15 gennaio 2004

C'era una volta il questore di Pisa
di Sergio Bontempelli* e Dario Danti**


19 Luglio 2003: all’alba, la polizia irrompe nei locali occupati dai Disobbedienti e ne ordina lo sgombero, denunciando gli occupanti.
Siamo a Pisa, in una delle città dove è iniziato il Sessantotto, e nessuno si scandalizza per l’occupazione di un edificio abbandonato: specialmente se quello stesso edificio diventa per cinquanta giorni un luogo di incontri, dibattiti e feste aperti a tutti, e se gli occupanti provvedono alla bonifica dell’area circostante [divenuta nel tempo una comoda discarica in pieno centro cittadino]. Lo sgombero, ad occhi poco attenti, sembra una storia come tante altre: in fondo quei ragazzi, pur avendo suscitato le simpatie degli abitanti del quartiere, hanno commesso un reato, e la polizia ha pur sempre fatto il suo dovere. Certo, ha usato modi insolitamente duri che si potevano evitare. Ma sono cose che capitano.
E invece non si tratta del solito sgombero: siamo di fronte al prologo di un’altra storia. I ragazzi del «Rebeldía», così era stata
battezzata l'occupazione, decidono di rientrare nell’edificio per poche ore, a titolo simbolico. La risposta della polizia non si fa attendere: nuovo sgombero. Il capo della Digos nel corso delle operazioni estrae addirittura la pistola: lo ferma solo l’intervento di Giovanni Russo Spena e Titti de Simone, deputati di Rifondazione.

Movimenti in questura

5 Giugno 2003: la stampa locale dà notizia che, nell’ambito della riorganizzazione interna della questura, il dirigente dell’Ufficio
immigrazione, dottor Giuffrida, viene confermato nel suo incarico. Cambia, invece, il responsabile della Divisione Pas, cioè la struttura che coordina il lavoro degli uffici amministrativi [passaporti, porto d’armi, immigrazione]. Dopo circa due mesi, cambia anche il dirigente dell’Ufficio immigrazione. Sembrano normali avvicendamenti burocratici, come era avvenuto pochi mesi prima ai vertici della Digos, e nessuno dà peso alla notizia. Ma anche le piccole cose, a volte, hanno la loro importanza.
In poche settimane cambia tutto: l’Ufficio immigrazione decide di non ricevere più né avvocati, né associazioni. I problemi che da anni affliggono lo sportello offerto al pubblico [scarsità di personale, fascicoli smarriti, violazione dei diritti degli utenti] non vengono più risolti dall’intervento del dirigente, e si trasformano in drammi: i migranti sono costretti a lunghe file per sentirsi dire che il permesso di soggiorno è stato perso, e non possono rivolgersi ad un legale. Per di più, l’intraprendente responsabile della divisione Pas decide di negare il permesso di soggiorno a molti rom, per i quali un progetto del comune, finanziato dalla Regione Toscana, prevedeva percorsi di regolarizzazione e l’inserimento in case popolari o in alloggi pubblici.
Il comportamento del questore Eugenio Introcaso, da poco più di un anno a Pisa, comincia ad assumere un profilo chiaro: non si tratta dell’eccesso di zelo di un poliziotto troppo legato al suo ruolo, ma di un vero e proprio progetto. Sulla stampa locale, per tutto il 2003, appaiono centinaia di articoli che celebrano le gesta della polizia: retate contro prostitute e stranieri, azioni antiracket, controllo capillare del territorio, sequestro di merce contraffatta, sono le notizie che ogni giorno rimbalzano sulle prime pagine e sulle «civette» dei giornali nelle edicole. È la tolleranza zero sotto la torre pendente: Introcaso vuole parlare al «cittadino» e all’«uomo qualunque», solleticando il bisogno di ordine e sicurezza. E rifiuta ogni forma di mediazione sociale: gli enti locali, i sindaci, le associazioni, gli avvocati sono un fastidio inutile. Il progetto di Introcaso sembra calare dall’alto: dietro quel mix di gestione autoritaria e di comunicazione appare la longa manus berlusconiana in una piccola città della «rossa» Toscana.
Anche per questo, per lunghi mesi, nessuno contesta i nuovi orientamenti della polizia locale: il dottor Introcaso sembra molto forte, è sicuro di sé, protetto da Roma. Il piglio decisionista della questura finisce così per nutrirsi di un ingrediente fondamentale per ogni autoritarismo: la paura. Hanno paura gli stranieri, che temono per i permessi di soggiorno; hanno paura le associazioni di volontariato, che difendono persone vulnerabili e temono ritorsioni; hanno paura gli enti locali, che in Introcaso vedono un uomo inattaccabile; si ha paura per le decine di denunce che piovono ad ogni manifestazione e iniziativa pubblica.Per mesi interi nessuno fa il primo passo, e la foto di Introcaso campeggia indisturbata su tutti i quotidiani locali, a garantire sicurezza.

