5 febbraio 2004

L'Africa abbandonata. Al tiburtino

Una vera e propria città creativa che, oltre agli spettacoli, ospita mostre di fotografia, esposizioni d’arte e una nutrita sezione delle scuole della capitale». Iniziava così la presentazione di «Enzimi 2001», il festival itinerante che ogni anno il comune di Roma organizza nell’ambito dell’Estate romana. Fino a tre anni fa, la manifestazione fu ospitata negli edifici abbandonati, di proprietà di Trenitalia, sotto ponte Lanciani, nell’area che si trova tra la stazione Tiburtina, la tangenziale est e via dei Monti Tiburtini. Un simbolo della città «creativa e giovanile» tanto cara al sindaco Veltroni. Nel giro di due anni, le luci e i suoni di quei giorni si sono trasformati in un panorama desolante.
Ormai è noto come «Hotel Africa», il complesso di tre edifici in cui vivono, o meglio sopravvivono, quasi 400 tra rifugiati politici e richiedenti asilo, all’interno del cantiere che sta trasformando la stazione Tiburtina nel più grande snodo ferroviario italiano. L’area, vista dall’alto, assomiglia ad un fortino assediato: ogni giorno, ruspe e bulldozer spianano il terreno, preparando l’ultimo «assalto», che culminerà con lo sgombero previsto a fine marzo. I migranti provengono da diversi paesi africani, e in particolare da Liberia, Etiopia, Eritrea, Sudan e Ciad, accomunati da guerre civili sanguinose, più o meno recenti. Soltanto nell’estate scorsa, questo luogo invisibile si è rivelato agli occhi dell’opinione pubblica, grazie all’intervento di Medici senza frontiere, l’associazione umanitaria impegnata in missioni di assistenza e soccorso delle popolazioni civili di mezzo mondo.
Andrea Felappi è un volontario dell’associazione e ci accompagna nella terra di nessuno: «La scoperta nasce per caso: ad agosto dello scorso anno, un migrante, beneficiario di un nostro progetto di assistenza in Sicilia, decide di trasferirsi a Roma e ci invita a visitare una ‘casa’ particolare, abitata da tantissimi suoi connazionali, anch’essi fuggiti da guerre e povertà. Lo seguiamo sul posto e scopriamo tre palazzine occupate da quasi 500 immigrati e rom, quasi tutti richiedenti asilo, quindi non ‘clandestini’. Una comunità costretta a vivere in condizioni igieniche inimmaginabili anche per un paese delsud del mondo, senza acqua, energia elettrica, riscaldamento e servizi sanitari».

