18 settembre 2003
Un partito unico decide
cosa e dove costruire a Bologna
SERGIO COFFERATI, per dare prova di sobrietà, ha dichiarato ai giornalisti che "un libro vale molto di più di un paio di occhiali da sole". Ecco un motivo in più per leggersi, nel corso di questa lunga campagna elettorale per la poltrona di sindaco di Bologna, i due libri prodotti dalla Compagnia dei Celestini, il gruppo di urbanisti "orfani di spazi pubblici"[a questo fa riferimento il nome del gruppo, preso a prestito da un romanzo di Stefano Benni] nato nel 2001 per rendere Bologna "più vivibile, bella, solidale, libera e democratica".
Leggendo i due dossier [sul Piano "regalatore" e sulle politiche dei trasporti nella città emiliana], ci si rende conto di come la politica e i suoi apparati abbiano perso la bussola dei mutamenti sociali. E di come serva uno spazio pubblico che racconti la città [sì, è come state pensando: alludiamo al Cantiere sociale che viene annunciato in questo numero di Carta].
Nel 1989, la giunta di sinistra [con l'appoggio esterno di socialdemocratici e repubblicani] approvò il Piano regolatore generale di Bologna: "Un piano fortemente sovradeterminato sulle previsioni edificatorie", spiega Marco Guerzoni della Compagnia dei Celestini, il che, tradotto, sgnifica semplicemente che si era deciso di costruire troppo.
Molte delle costruzioni previste [a tutt'oggi circa il quaranta per cento] da quel piano sono ancora inattuate, ma i costruttori da subito chiesero la concessione di altre aree da edificare. Per questo, e siamo nella seconda metà degli anni novanta, la giunta Vitali, l'ultima di sinistra, si inventò "i programmi di riqualificazione urbana": grazie a una legge regionale, si può soprassedere alle direttive del Piano regolatore in nome, appunto, della "riqualificazione".
È il 1997, quando il centrosinistra vara questi provvedimenti: si seguivano le direttive del mercato, cercando di indirizzarle verso aree "degradate". Una linea che l'urbanista Vezio De Lucia, in un seminario dei Celestini, paragonò a quella del "pacifista moderato: quel manifestante che protestava contro la guerra inalberando un cartello sul quale stava scritto 'Un po' meno bombe sul Vietnam'". La giunta dell'attuale sindaco Guazzaloca è più spudorata, e l'epiteto di "degradato" viene attribuito alle aree inutilizzate. I suoi "Piani di riqualificazione urbana" del 2001 riguardano gli "interstizi", zone libere che il Piano del 1989 destinava a servizi e parchi. Tutti spazi pubblici che non erano stati realizzati per mancanza di fondi.
La partita è grossa, e riguarda le aree dismesse dalla terziarizzazione della città. La Bologna post-industriale, insomma, è arrivata molto prima di quanto i Palazzi potessero prevedere, lasciando un vuoto normativo attorno alle tante aree industriali abbandonate. A ben vedere, è lo stesso motivo che ha determinato la crisi della sinistra a Bologna: la città era cambiata, ma loro non se n'erano accorti.Il tracciato della metropolitana
Tra le aree dismesse, c'è ad esempio una grande caserma, tra Porta Castiglione e San Mammolo, la Staveco, che si estende per 56 mila metri quadri. Una zona che confina con i viali di circonvallazione attorno al centro storico e coi Giardini Margherita, il più grande parco pubblico della città, la domenica affollatissimo. "Infatti, un altro parco sarebbe utilissimo", dice Guerzoni. Non fosse che l'area stimola la ghiottoneria della speculazione edilizia.
In un progetto di un paio di anni fa, si prevedeva la costruzione di una nuova tangenziale, per collegare la città a Casalecchio. Proprio nell'area della Staveco, viene prevista un'area di "interscambio", un luogo dove lasciare le automobili e prendere la metropolitana: il cui tragitto, già finanziato dall'instancabile ministro Lunardi con la sua "legge obiettivo" per le Grandi Opere, partirebbe proprio dall'ex caserma, per attraversare il centro e arrivare alla stazione e infine alla zona Fiera.
