04 dicembre 2003

Tra le valli e le Olimpiadi invernali

di Massimo Gnone

La storia che Pragelato racconta non è [soltanto] quella delle Olimpiadi invernali del 2006, che qui, come in altri piccoli e grandi comuni della provincia di Torino, hanno inaugurato i loro primi cantieri. Si tratta di una vicenda che richiede una traduzione, che i grandi media e gli uffici stampa non sono quasi mai disposti ad ascoltare: a 1524 metri di quota nell’alta Val Chisone, Pragelato parla rumeno. Non se ne accorge il Comitato Olimpico, che nel suo sito web non ne fa cenno, eppure i cittadini rumeni hanno ormai superato il 13 per cento della popolazione, facendo della loro comunità la prima e unica presenza migrante del comune. «Sono 71 su 545», precisa il sindaco Valter Marin, 49 anni, libero professionista nel settore dell’edilizia. Tutti «regolari»? «È tutto abbastanza sotto controllo», assicura il primo cittadino.
«Sono molti di più, forse duecento - precisa Dobrita Coca, 48 anni, emigrata dalla Romania e in Italia dal 1998 - La presenza di così tanti rumeni è dovuta alle recenti facilitazioni nell’ottenere il visto turistico di tre mesi». La signora Coca, che oggi lavora in un albergo della frazione La Ruà, racconta così il suo arrivo a Pragelato: «Siamo originari di Iasi, nel nord della Romania. Mio marito, che fa l’elettricista, era già qui dal 1995: è stato uno dei primi, io l’ho raggiunto nel 1998 con mio figlio, che adesso ha 21 anni. All’inizio non è stato facile, la gente di qua è abbastanza chiusa, diffidente, poi ha visto che i rumeni volevano soltanto lavorare e tutto è andato molto meglio. Mi trovo bene. Per la religione vado alla chiesa cattolica, non c’è molta differenza, e anche il prete mi ha detto che non c’è problema».
A Pragelato vivono una quarantina di famiglie rumene «regolarmente» residenti: 23 donne e 48 uomini, alcuni dei quali aspettano ancora il ricongiungimento familiare. A metà degli anni novanta, racconta il sindaco, «c’era una carenza di personale per la manovalanza nelle piccole imprese edili, nella ristorazione e nell’artigianato». I rumeni, continua Marin, «lavorano nei settori in cui è più difficile trovare personale locale. Ormai il 50 per cento della manodopera nei cantieri è rumena». Anche nei cantieri olimpici? «I rumeni residenti a Pragelato non lavorano là. È soprattutto manodopera italiana, meridionale. L’esplosione si avrà nel 2004, con il cantiere per la pista di fondo e lungo la strada statale». Arriveranno nuovi rumeni? «A noi interessa che sia gente che lavora… Come amministrazione siamo stati molto chiari: totale disponibilità e totale collaborazione, ma attraverso regole di reciproco rispetto».

