22 gennaio 2004

Milano: le ragioni del buon selvaggio

di Emiliano Viccaro

Alla fine avevano ragione loro, i lavoratori autoferrotranvieri milanesi; quelli degli scioperi «selvaggi» e del «disprezzo nei confronti dei cittadini», secondo il ritornello di gran parte di stampa e tv. Li hanno dipinti come egoisti e avventurieri, incuranti del ruolo del servizio pubblico e ostili alle necessità degli utenti. Invece l’accordo di Milano, firmato da Cgil, Cisl e Uil, ha recuperato i 25 euro mensili mancanti nel contratto nazionale e dimostra non solo la giustezza delle rivendicazioni degli scioperi «selvaggi», ma apre anche la questione della democrazia sindacale e della costruzione di nuovi diritti.
Il Coordinamento nazionale di lotta [la rete di sindacati di base e gruppi auto-organizzati che ha già promosso lo sciopero del 9
gennaio] ha ribadito in un’assemblea, proprio a Milano, la volontà di riaprire la trattativa sul contratto nazionale. Per questa ragione, il Coordinamento ha indetto uno sciopero nazionale per il 26 gennaio, annunciando la presentazione di «una piattaforma rivendicativa per il rinnovo del contratto nazionale, scaduto il 31 dicembre 2003». L’«authority» di controllo che disciplina il diritto di sciopero ha già dichiarato «illegale» l’annunciata astensione dal lavoro.
Nel frattempo altre città, come Bologna, stanno raccogliendo il testimone dei lavoratori milanesi e si preparano ad allargare la protesta.

Chiediamo ad Enrico, 42 anni, da venti in Atm e iscritto alla Cgil, quale sia la morale di una vicenda che, per adesso, si è conclusa con un risultato parziale ma importante.
«Prima di tutto – racconta lui – occorre spiegare che questa storia nasce proprio a Milano perché qui, più che in altre città, si avverte pesantemente la perdita del potere d’acquisto dei salari. A questo va aggiunto il processo di frammentazione dei contratti e delle funzioni, che in questi anni ha consentito all’azienda di ottenere i tanto declamati attivi di bilancio, grazie al peggioramento delle condizioni di lavoro, all’esternalizzazione delle mansioni e alla contrazione delle retribuzioni. In questa situazione, il ruolo subordinato dei sindacati confederali, incapaci di cogliere il crescente malessere dei lavoratori, ha portato la situazione ad un livello esplosivo. Per la prima volta, i lavoratori si sono davvero auto-organizzati, al di là di qualsiasi collocazione politica e sindacale, mettendo al centro i loro interessi.
È stata una straordinaria avventura di democrazia non delegata, in cui la politica ha riscoperto il suo volto pulito, come espressione diretta dei bisogni sociali. L’azienda ha tentato la via del braccio di ferro senza sbocco, ma alla fine ha dovuto cedere sulle richieste di adeguamento salariale, le stesse di un mese prima, quando venivano giudicate «incompatibili con il bilancio della società».

Sembrava impossibile, agli occhi dei media, che in una città con un’azienda dei trasporti in attivo si potesse scatenare una rivolta così imponente...
Il fatto che l’Atm rivendicasse un bilancio finanziario positivo, ha rappresentato un’aggravante, dal punto di vista dei lavoratori. Infatti era come assistere impotenti alla messa in mostra di una torta ben guarnita, che altri si sarebbero spartita. Questo sentimento ha unito tutti settori produttivi dell’azienda, da quelli più «anziani» e garantiti come me, ai nuovi assunti con contratto di formazione, quelli che svolgono lo stesso tipo di mansione con una retribuzione inferiore e un livello di precarietà assoluto. Per molti di questi giovani si è trattato della prima esperienza di lotta, e hanno dimostrato una qualità di ragionamento e una capacità di organizzazione politica davvero incredibili. In pochi giorni, la paura e la timidezza di questi lavoratori ha lasciato il posto ad una generosità inaspettata.
Forse si tratta di una comparazione eccessiva, ma lo spirito che si è manifestato in queste settimane ha ricordato quelle attitudini, prima di tutto culturali, che da qualche anno caratterizzano le mobilitazioni del movimento per un'altra globalizazione, piuttosto che il movimento pacifista o le altre vicende di rivolta spontanea, sullo stile di Scanzano Jonico. In vasti strati della popolazione, forse, si sta affermando un nuovo immaginario che parla di partecipazione e diritti collettivi, per troppo tempo negati; il punto in comune di queste vicende, che ha funzionato anche da detonatore sociale, è stata la consapevolezza diffusa di non voler più delegare nulla di ciò che riguarda la propria esistenza e il proprio lavoro. Nel nostro caso, abbiamo constatato di persona l’assoluta inadempienza dei sindacati confederali nello svolgere la loro «missione» di difesa dei lavoratori.

