9 settembre 2004

Di Cosenza ce ne sono due. Squadre di calcio
di Claudio Dionesalvi

I più distratti, tra gli appassionati di calcio, potrebbero pensare d’aver bevuto troppo perché, dando un’occhiata al calendario di serie D, sembra di veder doppio.
Paradossi del pallone: Cosenza ha lottato per dieci lunghi mesi, rivendicando il diritto, conquistato sul campo, di riavere una squadra nel calcio professionistico. Adesso si ritrova con due distinte società, militanti nel medesimo girone del campionato nazionale dilettanti. Identici i colori, il nome, il logo. Cambia solo la storia.

La vecchia Spa 1914 si conferma indissolubilmente legata alle fortune e alle disgrazie del suo «patron», Paolo Fabiano Pagliuso. È stata fatta resuscitare dopo un anno di ibernazione coatta. L’altra società, l’Fc, era nata in fretta e furia nell’estate 2003 quando improvvisamente la città fu cancellata dal firmamento calcistico.Il football è fatto a feudi. Nel castello principale, a Roma, un sovrano regnante s’è assunto la responsabilità di alzare il ponte levatoio, sbarrando l’accesso ai novanta anni di storia del calcio cosentino.

In Calabria vi è una certezza assai diffusa. Al «vassallo» presidente Pagliuso, che per circa un decennio s’è aggirato sommessamente nelle stanze della corte pallonara, Franco Carraro, presidente della Federazione giuoco calcio [Figc], non avrebbe perdonato qualche piccola debolezza.

Operazione Lupi

Piccola si fa per dire. Ai patron, infatti, non è concesso finire in carcere spensieratamente. Firenze e Ancona già hanno sperimentato. E le speranze di riscatto si riducono a zero, se il presidente finisce in prigione, risucchiato da un’operazione che l’antimafia calabrese ha voluto con qualche cinismo, ma non a caso, dedicare al simbolo del Cosenza calcio 1914. Operazione «Lupi», appunto. Ai vertici di Coni e Figc non è importato che la società non fosse effettivamente fallita. Hai voglia a presentare ricorsi al Tar del Lazio.

Da quel 31 luglio 2003, nulla è cambiato. I cosentini erano andati in vacanza pieni di amarezza per la retrocessione dalla B, ma sicuri di ritrovarsi in C, e addirittura speranzosi in un ripescaggio, visto che il tormentone catanese, i ricorsi del Catania contro la retrocessione, lasciava intravedere un rivolgimento generale.

Una mattina, però, seppero che debiti societari e irregolarità procedurali impedivano al «1914» di accedere ad un qualsiasi campionato. All’epoca, il «Lodo» non era ancora nella mente di Petrucci, presidente del Coni, la cui nuova normativa riconosce il ruolo delle istituzioni locali nei casi di fallimento calcistico. Calabria all’avanguardia. Qui, da sempre, si invoca l’intervento della «politica». E allora tutti a rimboccarsi le maniche. Pochi tifosi hanni creduto possibile il salvataggio del vecchio «1914». La maggioranza, invece, puntò a ricostruire dalle fondamenta il calcio in città, invocando anche la misericordia della Figc.

Furono soprattutto le donne a raccogliere il grido di dolore della tifoseria. Contrapposte, ma convergenti: il sindaco, Eva Catizone, e il sottosegretario Jole Santelli. Come nella migliore tradizione feudale, si scelsero dei cavalieri. Ecco Messer Nicola Adamo, calabro segretario della Quercia diessina. Sulla corsia parallela, don Tonino Gentile, senatore forzitalico. Entrambi destinati a conquistare le prime pagine nazionali, sempre in estate e…per questioni di donne. Adamo, per la sua relazione con il sindaco Catizone. Tonino lancerà addirittura una proposta di legge per tassare l’aborto.

Prima di diventare «famosi», i due hanno fatto in tempo a stuzzicare le illusioni sportive dei cosentini. Adamo, infatti, avrebbe lavorato al concepimento del nuovo Cosenza. Dalla vicina Castrovillari, arrivò il titolo sportivo della locale società in agonia. Da Catanzaro, giunse l’allenatore Gregorio Mauro, fratello del più famoso Massimo. Dalla costa jonica, un manipolo di imprenditori allo sbaraglio, pronti a pilotare la nascente società.

Eva Catizone, reduce da un incontro infruttuoso con Carraro, fu la madrina del nascente Cosenza Football club. Ci mise la faccia e anche qualche soldino. Volle in società un paio di persone di fiducia: un esperto subacqueo e un’avvocata che di calcio capisce poco. La nuova creatura, poco verace, era nata. Soddisfatto Adamo. Pare che ad un amico tifoso abbia confidato il proprio entusiasmo per il risultato «politico». Una squadra di Cosenza nel campionato di serie D. Meglio di niente. E poi, due piccioni con una fava, evviva la solidarietà intercalabrese: il Catanzaro avrebbe occupato, in serie C, il posto dei «lupi»...

Tutto sembrava filare liscio, dunque, ma nessuno aveva fatto i conti con il pallone, quello che rotola e rimbalza. L’Fc, nonostante la presenza in squadra dell’ex ragazzo prodigio del Torino e del Milan Gianluigi Lentini, e l’apporto di diecimila tifosi che affollarono lo stadio in serie D, perse tutto quello che c’era da perdere. La nuova dirigenza si rivelò evanescente, tanto che a qualcuno venne in mente di far credere che fosse possibile spuntarla nel duello giudiziario con la Figc e resuscitare il «1914». Fiato ai ricorsi. Comincia un altro capitolo.

Padre Bisceglia va a Roma

Gli stessi gruppi di interesse e di pressione che, dopo essersi pugnalati per un decennio, avevano fatto tracimare il buon nome del Cosenza in cronaca nera e giudiziaria, si accreditano ora come salvatori della patria. Potere della finzione, finzione del potere: le agenzie di stampa raccontano che Tar e Consiglio di stato hanno dato ragione al «1914». La gente ci crede: siamo di nuovo in C. Tutti in piazza a festeggiare, nonostante i ricorsi siano stati ogni volta puntualmente respinti. Nel marasma, non mancano figure genuine.

Il mitico padre Fedele Bisceglia guida la protesta anti-Carraro. Come Savonarola che, dopo i gravi errori politici di Piero de’ Medici, va incontro a Carlo VIII per implorarlo di non distruggere Firenze, il missionario cosentino si reca a Roma, accompagnato da Tonino Gentile
ed altri esponenti del centrodestra. State tranquilli, ci manda Berlusconi. E a Cosenza qualcuno «vede» la serie A. Peccato che la delegazione del coraggioso francescano, a differenza di quella che fu del domenicano nel XV secolo, commetta un errore: si porta dietro Piero de’ Medici, cioè Pagliuso. Appena li vede, Carraro s’adombra: dilettanti, prendere o lasciare.

E così, rimangono in piedi due squadre. Alla tifoseria non resta che sceglierne una. Orgoglio, memoria, identità. Un buon 40 per cento sosterrà il vecchio «1914». Una percentuale inferiore andrà a vedere l’Fc. La maggioranza, forse, resterà a casa, coltivando ricordi magici. Quando il Cosenza calamitava allo stadio 15 mila anime. Lupi per sempre, sciacalli mai.