Trentuno scolari, quindici rumeni

Andiamo al cantiere olimpico, chiediamo quanti sono gli stranieri che ci lavorano. Il capocantiere non può rispondere: serve il permesso dell’Agenzia Torino 2006. Intanto passa un gruppetto di operai; chiacchierano fra loro, non in italiano.
Nella piccola scuola elementare di Pragelato in cinque anni il numero degli allievi è raddoppiato e sui trentuno allievi di oggi quindici sono rumeni. È la loro presenza a salvare la scuola? «No, i numeri erano sufficienti - risponde Grazia Clapier, da vent’anni insegnante a Pragelato - ma con i progetti interculturali che abbiamo sviluppato la vita scolastica si è arricchita. Il rapporto è stato da subito molto buono: anche grazie alla scuola è cresciuta la voglia di inserirsi nella vita del paese».
Per i giovani rumeni il sindaco ha il suo piano a cinque cerchi [olimpici] che ha molto a che fare con il cantiere aperto a Pragelato. «Nella disciplina del salto con gli sci – sostiene Marin - non c’è il campione di riferimento: da dove si possono prendere i nuovi atleti? Dai rumeni e dai figli degli operai delle industrie della pianura: hanno meno possibilità economiche, sono meno viziati. Io lo associo ai brasiliani che son poveri, il pallone lo fanno di carta e se ne innamorano. Per questo diventano dei grandi campioni. Se riesci a farli appassionare hanno delle motivazioni ben più forti di quelle che vivono sul posto».
È giorno di Eid El Fitr, si festeggia la fine del Ramadan. L’appuntamento è in moschea, ma «solo per pregare». Sembra tautologico - cosa si fa in una moschea se non pregare? - eppure lo ripetono più volte i fedeli raccolti al centro islamico di Torre Pellice, quattromila abitanti nelle valli del torinese, sessanta chilometri da Pragelato e futura sede degli allenamenti olimpici di hockey su ghiaccio [è in costruzione un imponente palazzo del ghiaccio]. La moschea è stata inaugurata a primavera, con rappresentanti delle istituzioni politiche e religiose e giornalisti attirati dalla notizia di una moschea in una città così piccola. Oggi, anche per volontà degli stessi frequentatori, la sua presenza è quasi ignorata. Non ci tengono, alla pubblicità, da queste parti: Carmagnola e il suo imam, espulso una settimana fa con provvedimento ministeriale per «turbativa dell’ordine pubblico e pericolo per la sicurezza dello Stato», sono troppo vicini.

La moschea di Torre Pellice

Sulla porta, un adesivo con i colori della bandiera della pace. Mi tolgo le scarpe e siedo per terra. La moschea è un grande stanzone illuminato dai neon e bordato di un tessuto blu con motivi geometrici. Per terra sono stesi alcuni tappeti e sulla parete è appoggiato uno scaffale con i libri sacri del Corano, in arabo. Sul retro, una stanza per le abluzioni. Un uomo con la barba bianca si inginocchia, recitando la preghiera rivolto a sudovest. Una alla volta, lentamente, entrano altre persone, sei in tutto.
Il primo che si avvicina al mio angolo è Mohammed Essadi, quarantacinque anni, da dieci in Italia. Parla sottovoce con un sorriso simpatico e gli occhi sgranati: «Ci troviamo per pregare – insiste – niente politica, ma non è un obbligo venire qui, un buon musulmano può pregare a casa o sul posto di lavoro, e solo se ne ha tempo viene qui». Sono soprattutto marocchini, i fedeli della moschea di Torre Pellice, dove 61 sono i residenti con cittadinanza marocchina sui 4631 abitanti del comune.
«Oggi siamo in pochi, perché è la fine di Ramadan e gli altri forse sono andati da altre parti - continua Essadi - Non c’è un numero fisso di persone che frequenta la moschea, arrivano da Torre Pellice, ma anche da Luserna e alcuni da Pinerolo, ma è tutta da gente che conosciamo, nessuno viene da fuori. La moschea è aperta tutti i giorni, ma soltanto il venerdì abbiamo un imam, per il resto siamo autonomi». E Torre Pellice? «Va bene, non c’è nessun problema, l’Islam dice che bisogna rispettare gli altri e le altre religioni». È lo stesso Essadi che si infila una tunica rossa e inizia a pregare a voce alta, gli altri sono in piedi davanti a lui e ripetono le sue parole. A Torre Pellice la convivenza fra diverse confessioni religiose è la norma. Cattolici, valdesi, avventisti, Chiesa dei Fratelli… la lista è lunga. L’immigrazione, ormai pluridecennale [i primi marocchini sono arrivati vent’anni fa], ha fatto il resto. Più a valle, nei comuni di Luserna San Giovanni, Barge e Bagnolo, è la comunità cinese a riempire le strade, e le cave di pietra, arrivando nel caso di Bagnolo a superare ampiamente il 10 per cento della popolazione.