3 giugno 2004

Tiburtina si racconta


di E.V.

A distanza di un mese, torniamo a parlare dell’occupazione di Tiburtina [Carta n.5 del 2004], quel complesso di edifici di proprietà di Rete ferroviaria italiana in cui vivono da alcuni anni più di quattrocento richiedenti asilo di origine africana. Più volte abbiamo raccontato questa straordinaria esperienza di autogestione e di rete sociale comunitaria; una storia di accoglienza dal basso che è riuscita a smuovere le acque paludate dell’amministrazione comunale, «costretta» ad aprire un tavolo di confronto per affrontare l’emergenza ma anche le prospettive dell’accoglienza pubblica a Roma.
Sara, del comitato dei rifugiati della Tiburtina, ci racconta gli sviluppi della situazione: «Lo scorso 23 aprile abbiamo organizzato una giornata d’incontro con la città: attraverso la musica, le narrazioni, i video e la cucina delle comunità, abbiamo presentato Tiburtina ai cittadini del quartiere e agli amministratori. Più di 500 persone hanno affolllato gli ex magazzini, conoscendo di persona un’esperienza incredibile».

Rifugiati etiopi, eritrei, sudanesi, curdi hanno raccontato la loro vita e la fuga dalle zone di guerra, l’odissea dei viaggi per mare su imbarcazioni improbabili, l’attesa dello sbarco sulle coste meridionali del nostro paese, l’avventura dei centri d’accoglienza e di quei lager chiamati Centri di permanenza temporanea.
Continua Sara: «L’iniziativa ha prodotto due risultati importanti. Dal punto di vista interno all’occupazione, sia i migranti che la rete di associazioni presenti a Tiburtina hanno acquisito maggior consapevolezza e fiducia nella propria forza politica e d’organizzazione. Verso l’esterno, l’esperienza del 23 è servita a rafforzare il legame con il territorio, i suoi abitanti e le realtà sociali e culturali cittadine. Un’esperienza particolare: per più di due ore tantissima gente, di diversa nazionalità, si è mescolata per ascoltare con attenzione e rispetto le storie ‘inascoltabili’ di un pezzo di umanità che vive, invisibile, nella nostra città. Per una volta, rappresentanti delle istituzioni locali, sono andate in un luogo ricco di sofferenza per ascoltare chi ha deciso di non delegare a nessuno la propria battaglia di dignità. Purtroppo, devo dire che la copertura mediatica dell’evento non è stata all’altezza delle aspettative, anche da parte delle testate in teoria piùsensibili alla vicenda».

Nel frattempo, il tavolo di confronto con il comune di Roma, la proprietà dell’area e gli assessorati competenti è andato avanti. Al centro degli incontri, la questione dello sgombero [previsto formalmente per la fine di giugno], la sessione straordinaria della Commissione centrale che esamina la richiesta di asilo politico e le prospettive future d’accoglienza.
«Con il comune – spiega Sara – le trattative sono avviate da tempo. L’assessora alle politiche sociali Raffaella Milano si è impegnata personalmente nella ricerca di una soluzione alternativa che rispetti la natura e la qualità dell’esperienza di Tiburtina, escludendo qualsiasi ipotesi di sgombero violento. Il problema è che a fronte di una formale disponibilità di progettazione partecipata di nuove forme di accoglienza, registriamo una certa opacità nelle informazioni e nelle proposte. Da parte nostra, l’Associazione architetti senza frontiere ha portato, carte alla mano, alcune proposte che individuano luoghi alternativi in cui misurare l’effettiva volontà del comune di sperimentare criteri diversi, e a misura di migrante, nelle politiche d’accoglienza».

Intanto, dal 18 maggio scorso sono iniziate le interviste dei richiedenti asilo, in base alle quali si deciderà se concedere o meno lo status di rifugiato. Contemporaneamente, il comune ha incaricato il comitato d’occupazione di effettuare un nuovo censimento per capire l’effettiva presenza di chi abita nei magazzini».Infine, altre iniziative sono in cantiere: per il 22 giugno prossimo il comitato dei migranti organizzerà una serata all’interno della settimana per il rifugiato. Si palerà delle guerre in Sudan, Eritrea, Etiopia, e, naturalmente, dell’esperienza di Tiburtina.