Legno, lamiera e plastica

L’edificio più grande ha l’aspetto di un vecchio carcere, come quelli dei film d’azione americani: ai lati, due lunghi ballatoi, occupati da piccole «stanze» costruite alla meno peggio con ogni tipo di materiale di risulta [legno, lamiere, plastica]. Al centro e per tutta la lunghezza dell’ex magazzino, un ampio corridoio fammezzato da alcuni gabbiotti adibiti a bar o piccolo spaccio alimentare. La temperatura all’interno, di questi tempi, è di qualche grado sopra lo zero; i locali, malgrado l’assenza di qualsiai servizio esterno, mantengono un decoro e una pulizia dignitosi.
L’associazione si pone due obiettivi immediati: uno standard minimo di accoglienza nel breve periodo, e, in prospettiva, una assistenza sociale e abitativa conforme allo status giuridico degli occupanti. «Fin da subito – continua Andrea – ci siamo scontrati con le rigidità burocratiche delle parti in gioco, la proprietà [Rete ferrovie italiane] e il comune di Roma [l’assessorato alle politiche sociali], ambedue inflessibili nel rifiutare qualsiasi responsabilità sulla gestione dell’area. In questa durissima situazione, abbiamo ottenuto un intervento minimo della Protezione civile, che ha installato dieci bagni chimici, collegati alla rete fognaria soltanto due mesi dopo la consegna».
In vista del freddo invernale, Amnesty international, in via del tutto eccezionale, ha garantito una quantità significativa di coperte e indumenti. Per il resto, nulla si muove dal comune di Roma, neanche per il servizio di raccolta della spazzatura; a tutt’oggi, quintali di immondizia circondano le entrate degli edifici, con rischi gravissimi per la salute degli abitanti. «Di fatto- continua Andrea - Medici senza frontiere rappresenta l’unica organizzazione presente con continuità, qui, con un monitoraggio medico e offrendo un orientamento socio-sanitario. Inoltre, disponiamo di una consulenza legale e promuoviamo gruppi di autoaiuto fra le donne».
All’inizio di dicembre 2003, la questura ordina lo sgombero della palazzina occupata dalle famiglie rom, circa cento persone, provenienti anch’esse da zone di guerra. Molti, soprattutto di origine rumena, sono stati rimpatriati con voli diretti, gli altri abbandonati in mezzo alla strada. «Un atto formalmente illegittimo – continua Andrea - visto che la normativa sui richiedenti asilo prevede l’ospitalità del rifugiato in un centro di accoglienza, in attesa del permesso di soggiorno, e la concessione di un contributo di 17 euro al giorno, per un periodo di 45 giorni. Il problema è che, per il rilascio del permesso di soggiorno, si aspetta fino a dodici mesi e oltre. Formalmente, esisterebbe il Programma nazionale asilo [Pna], una rete di centri d’accoglienza per migranti, che però riesce a garantire l’ospitalità a meno del dieci per cento dei richiedenti. Per la legge italiana, i richiedenti asilo non possono lavorare. Quindi, per sopravvivere, molti di loro decidono di raggiungere le campagne meridionali per lavorare come stagionali, in nero e sottopagati. Terminata la stagione, quasi tutti partono verso le grandi città, alla ricerca di migliori possibilità di vita».
Osam è sudanese, ha ventotto anni, e ha lasciato il suo paese d’origine per fuggire dalla guerra. Come la maggior parte degli altri occupanti è arrivato a Siracusa sette mesi fa, affrontando un viaggio impossibile per mare, su un’imbarcazione di fortuna, che gli è costato alcune migliaia di dollari. «Appena sbarcato in Sicilia – racconta – ho fatto domanda per l’asilo politico e, in attesa della risposta, ho trovato un lavoro nei campi, vicino Siracusa. A Darfour [capitale del Sudan, ndr] ho lasciato la mia famiglia in piena guerra civile tra forze governative e ribelli. Appena finirà la guerra, tornerò da loro». Arrivato a Roma quattro mesi fa, Osam incontra altri suoi connazionali che lo ospitano all’«Hotel Africa»: «All’inizio è stato tremendo, soprattutto per il freddo e la mancanza di acqua. In breve tempo, però, ci siamo organizzati, rendendo un po’ più dignitosi questi spazi.
Ora abbiamo un generatore per la corrente, un luogo per il ristoro, una piccola moschea e, grazie all’aiuto di Msf, qualche servizio sanitario. Ci aspettavamo qualcosa di più da chi governa la città – conclude Osam - visto che siamo tutti rifugiati politici. I nostri bambini, ad esempio, non possono andare a scuola come invece prevede la legge».
L’Italia è l’unico paese europeo che non si è dotato di una legge organica in tema di asilo politico, avendo soltanto ratificato la convenzione del 1951 sui rifugiati, che non prevede dispositivi di assistenza efficaci. «Nell’ultimo anno – spiega Andrea – insieme ad Amnesty International e Ics abbiamo promosso una campagna sul diritto d’asilo, per spingere il governo italiano ad un’assunzione di responsabilità. La legge Bossi-Fini, chiaramente, non ha accolto la sostanza delle nostre proposte, introducendo solamente due articoli sul diritto d’asilo che non prevedono nulla di concreto. E pensare che la questione rifugiati in Italia, se comparata con le dimensioni europee, è di gran lunga la meno problematica: in media, ogni anno, riceviamo 10 mila domande d’asilo, mentre in Inghilterra sono circa 120 mila. La stessa Irlanda, assimilabile per composizione sociale e economica al nostro paese, garantisce un centro d’accoglienza per ogni cittadino che richieda l’asilo politico».

I comboniani e Action

Sulle responsabilità politiche del comune, Andrea è netto: «Da parte dell’amministrazione, attraverso l’assessore alle politiche sociali Raffaella Milano, sono arrivate parole di circostanza che stridono con la sensibilità e capacità di intervento dimostrati in altre occasioni: si parla di ‘vicenda complessa’, di ‘una città che presenta tante emergenze, anche di cittadini italiani…’, di ‘sgombero già evitato a novembre’, e via su questo tenore, in una sorta di indifferenza irresponsabile».
Il 17 aprile prossimo, il comune di Roma organizzerà una manifestazione dal titolo «RomAfrica», che, come ha dichiarato il sindaco alla presentazione, «sarà la prima grande manifestazione in occidente sulle problematiche del continente africano». Qualche dubbio ce l’hanno i missionari comboniani, che diserteranno l’evento se nel frattempo non verrà risolta «la drammatica situazione dei cittadini africani della nostra città».
In attesa di un sussulto di umanità del governo cittadino, alcune reti di movimento e associazioni di volontariato hanno preso contatto con Msf e con le comunità dei profughi, per portare aiuto materiale e sostegno politico. In occasione della giornata europea contro i Cpt, di sabato scorso, attivisti di Action, con un’azione simbolica al centro di Roma, hanno ricordato a tutta la città le condizioni di vita di un pezzo d’Africa abbandonata. Veltroni ascolterà?