12 febbraio 2004
Che fare delle nostre città?
di Antonello SotgiaChe fare delle nostre città? È la domanda che ho intercettato, laltra settimana, in due distinte riunioni.
Prima, durante lincontro del «nodo laziale» dellassociazione del Nuovo municipio. E, il giorno dopo, in una riunione promossa da Rifondazione comunista sulla propria proposta di legge in materia urbanistica, che dovrà, tra poco, essere discussa alla Camera dei deputati e, quindi, confrontarsi sia con il testo «berlusconiano» che con altri del centro sinistra.
Due incontri, come si usa dire, «allargati».
Il primo, dalla rete romana, ai movimenti e alle «situazioni» che nel territorio della regione producono «conflitto». Dai comitati contro lelettrosmog alle sperimentazioni sul tema del bilancio partecipativo, dai comitati contro le coltivazioni di Ogm del viterbese alle recentissime mobilitazioni contro la riconversione a carbone della centrale elettrica di Civitavecchia, e alla lotta delle popolazioni della pianura pontina tagliata dal devastante «corridoio tirrenico». Ai tanti [ moltissimi gli amministratori di Rifondazione] che in questi anni hanno deciso di stare insieme per sognare, lottare e decidere che la città deve essere «altro».
Il secondo incontro invece è stato aperto anche a chi non è iscritto a Rifondazione, e in questi anni ha denunciato la deriva liberista delle nuove sperimentazioni urbanistiche: quindi urbanisti ed amministratori. Due riunioni che, tuttavia, non sono stato in grado sentire contigue. La proposta di legge - chiamata «Principi fondamentali in materia del territorio» - è assolutamente condivisibile. Vuole tutelare lintegrità fisica e culturale del territorio qualificando tutto ciò che non è urbanizzato come «bene ambientale in forza di legge con ogni relativo effetto conseguente».
Solo che sembra assumere come paesaggio di riferimento una città da congelare, contro ogni intervento. Mi è sembrato che
quellarticolato avesse deciso di fare a meno proprio di quello che avevo ascoltato solo il giorno prima. Scegliendo esclusivamente la linea del le Sovrintendenze, più che le proposte che vengono dalle città, ormai assunta dai movimenti come campo delle proprie sperimentazioni e pratiche. Se la prima riunione era fatta per diventare un orecchio in cerca di parole, la seconda, pur nella giustezza di tutte le argomentazioni a sostegno di quel testo, mi è sembrata costruirsi allincontrario.
Parole che, autoreferenzialmente, si rifacevano ai principi, da sempre espressi contro la strumentazione eversiva messa in atto con la legislazione vigente e che la maggioranza parlamentare con cui pare civettare addirittura lIstituto nazionale di urbanistica- vorrebbe coronare riconoscendo una volta per tutte «ai privati il diritto di partecipazione alla formazione degli atti».
Dalla prima riunione ho appreso dei tentativi, delle diverse pratiche che acquistano sempre più la forza nel mettere in cantiere processi costituenti per la costruzione di una comunità aperta e solidale, capaci di costruire il proprio abitare riportando in primo piano la geografia umana costituita da donne e uomini impegnati in forme di protagonismo sociale. Ciò che mi è sembrato non riuscire a riconnettersi con un testo basato su principi che, decidendo di «resistere», non riescono a proporre un idea di città che non voglia essere rinchiusa nel modello unico della sommatoria di spazi fisici disegnati prima dal mercato, e poi messi in competizione luno con laltro. Ma oggi per fortuna il territorio si chiama Civitavecchia, Terni, Scanzano...