29 gennaio 2004

Gli arresti domiciliari delle élites cittadine

di Antonello Sotgia

Credo che Pietro Lissoni esista veramente. Che non sia un attore. Che si chiami proprio così e veramente faccia l’architetto. Parlo di quel signore, presumibilmente lombardo, leggermente sovrappeso che, dopo aver fatto lievitare sedie, ci invita, in una martellante campagna televisiva, ad utilizzare i servizi finanziari della «banca on-line più grande del mondo». Nella «location» dello spot, l’architetto vive e lavora in spazi ampi.
A casa: un doppio salotto dove poter allungare i piedi; a studio: un largo tavolo dove, come in un quadro[solo disposto
orizzontalmente], poter esibire in un disordine apparentemente casuale oggetti riconducibili al suo lavoro. Non c’è il computer, ma s’intravede un manichino. Non ci sono righe e squadre, né fogli di carta, ma, ecco sullo sfondo, un gran manifesto e, poi, tantissimi oggetti depositati sapientemente. Né negozio né museo. Piuttosto un grande dispositivo comunicativo. Che è il compito poi che, nelle città globali, viene assegnato agli edifici; sempre più pezzo singolo: più immagine che architettura che, al contrario, ha sempre avuto il compito di mettere in relazione il nuovo con ciò che esiste. Per convincerci di un nuovo stile d’abitare: d’ora in avanti dovrà sempre di più essere possibile vivere collocandoci «dentro nel fuori».

Non la proposta del telelavoro, destinata ad essere condizione alienante per soli lavoratori precari con ridotte capacità di spesa, ma, proprio, un progetto preciso: l’idea dello stare in città, abitarla, usarla, soprattutto, vendere e comprare di tutto, evitando la strada. Vivere facendo a meno dell’incontro, del confronto, del riconoscersi uguali. Del mettersi insieme per decidere le pratiche delle trasformazioni. Il come ed il che fare. «L’importante - ci dicono - è muoversi poco». Attraversare le città, varcare le soglie delle case e degli uffici, solo magari per raggiungere aeroporti e paesi. Meglio: luoghi che dovranno essere sempre più lontani.

Pensando all’architetto Lissoni [ vero o presunto] ho compreso l’esatto significato del termine «arresti domiciliari», la condizione «restrittiva» a cui da qualche giorno dodici cittadini romani sono stati costretti da un provvedimento giudiziario promosso quattro mesi dopo i «fatti» contestati. Fabrizio, Andrea, Cecco, Nunzio e gli altri «Disobbedienti romani» hanno deciso, da molto tempo, di stare nella strada e di chiedersi perché molte delle case che si affacciano sui suoi lati siano vuote. Come sempre la strada - le strade - siano attraversate da molti che la casa non la hanno, non la hanno mai avuta e forse non l’avranno mai. Anche loro, come l’architetto lombardo, con la zucca rossa che pone giulivamente sulla testa, hanno messo in atto, con un sempre maggiore numero di cittadini, un grande dispositivo di comunicazione.

Solo che il loro è di tipo sociale basato sulla semplice considerazione che il diritto alla casa è inalienabile come - anche questo il più grande del mondo- il diritto all’abitare, al vivere. Per questo i dodici sono stati sottratti alla strada. Alle parole che avrebbero continuato a dire, alle tantissime disposti ad ascoltare. Non è un caso che il responsabile del disastro Parmalat stia tentando di tutto per conquistare la residenzialità coatta. Per godere del suo egoismo e della sua violenza verso tanti in tante parti del mondo. I dodici sono proprio diversi. Devono varcare al più presto la soglia delle loro case. Egoisticamente il movimento non ne può più fare a meno.