Le due morali della favola

Sono poche, le storie a lieto fine, ma questa per fortuna lo è. I ragazzi del «Rebeldía» sono i primi a rompere il silenzio.«La questione dello spazio – racconta Ciccio Auletta dei Disobbedienti – diventa la questione degli spazi. Abbiamo denunciato i tanti immobili di proprietà dell’università comprati e lasciati abbandonati da anni: migliaia di metri quadri in pieno centro». Così, a novembre, l’occupazione temporanea della ex officina Fiat Etruria permette di organizzare una tre giorni di socialità e politica. Intorno all'esigenza di «intendere lo spazio pubblico come bene comune» si forma anche un cartello della società civile, con l’adesione di oltre trenta associazioni e, tra i singoli, del regista di «Segreti di Stato» Paolo Benvenuti. All’inizio di dicembre, due nuove occupazioni – una dei Disobbedienti, l’altra degli studenti medi – finiscono con il solito sgombero e le solite minacce.
Gli occupanti non ci stanno: chiedono solidarietà e si rivolgono ai partiti, al sindaco, agli enti locali. In poche ore il clima di silenzio si trasforma in un frastuono assordante. Contro gli sgomberi intervengono Rifondazione, i Verdi, la Margherita, i Ds, il sindaco e il presidente della provincia, il consiglio comunale e due consigli di circoscrizione, gli ultrà della squadra di calcio, Legambiente e la Rete Lilliput. Un lungo corteo di mille persone – la stessa«gente» che doveva costituire l’interlocutore naturale di Introcaso – sfila per le strade.
Il silenzio si è rotto, e a prendere coraggio sono stavolta gli stessi poliziotti in servizio alla questura di Pisa, vessati da provvedimenti disciplinari e trasferimenti punitivi. Nessuno ci aveva pensato, ma sono loro le prime vittime del «nuovo corso». Il 14 dicembre, quattro sigle sindacali, per la prima volta unite, denunciano sulla stampa locale il «clima di terrore» instaurato all’interno della questura.
Dopo pochi giorni Africa insieme, storica associazione cittadina impegnata sui diritti dei migranti, accusa l’ufficio immigrazione: minacce, pratiche sparite, diritti sistematicamente calpestati, irreperibilità dei dirigenti. E annuncia tre interrogazioni parlamentari. «Per chi, come noi, l’ha vissuta dall’interno - spiega Giuliano Campioni, docente universitario e presidente di Africa insieme - questa è una storia drammatica, difficile, costellata di paure e di preoccupazione. A raccontarla, invece, sembra sin troppo banale». Banale perché anzitutto, come le favole dei bambini, ha un lieto fine. Il 27 dicembre, pochi giorni dopo le tante denunce contro l’operato del questore, i giornali locali annunciano il trasferimento di Introcaso a Taranto. E poi perché, come le più stucchevoli storie per bambini, ha una «morale della favola». Anzi due.
La prima morale della favola è che la paura è cattiva consigliera: chi sembra invincibile spesso non lo è, e gioca proprio sul timore di chi gli sta vicino, sul suo silenzio e sulla sua forzata complicità. La seconda morale della favola è che l’unione fa la forza. Nessuno prima d’ora aveva immaginato che potessero finire dalla stessa parte, ognuno col suo linguaggio, i Disobbedienti, i migranti, il volontariato e i sindacati di polizia. E invece proprio la pluralità delle voci che ha garantito efficacia.
Un lieto fine e due morali della favola. Proprio una piccola storia, insomma, quella di Pisa. Quasi non valeva la pena raccontarla.

*Africa Insieme
**Laboratorio delle disobbedienze «Rebeldia» Pisa