Bocciata la tangenziale [causa sollevazioni popolari, ma anche per problemi ambientali e tecnici], rimangono in progetto il capolinea della metropolitana e l'area di interscambio". "È semplicemente assurdo: secondo questo progetto, chi arriverà a Bologna dovrà per forza passare per il centro, per arrivare al parcheggio della Staveco", dice Guerzoni.Un'area da "riqualificare"
Inoltre, il tracciato della metropolitana che piace tanto alla giunta Guazzaloca, e che ha gia ricevuto l'approvazione del Cipe agli inizi di agosto, non intercetta il traffico vero, quello che arriva dalla via Emilia, la strada che taglia da nord-est a sud ovest la città. Su quel lato, l'amministrazione prevede di piazzare un filobus, pallida imitazione del tram che i Celestini ed i comitati ambientalisti invocano: "Avrà solo una carrozza lunga diciotto metri, cioè come un autobus autosnodato - argomenta Guerzoni - e non potrà usufruire di corsie riservate". Quindi sarà inghiottito dal traffico del centro, che Guazzaloca [fedele alle direttive della sua categoria, i commercianti] ha pensato bene di incrementare. "Sirio", il sistema di varchi elettronici che potrebbe scoraggiare le auto a oltrepassare la cerchia delle mura, da anni, guarda caso, è spento. È un progetto tanto singolare, quello del filobus, che solo un'impresa ha partecipato alla gara d'appalto indetta dall'amministrazione comunale per la sua realizzazione.
Come se non bastassero i problemi di circolazione, nel 2002 iniziano a circolare documenti del Comune in cui, a proposito della Staveco, rispunta la parola "riqualificazione": per l'ex area militare sono previste una serie di attività tra cui, si specifica, "non si esclude la residenza". E si inizia ad avere sospetti su una metropolitana lunga quattordici chilometri, per un centro cittadino lungo al massimo due, su una direttrice che non intercetta il traffico cittadino ma in colpenso "serve" un'area edificabile.Dopo la Staveco, cosa?
Si tratta, insomma, di una visione molto berlusconiana della gestione del territorio: la pianificazione serve a "fare cassa", ad attirare gli investimenti. Un'impostazione di fronte la quale il centrosinistra ha dapprima tentennato: "Per paura di perdere i finanziamenti del governo sulla metropolitana - spiega Guerzoni - come se 'il governo' fosse un'entità astratta e non un organo con cui è lecito ridiscutere alcune cose".
Poi, spinto dalle pressioni dei comitati di cittadini e della società civile, qualche giorno fa, alla Festa nazionale dell'Unità al Parco nord, esponenti del governo regionale e consiglieri comunali si sono finalmente pronunciati contro il progetto di Guazzaloca.
Che rischia di non rimanere un caso isolato: dopo la Staveco, ad essere minacciata potrebbe essere un'altra area dismessa molto grande, tra lo scalo ferroviario ed i viali di circonvallazione, nei pressi del centro sociale Livello 57. E poi c'è il grande ex manicomio, noto come il Roncati, sulla cui destinazione d'uso nulla si sa. E poi, e poi Come dice Stefano Benni, "se si girasse ora, un film come 'Le mani sulla città', bisognerebbe ambientarlo a Bologna".
Infatti, individuato il peccato, si tratterebbe di scoprire i peccatori.Sono in diversi, a Bologna, a dire con tranquilla disperazione: "A comandare in città non sono i partiti, o il consiglio comunale o i sindaci, ma un partito trasversale che mescola potentati vari, che usa come taxi i partiti o le frazioni di partiti, che ha un unico interesse: fare affari, in particolare sulle aree dismesse. Ecco chi si troverà di fronte Sergio Cofferati, se, come tutti sperano, sarà sindaco".