10 luglio 2003

Tirar su le pietre dalla pianta dei sogni
di Antonello Sotgia

L'altro movimento, nel '68,aveva per spazio privilegiato quello delle aule universitarie,quasi sempre al chiuso.
Ora invece, i movimenti hanno scelto di agire nelle città: per riappropriarsi dello spazio pubblico,e per fondare il mondo nuovo

Ho sempre pensato d’essere stato fortunato perché mi sono trovato, per casualità anagrafica, ad entrare all’università insieme al ‘68. Vivere quegli anni, crescendo insieme alla mia generazione, mi ha permesso - ma questo è più un privilegio che una fortuna - di poter scegliere cosa fare. Non solo il lavoro: quanto il modo con cui collocarmi nel mondo che, da allora, ho cominciato a sentire come un parte fondamentale di me stesso.
Ho accompagnato la mia appartenenza al "movimento" con una forte componente di curiosità. A partire dallo stupore per la conquista fisica dei luoghi "liberati" fuori e dentro le mura del sapere. A Roma, questi territori fondamentali sono stati due. Lo spazio triangolare, i cui vertici sono rappresentati dalle facoltà di lettere, fisica e chimica all’interno della città universitaria; e l’avamposto lontano, ma non separato, della facoltà di architettura a Valle Giulia.

Approfittando dei cortei, ho imparato ad inseguire le sinuose curve della città barocca; ad osservare luoghi che, una volta tornato a casa, andavo, con l’aiuto di qualche testo, a ricostruire nella loro formazione; ad indignarmi per le condizioni dell’abitare che vedevano, ancora, decine di migliaia di persone costrette a vivere nelle baracche che punteggiavano ossessivamente la trama edilizia della città. Una curiosità tuttavia controllata perché aveva, quel movimento, come proprio spazio di relazione, sostanzialmente l’interno delle aule universitarie dove si svolgevano le assemblee. Quasi sempre al chiuso.
Oggi i movimenti si muovono ed agiscono nella città. A partire dalla critica ai processi di polarizzazione messi in atto dalle città globali, registrano, denunciandola, la cancellazione dello spazio pubblico come luogo dove gli uomini si rapportano tra loro. I movimenti, rifiutando questa città e proponendo forme di legalità dal basso pongono, nei fatti, la sfida di "fondare città nuove".
Non certo tracciando solchi con un aratro, quanto, seguendo la suggestione di Margherita Yourcenar, iniziando a "tirar su le pietre dalla pianta dei sogni".

È Franco Piperno [oggi assessore a Cosenza] che ha colto questo passaggio. Per farlo, ha spiegato nel convegno romano "Dalle città globali ai municipi ribelli", indica come pratica la disciplina dell’esodo: ripensare nuove relazioni allontanandosi da quelle che, oggi, organizzano la città. Fuori dai tempi e modi dell’abitare. Attraverso il dispiegarsi di progettualità sociali che possano portare, per esempio nella sua terra calabrese, le comunità dei migranti ad abitare i centri abbandonati; a misurarsi con nuove contaminazioni come quelle consentine, da tempo forti con le comunità rom; a fare dell’università il luogo del sapere, al posto dell’attuale spazio dove nulla si apprende perché nulla si insegna. Primi "luoghi" costituenti contro la totalizzazione della politica. Ascoltando Piperno mi è sembrato che volesse far riconquistare al territorio il proprio carattere figurato, farlo ritornare ad essere paesaggio. Ripartire, proprio dalla riconquistata fisicità, per tessere nuove ed inedite relazioni. Immediatamente produttive e creative.

Mi sono sentito risarcito. Quando c’era l’altro movimento, Franco ci spiegava "che le macchine lavoreranno per noi" e io ero terrorizzato dal fatto che non avrei potuto fare quello che faticosamente avevo scelto di fare. Ora fonderemo città nuove. Grazie al lavoro di tutti noi impegnati a rifiutarle, e a costruirle al medesimo tempo. Sì, è proprio un altro movimento.