3 giugno 2004

Il cemento criminale
della Banda della Magliana


di Antonello Sotgia


Sappiamo esserci parole che, alle volte, possono risultare più pesanti delle pietre. Per la malavita romana questo è diventato, più che una considerazione linguistica, un preciso percorso costruttivo.
Un vero e proprio programma edilizio. È accaduto soltanto una ventina di anni fa, quando la Banda della Magliana decise d’assaltare il cielo ed impossessarsi di Roma. Un passato, assai ravvicinato, che la città non dimentica. L’efferatezza di quelle gesta ed il ricordo alcuni di quei protagonisti, hanno, finito infatti,con identificare, e addirittura, rinominare, in una sorta di nuova toponomastica criminale, i luoghi teatro dei loro delitti. Quella banda, inoltre, ha rappresentato la discontinuità con la tollerata immagine romantica del malavitoso che, fin’allora, non si era di molto distaccata dalla descrizioni cinematografica fattane nel film di Mario Monicelli «I soliti ignoti».

Alle truffe, regolate sulle trasferte di tifosi, e dalle risposte agli interrogatori polizieschi, modulate sulle cronache di partite mai viste, ma mandate a memoria dalle cronache giornalistiche usate come costruzione di traballanti alibi, si sostituirono allora nuove parole: atto d’obbligo, rogito, concessione, progetto esecutivo, licenza…
Un nuovo vocabolario necessario a tramutare quanto proveniente dalle rapine, dalle estorsioni, dallo spaccio, dall’organizzazione del gioco d’azzardo e della prostituzione, in documenti puliti. Parole e carte per investire nel mattone e, così, riciclare denaro che scottava.

Nei rigidi schemi militareschi di quella banda un ruolo fondamentale era affidato alla figura del cassiere. Non solo tesoriere, ma uomo dalla straordinaria abilità di « far girare i soldi». Giancarlo De Cataldo è un giudice di corte d’assise che ha ricostruito in un romanzo epico [«Romanzo criminale», Einaudi] proprio la connessione diretta tra l’ala militare e quella, più propriamente manageriale, a cui era stato affidato il compito, appunto, di trasformare le parole di quei criminali in pietra. Quindi in edifici, case, supermercati.
Nel libro è il « Secco» a farsi imprenditore edile. A costruire, forte di complicità tecniche e politiche, un tesoro di cemento per capi e gregari. Un vasto repertorio tipologico. Dal riuso di dimore storiche nella zona monumentale della città; alla realizzazione di «ecomostri», non molto dissimili da quelli, ugualmente immondi tirati su in maniera più o meno legale, che in quegli anni hanno inferto il colpo di grazia alla stessa forma fisica della periferia romana. Per questo mercoledì 19 giugno è stata per Roma una giornata storica. Una festa vedere il sindaco Veltroni dare il via alla demolizione di un edificio di oltre 20 mila metri cubi, abbandonato da venticinque anni e confiscato proprio alla Banda della Magliana. La ruspa, aggredendo pilastri e piani, ha anche visivamente mostrato questo nuovo strappo. Come fosse una grande mano chiamata ad estirpare questo segno di negatività nella città.

Una mano, capace oltre che strappare di farsi, essa stessa, portatrice di un atto di risarcimento. Le novità non finiscono infatti qui. Perché cosa fare in questa zona ora recuperata, verrà stabilito attraverso un processo partecipativo che, guidato dall’assessorato alle periferie[ che si è fatto le ossa promuovendo ben diciassette nuovi contratti di quartiere] vedrà confrontare tra loro le varie ipotesi di chi lì abita. Finalmente parole nuove. Finalmente leggere. Finalmente per una città differente.