13 novembre 2003
Nasce la Rete del nuovo Municipio
di Pierluigi Sullo
L'assemblea costitutiva dell'associazione Rete del Nuovo Municipio, sabato scorso a Empoli, è andata bene. Ma è anche andata male. Forse dipende dalla bassa pressione che si è stabilizzata da diversi mesi sulle faccende della società civile. Piccolo esempio: all'assemblea di Empoli, tra le circa trecento persone, c'era anche Mariangela, fiosioterapista di Pescia che ha messo su insieme ad altri un lavoro autonomo. È la delegata del «Movimento di Pescia», che si chiama così dopo che tutti hanno preso atto che il forum sociale locale si era trasformato in un intergruppi. Lei è di Attac, abbonata di Carta, non aveva ben chiaro cosa volesse essere questo Nuovo Municipio, così hanno deciso di mandarla in avanscoperta. Dopo la mattinata di introduzioni e gruppi di discussione tematici, ha le idee più chiare,m dice. E la cosa non le dispiace .
In effetti, i gruppi tematici, molte decine di persone ciascuno, sono stati in effetti dei «gruppi di affinità», modo gentile per dire che si sono separatamente riuniti gli amministratori, i docenti [a partire dalla rete che, attorno a Alberto Magnaghi, Giorgio Ferraresi, Giancarlo Paba, ecc., ha dato vita alla Carta del Nuovo Municipio, atto di nascita di questa vicenda] e «le associazioni» [definizione onnicomprensiva per reti sociali, associazioni in senso proprio, forum sociali e così via].
Dunque, primo errore: una rete non è una sintesi, ma nemmeno un arcipelago tra le cui isole non vi sono ferry boat.
Ciò nonostante, la partecipazione è alta e i tentativi di intrecciare discorsi pure. Tra i ricercatori, il tema è come fare del loro lavoro un utensile per i movimenti sociali; tra le persone dell'associazionismo ci si chiede che cosa significhi in effetti il rapporto di incontro-scontro con le istituzioni locali [sulla via della costituzione di Municipi o Contro-Municipi]; tra sindaci, assessori e consiglieri si litiga anche un po¹ su come vada concepito il lavoro di amministratore, se l'obiettivo sia un «buon governo» un po' generico oppure la effettiva cessione di quote di capacità decisionali alla cittadinanza organizzata.Istituti di nuova democrazia
D'altra parte, le introduzioni di Alberto Magnaghi e di Giancarlo Paba avevano chiarito intenzioni e senso dell'associazione. Siamo qui, aveva detto Magnaghi, per avviare la sperimentazione di forme e istituti di nuova democrazia, una volta constatata la crisi della democrazia delegata, e anche perché vediamo una costruzione spontanea di «spazi pubblici». Fare questo,
aveva aggiunto, è nell'interesse anche degli amministratori, perché quanto più il comune è solo, tanto più è dipendente da decisioni che vengono da fuori e dall'alto. Giancarlo Paba aveva tracciato una breve storia della «partecipazione», da
quella «politica» degli anni sessanta e settanta, alla «tecnica della partecipazione» degli anni ottanta e novanta: oggi, aveva detto, si tratta di creare una partecipazione inclusiva, fondata su un dialogo continuo tra istituzioni locali e cittadini, cosa possibile perché, aveva concluso, «siamo dentro cantieri in corso».
Fin lì tutto bene. Compresa la varietà di presenze, come quella della Rete dell'economia solidale, di Rete Lilliput, di Attac Italia, di Action, l'agenzia comunitaria romana per il diritto alla casa, di associazioni dei consumatori, insomma di attività che garantirebbero una sostanza sociale, alle attività del Nuovo Municipio. In più, la generosa ospitalità del comune di Empoli [rappresentato da Paola Sani, assessora] aveva messo tutti di buon umore.
Senonché, una volta finito il pranzo e una volta raccontate dai tre incaricati i lavori dei gruppi [Vincenzo Striano, dell'Arci toscana, per le «associazioni»; Salvatore Amura, assessore di Pieve Emanuele, per gli amministratori; Giorgio Ferraresi, docente milanese, per i ricercatori], invece di proseguire con il dibattito generale, e solo alla fine approvare lo statuto dell'associazione e i suoi organismi di coordinamento, si decide di mettere subito ai voti presidente, vicepresidenti e comitato esecutivo. E qui comincia il capitolo buio dell'assemblea.Massimo Rossi, già sindaco di Grottammare, va al microfono e legge nomi e cognomi proposti per i vari incarichi, premettendo che si tratta di un¹ulteriore fase transitoria, di sei mesi, in cui, ad esempio, si proponeva di chiedere ad Alberto Magnaghi
di continuare a fare il presidente dell'associazione. Tutti annuiscono, desiderosi di sbrigare al più presto la formalità e di riprendere la discussione. Ma l'incidente scoppia sui nomi proposti dal «nodo romano» della rete, tra i quali non compare quello del docente che fa parte della rete accademica che ha proposto, a suo tempo, la Carta del Nuovo Municipio.
Tutti si innervosiscono, e comincia un tira e molla su chi sta dentro e chi sta fuori [da un esecutivo che, trattandosi di una rete e non di un partito, ha poi un'importanza molto relativa]. Qual è il punto? Che a Roma, dopo la campagna per un «Piano regolatore partecipato», nell'autunno scorso, e grazie alle attività di Action, è appunto nato un «nodo» locale, che comprende due municipi, Action, urbanisti e altre associazioni. Questo «nodo» ha anche tenuto una sua assemblea costitutiva molto affollata [specialmente di occupanti di case, di migranti e di giovani]. Ma la costruzione del «nodo» non ha incrociato il dipartimento di urbanistica di ingegneria, che è da sempre il riferimento degli estensori della Carta.
Si tratterebbe di un buon problema, visto che dalle sedi originarie, e attraverso il Cantiere romano del 2002, la rete si allarga. Ma l'allargamento andrebbe governato. Invece capita che a Roma non ci si parli [per ragioni che si cercherà sciogliere, nel prossimo futuro], che questo problema non venga neppure percepito da quelli che, a Empoli, stavano lavorando alla costituzione dell'associazione, e che infine tutto questo precipiti sull'assemblea nel peggiore dei modi, cioè sui nomi.
Riultato: crisi di nervi generale, assemblea che si svuota, fine della giornata dal sapore amaro di déjà vu, come si si trattasse di «mediare» tra componenti diverse di un partito, invece che mettere in relazione diversità in una rete.