma come una nuova modalità di intendere la politica, che supera l’idea della presa del potere e si preoccupa di fare comunità, di disobbedire alle leggi dei potenti e di introdurre nuove forme di legiferazione dal basso. E guardiamo all’orizzonte dell’Europa delle città dentro una logica di federalismo municipale, contro gli stati, le frontiere e le separatezze nazionali. Un piano di lavoro questo, che permette di tenere insieme esperimenti concreti in corso nelle città e percorsi di liberazione, forme di resistenza e i primi momenti di una moderna rivolta metropolitana, che speriamo comincino a comparire.

la produzione di linguaggi

È in questo percorso che immaginiamo un ruolo centrale per l’azione comunicativa e la produzione di linguaggi. Il proliferare dei media indipendenti e la loro azione reticolare sono per noi non solo una condizione dello sviluppo del movimento ma anche un terreno sul quale sperimentare nuove forme di organizzazione dei movimenti stessi. Perché, anche su questo terreno, il movimento ha bisogno di entrare in una nuova fase. Le forme di relazione nel movimento dei movimenti non possono più limitarsi al piano delle "rappresentanze", con il rischio di ricadere nelle logiche della vecchia politica. Occorre che le reti sociali assumano maggiore protagonismo per sventare il rischio di un ritorno al collateralismo verso i partiti, il riprodursi di dinamiche autoreferenziali e, soprattutto, il blocco della sperimentazione e dell’innovazione. In un orizzonte che per noi disobbedienti è quello di rendere ingovernabile per l’Impero la gestione della guerra permanente contro l’umanità.