04 marzo 2004

La contaminazione tra chi narra e chi ascolta


di Antonello Sotgia

L’ho letto a distanza di pochi numeri, proprio su Carta. E la cosa non mi è sfuggita. Anzi mi ha molto sorpreso. Carta, del resto, è il giornale che seguo con maggiore attenzione. Non perché mi capita di scriverci con una certa regolarità o perché, qualche anno fa, mi sia fatto capitare con alcuni compagni ed amici di fondarlo. Penso, davvero, che questo settimanale rappresenti, realmente, uno strumento di comunicazione sociale. Il suo valore aggiunto, almeno per me, non è dato solamente dal trovarci quello che non vedo in altre pubblicazioni, ma nel fatto che Carta mi aiuta a costruire il mio stare nel mondo. Nel trasformare i miei pensieri [ ma anche la mia curiosità] in relazioni sociali che, a volte, sperimento personalmente ed altre, grazie a quello che c’è su queste pagine, mi sembra di vivere stando proprio là.
Perché Carta riesce ad instaurare, con chi raggiunge, uno strano corto circuito che - basterebbe leggere la rubrica delle lettere, le dichiarazioni dei «sovventori alla cooperativa», oltre ovviamente articoli e reportage - portano a contaminare chi scrive con chi legge. Chi racconta con chi è soggetto di quella descrizione. Chi narra e chi ascolta.

Inoltre credo che Carta sia riuscita, soprattutto, a costruire, e questo è avvenuto non solo nel campo dell’informazione, cantieri plurali e continui di «autosaperi». Conoscenze «altre» in grado di alimentarsi vicendevolmente rispetto le presunte ed inattaccabili verità. È accaduto quando abbiamo ascoltato le tante voci di chi, costretto ad abitare sotto le piante disegnate dal piano regolatore romano, ha messo in atto nuove pratiche urbane che, a partire da chi la città l’abita e soffre, sono risultate tali da ribaltare proprio i contenuti disciplinari dello strumento urbanistico. È accaduto quando, tra i primi, Carta ha percorso gli allora inediti sentieri del municipalismo come risposta alla devastazione neoliberista portata contro la stessa identità dei luoghi. Ed ancora quando, numero dopo numero, è andata costruendo uno spazio pubblico dove, parlando ed ascoltando, conflitti e partecipazione si sono intrecciati, in nuove geografie narranti, con forme continue di protagonismo sociale. Che osserviamo sia se siamo presenti che, grazie al giornale, nei tanti territori del mondo.

Così mi è parso stridente vedere usare, a proposito di due persone a cui anch’io debbo molto, Alberto Magnaghi e Marco Revelli, espressioni quali «esperto del calibro di» [riferito al primo] e tra «i nostri più importanti collaboratori» [ riferito al secondo].
Non lo dico per demagogia: Alberto e Marco sono bravissimi. Lo noto perché trovo che il loro maggiore merito – questo vale proprio per ognuno di loro due - consista nell’averci indicato che la principale trasformazione stia proprio nel «lavorare» collettivamente alla modifica dell’esistente. Attraverso racconti continui. Sia ridescrivendo le forme, materiali ed immateriali, del mondo: ovvero il paesaggio di riferimento [il lavoro di Alberto]; che il saper decidere di come starci dentro tutti assieme depurandoci anche da nostri vizi «originali» [il lavoro di Marco].
Le idee, come i figli, dopo un po’ cessano d’essere nostre. Lo stesso vale per i gli amici. Finiscono d’essere migliori quando ci fanno crescere. Carta è riuscita anche in questo. Perché non accorgercene continuando, invece, a tenerli ancora a distanza da noi isolandoli nella loro, certo non voluta, autorevolezza?