22 gennaio 2004

Dis-occupazione

di Antonio Bove

Coordinamento per i diritti sociali». Lo striscione attira inevitabilmente l’attenzione dei numerosi passanti, sulla trafficata via Rosaroll.
Anche perché campeggia in bella vista accanto a un altro striscione, antico, quello del Movimento di Lotta per il lavoro, con tanto di illustrazione di un uomo che con la lancia della lotta infilza il drago: «padroni e governo». È lo striscione che a Napoli ha accompagnato per anni le lotte dei senza lavoro, per poi finire dentro l’ondata «altermondialista», da Napoli a Genova e oltre.
Via Cesare Rosaroll è a due passi dalla pretura, a quattro dalla stazione centrale. Nel cuore di Napoli, da qualche giorno, esiste un nuovo centro sociale, occupato dal Movimento di Lotta per il lavoro, un evento che entra dritto nella vita politica della città.
L’edificio era un obitorio, poi abbandonato e destinato a deposito di stoccaggio di buste per la spazzatura. Un edificio grandissimo nascosto alla città per anni da lamiere contorte, pieno zeppo di rifiuti e dimenticato da tutti. Non dai disoccupati napoletani, però, che a pochi metri, a Pontenuovo, hanno una sede storica. Per mesi hanno valutato l’ipotesi, sondato il terreno, immaginato cosa farci, poi sono passati all’azione.
La mattina del 7 gennaio scorso, un gruppo è entrato nell’ex obitorio. Il resto degli occupanti è arrivato poco dopo, da un presidio che il coordinamento teneva a poche centinaia di metri dal neonato centro sociale.
Un’«area assemblee» che può raccogliere centinaia di persone, uffici, servizi igienici, un giardino interno, un colonnato in stile neoclassico che si apre sulla strada. Una struttura bella e grande. Dalla prima ora è partita la corsa alla ristrutturazione dell’ex deposito di buste per la «monnezza». La vitalità di questo pezzo di città antagonista, cresciuta per strada con le lotte, anche durissime, è stata subito salutare per questo posto abbandonato. Riallacciata la luce, ripristinati chissà come i servizi igienici, ripuliti gli ambienti interni da una quantità enorme di rifiuti. A pochi giorni dall’occupazione il nuovo centro sociale è un luogo vivo.

I disoccupati con i tranvieri

I militanti si affollano per presidiare il nuovo spazio, di giorno ma non solo: decine di uomini e donne passano la notte all’interno del centro sociale, tra una sigaretta e quattro chiacchiere al freddo.
«Lo dovevamo fare, ci pensavamo da tempo». Paola è una militante di lungo corso, sperimentata tra occupazioni, cortei e interminabili riunioni: altrove sarebbe una dirigente, qui in mezzo è solo una tra gli altri. «Questo spazio ci permette di fare un salto di qualità», dice.
Effettivamente, quello che incuriosisce è il percorso che il Coordinamento di lotta per il Lavoro ha fatto per arrivare a questa occupazione, fino a rischiare su un tema molto ampio, quei «diritti sociali» da più parti presi a sberle e dei quali il diritto al lavoro è una parte. «Il movimento di lotta per il lavoro non è un organismo che fa vertenze - mentre Gino parla con noi, i compagni, intorno, fanno cenni di assenso con la testa - Noi siamo un movimento politico, e lo abbiamo dimostrato più volte».
A guardare la storia degli ultimi anni, è innegabile il cambiamento che il movimento ha avuto. Perché se è vero che semplice «lista per il lavoro» il Coordinamento non lo è mai stato, è anche vero che serviva un passo grande, uno sprint, per far capire a tutta la città il senso completo della vicenda.
Dentro il «movimento dei movimenti» fin dal primo momento, in prima linea contro tutte le guerre, al fianco di studenti, immigrati e lavoratori. Memorabili i presidi e i picchettaggi a sostegno degli scioperi di chi, invece, un lavoro ce l’ha, come all’Ansaldo, nel 1999, o ultimamente per lo sciopero degli autoferrotranvieri. Insomma una storia ben più complessa della semplice rivendicazione, pur sacrosanta, di un posto di lavoro, di garanzie e diritti. Oggi si tenta una strada nuova.
«Questa occupazione nasce da tre esigenze - ci dice Salvatore - Una è sicuramente quella di avere uno spazio nostro, dato che la sede avevamo sempre dovuto pagarcela. L’altra è quella di fare un lavoro politico e sociale in questo quartiere. Poi avevamo il bisogno di un luogo in cui intrecciare la nostra attività con quella di altri settori del movimento».
Così, il centro sociale, appena ripulito, è già oggetto di una serie di progetti, per essere restituito al quartiere e alla città. Accanto ai lavori di ristrutturazione, che i disoccupati portano avanti in assoluta autonomia, autofinanziandosi, sono in cantiere alcune idee, come lo sportello migranti, un ambulatorio popolare. «Vogliamo essere un luogo di aggregazione per il quartiere e poi rivolgerci alla città», dicono loro.
Messi da parte gli entusiasmi degli inizi, è possibile dire, comunque, che questa occupazione arriva al momento adatto, mentre in città la questione dei disoccupati si è fatta cupa, il dibattito a riguardo è infuocato. «Speriamo – spiega Patrizio – che adesso sia possibile fare un po’ di luce sulla nostra lotta, la gente a volte ci confonde con le liste».