Al di là delle rappresentazioni dei media, qual è stato il vostro rapporto con i cittadini milanesi?
Su questo punto è stata operata una vera e propria mistificazione, dipingendo una città ricattata dai ferrotranvieri, che venivano dipinti, strumentalmente, come in conflitto con gli utenti e i loro diritti. Personalmente, durante lo sciopero, ho registrato quasi lo stesso «abituale» livore che si esprime contro i servizi pubblici in un qualsiasi giorno feriale. Proprio in questi giorni, un sondaggio nazionale ha dimostrato che il 64 per cento degli italiani è solidale con la nostra protesta, mentre il 52 per cento del campione non auspica nessun tipo di sanzione, pur avendo sofferto le pene dell’inferno in questi giorni di traffico pubblico bloccato. I disagi sono stati evidentemente notevoli, come il comprensibile malumore di tanti cittadini, ma allo stesso tempo, per la prima volta, abbiamo sentito una grande comprensione per le ragioni della nostra lotta e, in alcuni casi, testimonianze dirette di appoggio e di solidarietà.
Con gli attivisti legati alle reti di precari e dei centri sociali abbiamo per esempio aperto un confronto politico, direi «programmatico», sulle nuove forme di tutela e di garanzia, in ambito metropolitano. Un momento importante di questa relazione si è concretizzato mercoledì 14 con un’assemblea pubblica, presso la sala della Provincia, in cui si sono confrontati le rappresentanze sindacali confederali, quelle di base, associazioni del terzo settore, forze politiche e le reti cittadine che organizzano ogni anno la «May day parade». Diciamo che si è trattato di un incontro interlocutorio, forse non all’altezza dell’effettiva potenzialità del momento, poco aperto alla scommessa di una ridefinizione dei diritti sociali in senso generale e non «corporativo». Di positivo c’è stata l’indizione, per il 24 gennaio prossimo, da parte dei settori dell’auto-organizzazione, di una manifestazione di solidarietà con la lotta dei ferrotranvieri e per l’apertura di una campagna cittadina sui «nuovi diritti metropolitani». Un appuntamento importante, che cercherà di connettere la difficile lotta di chi sta sfidando precettazioni e denunce penali, con i processi di precarizzazione degli altri settori produttivi, aziende dei servizi e della comunicazione in primis.

Qual è il significato principale di tutta questa vicenda?
Questa battaglia ci consegna un esito dal duplice significato. Dal punto di vista della singola vertenza, nonostante il coro ostile, dei media, hanno avuto la meglio le ragioni profonde dei lavoratori, in virtù di un coraggio e di un’unità politica straordinaria, che ha disorientato tanto i vertici dell’azienda, quanto quelli sindacali e delle forze politiche locali e nazionali. Un risultato che ha creato fiducia e convinzione in un settore da troppo tempo rassegnatoalle sconfitte o ai compromessi al ribasso.
Da un punto di vista generale, invece, questa vicenda segnala una crisi fortissima del liberismo nostrano e una proliferazione di conflitti sociali che, apparentemente diversi, riescono ad affermare nuove forme condivise di organizzazione politica, sociale e sindacale. Forse, si sta facendo strada una nuova idea di cittadinanza, di cui intravediamo per ora soltanto, alcune, promettenti avvisaglie.