25 marzo 2004

Non sono solo canzonette

di Antonello Sotgia


Che a proposito del festival di San Remo non fosse questione di sole canzonette lo ha spiegato, scrivendo qualche giorno fa al
manifesto, Daniele Sepe. Leggendo quella lettera, ho capito perché mi piace tanto la musica di Daniele. Perché ho sempre acquistato, esclusivamente in libreria, i suoi album. Non ho mai visto però una sua esibizione dal vivo. Un po’ perché lui in televisione non ci va e un po’‚ è duro ammetterlo, perché chi, come me, ha visto i Beatles esibirsi all’Adriano di Roma, non è che segua più i concerti. Quando, però, ascolto la sua musica, i suoni e le note del suo sassofono, riesco a sentirmi fuori anche se sono a casa.
Sono io ad essere «live». Riesco a pensare di trovarmi a Napoli, certo, ma anche in Albania o nei territori africani. Riesco a contaminare tra loro oggetti e colori; a inventarmi paesaggi continui; a mettere insieme ricordi con progetti; a iniziare discorsi; a decidere di interromperli per sempre.

A saper ascoltare. A vedere oltre quello che abitualmente osservo. Daniele, infatti, tra i pochi, è in grado di intercettare i suoni e le parole dei molti e nei molti mondi. È come leggere un libro o, forse, più propriamente, è come stare a sentire qualcuno che te lo legge. Qualcuno capace davvero di interpretare le diverse voci riuscendo a tenerle insieme con la rivelazione e la scoperta che ognuna è diversa. Quindi importante. La sua musica non solo parla del mondo, ma dei mondi. Diversi, non distanti. La sua musica, con note e parole, riesce ad attraversare, evocare e catturare il flusso del fare sociale. Con un valore aggiunto: sai sempre come si colloca rispetto a quello che racconta.

Ci parla tenendo ben presente l’insegnamento di chi, come Alice, di storie certo se ne intende. Sa farsele raccontare e sa raccontarle. La storia va illustrata dall’inizio, passo dopo passo, senza dimenticare nulla, senza nessuna omissione, fino alla fine. Così, abbiamo appreso che si può anche dire «no grazie» se si viene invitati a partecipare a qualcosa che proprio non convince o che non ci possiamo permettere. Che non si tratta di esserci o non esserci. Che il dilemma morettiano «mi si noterà di più se ci vado o si domanderanno perché non ci sono?» si può sciogliere.

Daniele, con la sua lettera, riesce a far partecipare tutti noi del percorso della sua non risposta. Come fa con la sua musica, parte da un episodio: la telefonata ricevuta da «un mammasantissima della musica italiana per andare al controfestival di Mantova» e lo intreccia con i suoi metri di misura. Ipotizza di esserci, con i suoi amici di sempre, ma poi si chiede se sarebbe servito [non se gli sarebbe servito] conducendoci in un viaggio all’interno di un paese: il nostro.
Dove si fanno manifestazioni popolari in cui si trova naturale indicare alle famiglie la frequentazione della mafia; dove neppure a «sinistra» si punta sulla ricerca e sulla sperimentazione innovativa preferendo la marmellata dell’omologazione. Daniele Sepe semplicemente, in quella lettera che a quella sinistra non sembra essere proprio piaciuta, almeno a leggere le esternazioni, nei giorni successivi, dei lettori del manifesto, ci dice che il problema non è se andare o meno al festival o al controfestival.

È il paese ad arretrare se, chi sceglie di chiamarsi fuori, è messo all’angolo. L’importante è essere tutti uguali. O sembrare d’esserlo. Più o meno quello che avviene per la guerra: non votare contro il proseguimento e dire di ricercare soluzioni di pace. Si, è vero, non sono solo canzonette.