Il Coordinamento e le «liste»

Tutti gli occupanti ci tengono a distinguere il loro coordinamento da altre liste di disoccupati, manovrate dal vecchio intreccio fra mazzieri fascisti e camorristi, la storia peggiore della città. Si tratta di operazioni di speculazione su chi il bisogno lo esprime davvero, da parte di ambienti che offrono ai disoccupati una compravendita dell’accesso a corsi di formazione ed assunzioni, sulle quali non hanno poi nessun potere. Accade quindi che mettano in piedi battaglie che, copiando slogan e iniziative del Coordinamento, puntano ad entrare nella partita politica cittadina. Questo produce, sulla stampa e nel dibattito cittadino, una confusione che danneggia il lavoro del neonato Coordinamento per i diritti sociali, che invece cerca un percorso del tutto differente.
«Noi il bisogno ce lo abbiamo addosso - ci tiene a puntualizzare Peppe - non siamo come quelli che i problemi li leggono soltanto nei libri. Perciò è giusto che ci gestiamo la nostra lotta». Già, la lotta. Lo slogan storico dei disoccupati napoletani è quel «non votare, lotta» che per anni ha occupato i muri della città, e segnalava una sfiducia – più che giustificata – verso la politica della rappresentanza.
Di questo parliamo con Gennaro, militante da anni, quattro figli, una moglie e quattrocento euro al mese. «Le lotte sono state
importanti. Io se aspettavo il collocamento diventavo prima vecchio. Invece con i sacrifici che abbiamo fatto e anche con le mobilitazioni dure di questi anni ci siamo conquistati uno spazio».
Qualche anno fa, la battaglia per i corsi di formazione. Nel 2001, dopo 21 giorni di occupazione ad oltranza delle sedi dei corsi, il
governo si impegna in accordo con la Regione a stanziare fondi per tremila posti. Anche questo provvedimento si rivela una bolla di sapone, però quelle lotte hanno mosso qualcosa.
L’ultima lotta è la mobilitazione durissima degli ultimi due anni, che ha costretto il governo a fare i conti con il problema, stanziando, d’accordo con i governi locali, nove milioni di euro per un progetto di formazione e assunzione che, dice Peppe De Cristofaro, segretario napoletano di Rifondazione comunista, che sta nella maggioranza che governa la regione Campania, «rappresenterà una svolta per i disoccupati ‘veri’ di questa città, per chi esprime un bisogno reale. Riuscire in questo progetto vuol dire fare passi da gigante su una questione che nessuno è mai riuscito ad affrontare».

«Il futuro del Sud siamo noi»

Quale che sia l’esito di questo progetto, per ora quello che è stato creato è uno spazio sociale nuovo. Gennaro è chiarissimo: «La prospettiva per il Sud? Siamo noi. Io penso che questo Coordinamento lo può diventare veramente. Se si riesce a capire che qui dentro c’è vita politica, e non chi elemosina gli spiccioli della formazione, che in questo Coordinamento c’è chi vuole cambiare tutta la società dal basso, allora facciamo un passo in avanti. Noi possiamo essere una prospettiva, perché siamo la dimostrazione che è possibileconquistare spazi e diritti, e che è possibile farlo con un percorso proprio, organizzandosi veramente a partire dai bisogni».
Il nuovo centro sociale brulica di persone e di idee, a testimonianza della vitalità della Napoli ribelle. L’energia è ben visibile sulla soglia del nuovo centro sociale, insieme a un certo orgoglio. Gennaro lo sa bene: «Io ho capito che a questi gli fai un favore se te ne vai, o se ti metti a fare i lavori sporchi, perché così non rompi le scatole. Oppure devi fare come quel disoccupato che qualche anno fa si è dato fuoco perché era disperato. No, io questo favore non glie lo faccio. Innanzi tutto resto qua, perché Eduardo che dice fujtevenne, scappate, non lo ascolto. Questa è casa mia e io resto qua».