11 marzo 2004
Movimenti e sindaci del sud
Intervista a Tonino Pernadi Giuliano Santoro
A causa delle guerre e dellincertezza economica, sono finite la sbornia individualistica e la fede nel mercato che hanno caratterizzato il ventennio finale del secolo scorso. Così Ilvo Diamanti qualche settimana fa annunciava il ritorno della fiducia nel «pubblico» e la crescita della partecipazione. Una partecipazione che Roberto Biorcio [Carta n.6] ha descritto come «reazione delle comunità alle invasioni» e come «importanza esemplare del fare», antidoto alla frustrazione generata dalla crisi. Lo stesso Ilvo Diamanti [Carta n.7], ha spiegato come la partecipazione sia «una risposta alla solitudine e alle paure globali»: nel 2003, il 54 per cento degli italiani ha preso parte a «manifestazioni politiche», e più dell80 per cento ha partecipato a reti sociali o del volontariato. Due settimane fa, poi, nel suo editoriale domenicale sulla Repubblica, Diamanti ha ribadito il concetto: «Dopo vent'anni di infatuazione verso il privato, gli italiani tornano ad apprezzare il pubblico». Chiarendo però che ciò avviene «solo per disperazione»: «Può crescere, durare, se non la passione, almeno la fiducia, quando nasce dalla disperazione?», si chiede Diamanti. Di questi argomenti parliamo con Tonino Perna, che insegna sociologia economica alluniversità di Messina e economia alla facoltà di architettura di Reggio Calabria. Oltre ad essere presidente del Parco nazionale dellAspromonte, dove sperimenta interessanti forme di cooperazione e di tutela dellambiente, Perna ha scritto diversi saggi, fra cui «Mercanti imprenditori consumatori» [Angeli, 1984], «Lo sviluppo insostenibile» [Liguori, 1994, sulla questione meridionale], e «Fair trade» [Bollati Boringhieri, 1998]. È anche fondatore della ong Cric, attiva in Bosnia, Albania, Medio Oriente, Eritrea, America latina.
È realistico, il quadro disegnato da Diamanti e da Biorcio?
I dati di cui parla Diamanti sono verosimili. Però bisogna fare attenzione. Innanzitutto, bisogna vedere se si parla di breve o medio periodo, perché ormai le sensibilità cambiano velocemente. Credo che sia caduto il mito dellimpresa soprattutto al nord, dove si chiede«più stato» come reazione alla crisi strutturale. Il settentrione risente soprattutto della concorrenza nel mercato globale. Cina e India sono entrate nella globalizzazione, e questo produce effetti negativi sulle imprese del nord. Inoltre, bisogna tenere presente che per la prima volta non possiamo svalutare la nostra moneta. Non si può più uscire dalla crisi, come si è sempre fatto, indebolendo la lira per renderci più competitivi, scaricando il costo della crisi sul potere dacquisto degli italiani.Al Sud la situazione è diversa. Esiste una micro-impresa drogata, che nasce grazie al contributo di carrozzoni come «Sviluppo Italia». Sono imprese che durano fino a quando ci sono i finanziamenti, poi scompaiono. Si ricorre allimpresa, ma non al mercato. Perché è ancora la classe politica ad avere legemonia sui fondi, a riprodursi grazie al meccanismo dei finanziamenti. Il Ponte sullo Stretto fa comodo perché fanno comodo nuovi investimenti, magari altri soldi da spartirsi. Ma, per parlare di impresa, per «essere imprenditori», ci vogliono capacità che, nonostante i corsi di formazione e gli aiuti statali, nel meridione non ci sono mai state.
La crisi colpisce, ad esempio, la Ciappazzi [unazienda siciliana che produce bibite, ndr.], perché era stata acquistata da Parmalat, ma si tratta di casi isolati.
Dunque, il mito dellimpresa si sposta nel meridione?
Al contrario. Il giovane meridionale ha sempre cercato un posto di lavoro pubblico perché non ha mai creduto nel mercato. Oggi ci crede solo perché riceve dei soldi, è la saggezza storica meridionale dellarrangiarsi. Vuol dire anche che è finita lepoca delle grandi industrie.
Diamanti dà una lettura unitaria, io credo invece che il paese è diviso in due parti, con caratteristiche diverse.
Nella provincia di Vicenza fino a pochi anni fa cera unazienda ogni due abitanti. Un modello di sviluppo che è stato messo in crisi dalla globalizzazione. Il settore delle scarpe nelle Marche o quello del tessile, ad esempio, è in crisi. Resistono solo le produzioni di lusso, che però non hanno un grosso peso sullandamento delleconomia. È la fine del capitalismo molecolare, della cultura dellimpresa. La mobilità sociale degli anni precedenti è finita. E si moltiplicano i conflitti sociali.
Al contrario, il tasso di mortalità dellimpresa al sud è altissimo. Il meridione è fuori dalla dimensione globale dei mercati. Concorre solo allundici per cento della produzione nazionale, ma ha il 37 per cento degli abitanti.
Fino a quando può durare questo paradosso?
Ancora per poco. Come dicevo prima, il meccanismo è perverso: il ceto politico meridionale si riproduce attraverso la distribuzione di denaro. Tuttavia i tagli al Mezzogiorno previsti dal «federalismo», e lallargamento a 25 stati dellUe, che aumenterà il numero dei pretendenti lasciando invariati i fondi da distribuire, porteranno alla crisi di questo modello.Quindi il sistema di potere, che non è caduto negli anni scorsi, potrebbe cadere ora.
Senzaltro, quando le risorse pubbliche saranno ridotte si aprirà un conflitto tra il ceto politico e la popolazione. Dieci anni fa, nel mio libro «Lo sviluppo insostenibile», scrissi che nel Sud tra il 1951 e il 1971 sono fallite 114 mila imprese. Quindi, in questo caso sì, cè una sfiducia endemica nei confronti del mercato. Quanto alla spesa pubblica, guardiamo alla sanità, che assorbe la metà del bilancio delle regioni. In questi giorni chiudono tanti ospedali. È un segnale preciso.
Si apre uno spazio per i nuovi movimenti?
Francamente, al Sud non vedo nuovi movimenti sociali. La rivolta di Scanzano Jonico è stata importante. Ha significato che esiste una coscienza diffusa sulla salute: gran parte delle mobilitazioni sono legate a inceneritori, rifiuti, centrali termoelettriche. Ma, nonostante le importanti manifestazioni per la pace, si tratta di movimenti difensivi, non possiamo definirli «nuovi». Ci sono però le condizioni perché i nuovi movimenti nascano. E i municipi svolgeranno un ruolo importante. Perché i sindaci sono diversi dal ceto politico tradizionale.
Soprattutto nei piccoli centri, i cittadini li tallonano, li controllano passo dopo passo. Penso alla Rete del Nuovo Municipio, allAssociazione nazionale dei comuni dei parchi. Il terreno della democrazia è quello dei municipi. Per le elezioni regionali calabresi del 2005, associazioni, riviste e centri studi hanno promosso una carovana che attraverserà la regione e raccoglierà i punti per il programma del futuro presidente. Al primo punto della Carta dei principi cè il diritto alla qualità della vita.A proposito di Calabria, che ruolo hanno le università nello scenario che si sta per aprire?
Adesso ci sono tre università. La prima è stata quella di Cosenza, trentanni fa. È un fatto strategico, gli atenei sono un patrimonio, pure se risentono di burocrazia e clientele. Anche qui, il rischio è che i soldi finiscano. Con la riforma Moratti si torna indietro, e a farne le spese sono gli studenti.