23 settembre 2004

L'imperiatore
di E.V.

Tempi duri per gli spazi sociali occupati: un vento freddo di speculazione immobiliare e di privatizzazione soffia da nord a sud del paese; a Milano, a Roma, a Napoli, e in altre città vengono messe nel mirino esperienze di autogestione.
In questo caso, parliamo della città-feudo dell’ex ministro Scajola, Imperia, dove da quasi 15 anni (r)esiste un luogo di partecipazione che sembra presentarsi come un ossimoro inspiegabile, se si guarda al profilo sociale e politico della cittadina ligure. Si tratta del centro sociale La talpa e l’orologio, che ostinatamente continua ad agire nel cuore di un territorio storicamente difficile. Da queste parti, il passato parla democristiano (marginale è l’insediamento industriale ed operaio), e il presente è colorato dell’azzurro-incubo di Forza Italia. Recentemente, la coalizione di centrodestra ha riconquistato la guida della città, e gli elettori hanno consegnato un pesantissimo 46 per cento al partito di Berlusconi, che in questo modo, e nella stessa giornata, ha invertito clamorosamente la sconfitta dell’elezioni europee (29 per cento).

Ora la proprietà dell’immobile dell’edificio in cui abita la Talpa, un importante istituto di credito nazionale, ha chiesto lo sgombero dell’edificio. Marco Beltrami, figura storica del centro sociale, racconta: ”All’inizio di quest’anno, Unicredit ha avviato una ristrutturazione interna, affidando ad una immobiliare il compito di gestire i beni da capitalizzare. Tra questi, c’è l’edificio di viale Matteotti, che la banca vorrebbe vendere al più presto. Uno scoglio imprevisto, per l’operazione, è rappresentato dal fatto che nell’immobile vi sono anche gli uffici del collocamento, dati in affitto al comune. La proprietà ha deciso di fare causa all’amministrazione per tornare in possesso del palazzo, e il primo pronunciamento del tribunale ha accolto la richiesta di sfratto”.

Qual è l'esperienza sociale che rischia di sparire con lo sgombero? Marco riannoda i fili di una storia che inizia nel 1990: “Il centro sociale nacque sull’onda del movimento della Pantera del 1990; furono i collettivi medi e universitari di Imperia ad organizzare l’occupazione. Nel 1991 siamo stati in prima fila nelle mobilitazioni contro la prima guerra del Golfo e nella promozione dei comitati cittadini. Negli anni seguenti, abbiamo deciso di sviluppare le nostre attività in modo da farne la sperimentazione concreta di un’idea nuova di spazio pubblico e di partecipazione. Attualmente, nei tre piani della nostra occupazione abbiamo organizzato uno spazio sociale e culturale, la sede dell’unica bottega del commercio equo presente in città, un centro di documentazione, una serie vengono usati da molte associazioni, da ollettivi e compagnie teatrali assetati di luoghi d’incontro”.

Questa vicenda nel tempo ha incontrato reti sociali e politiche più ampie, in particolare quelle che genericamente possiamo definire “disobbedienti”, nelle città del nord-ovest: Genova, Torino, Milano e tante altre.Continua Marco: “L’11 e il 12 settembre c’è stato un incontro tra tutte queste realtà del nord-ovest, una specie di ‘jam session’ collettiva, che ha fatto un bilancio e una ricognizione delle diverse esperienze di autogestione. Ebbene, la riflessione si è concentrata proprio sulla trasformazione dei nostri spazi da luoghi di resistenza ad esperienze di spazio pubblico, che ormai ‘offrono’ all’intera città beni, servizi (materiali e immateriali), formazione, produzione culturale. Basta pensare alle ultime esperienze, come quella del Laboratorio Buridda di Genova, concepito da subito come spazio di sperimentazione di nuova democrazia e partecipazione. Insomma, si tratta di ragionare sulle prospettive della cittadinanza, sui nuovi diritti sociali e sulla costruzione di comunità ‘altre’, inclusive e solidali. Questa è una tendenza che ormai attraversa tutti i nodi della società civile: dalle camere del lavoro alle associazioni, dai movimenti più radicali alla parte di volontariato più attenta e non arruolata”.

Questa riflessione, a partire dalla emergenza specifica di Imperia, ha prodotto tre tipi di azione comune. Spiega Marco: “In primo luogo, abbiamo deciso di immaginare una risposta collettiva al problema delle occupazioni, una sorta di ‘mutuo soccorso’ che sappia innovare le forme di resistenza, dedicandoci di più alla comunicazione, ai linguaggi e alla costruzione di relazioni. In secondo luogo, vorremmo promuovere in autunno un grande appuntamento pubblico, proprio attorno al tema dello spazio pubblico e dell’autogoverno. Infine, stiamo pensando ad una sorta di ‘Agenzia di rete’ che elabori strategie comuni sulla questione delle risorse e dei progetti e, su questi temi, apra una serie di vertenze con le istituzioni locali, nazionali ed europee”.
Questa ricerca di nuovi modi di comunicare ha prodotto l’idea della lettera aperta alla direzione dell’Unicredit, che ha spiazzato i poteri locali, già pronti ad utilizzare il terreno “militare” come solo strumento di confronto.

“Leggendo attentamente il Bilancio sociale della banca – continua Marco – abbiamo scoperto, nella sezione ‘Identita’ aziendale’, alcune pagine dedicate a ‘Mission, valori e comportamenti guida’. Si parla di ‘valore sociale’ dell’impresa e di ‘circuito virtuoso’ tra questa e la società nel suo insieme. E così abbiamo deciso di far uscire allo scoperto la proprietà, sfidandola sul terreno della valorizzazione sociale prodotta da 14 anni di autogestione, cioè dalla passione, dalle intelligenze e dai progetti di migliaia di cittadini. Un valore riconosciuto persino dall’amministrazione di centrodestra, che ha proposto la costituzione di un tavolo tecnico per la salvaguardia della nostra esperienza. Il fatto importante è che questo appello pubblico è già stato sottoscritto da numerosi esponenti politici, amministratori locali, associazioni e attivisti della società civile. Ora aspettiamo con fiducia le risposte del vertice della banca. Nel frattempo – conclude Marco – ci prepariamo a resistere”.

 

Prove di sgombero

In tutta Italia, sono numerosi gli spazi sociali e abitativi occupati a rischio di sgombero. A Milano, l’emergenza riguarda il del Deposito Bulk, il centro sociale occupato dal 1997. Il 3 giugno scorso la magistratura ha ordinato il sequestro dello spazio, riconoscendo, però, nella stessa ordinanza, l’importanza sociale e culturale del centro. A Roma, il Laboratorio Astra, da un anno e mezzo luogo di sperimentazione culturale e di partecipazione politica, attende da un giorno all’altro lo sgombero violento. Una grande mobilitazione sta coinvolgendo amministratori locali, associazioni e artisti contro l’arroganza di De Laurentis, proprietario dell’ex cinema. A Napoli, lo spazio sociale Cerriglio, dopo dieci anni di attività, rischia la chiusura. “Il proprietario dello spazio- si legge in un comunicato – vuole farne un deposito di carte e fascicoli, spazzando via progetti e relazioni sociali vissute in primo luogo da chi abita il quartiere”.