10 aprile 2003

Le mele, le pere e gli ultras
di Valerio Marchi

Da sempre le maestre raccomandano ai propri alunni, alle prese con i primi rudimenti matematici, di non sommare pere e mele. Ovvero di non confondere entità differenti. è questa una piccola regola aurea che non s'applica soltanto all'aritmetica delle scuole elementari ma ad un campo di argomenti, temi e soggetti, che va in pratica a coprire l'insieme dei rapporti umani e sociali. Beh, come dire? Sembrerebbe appunto elementare, ma in realtà lo è meno di quanto si possa pensare. Un tipico esempio di [mancata] applicazione di questa regola l'abbiamo infatti avuto sotto gli occhi venerdì scorso, con il corteo contro la repressione organizzato a Roma da gruppi di curva di varie parti d'Italia. Le mele e le pere, in questo caso, sono state rappresentate dalle caratteristiche del conflitto politico-ideologico e dalla natura impolitica della cultura ultras.

La contaminazione tra queste due differenti sfere provoca invariabilmente confusione e danni di vario genere, soprattutto perché la preminenza, la consapevolezza, la progettualità della dimensione politica finisce per contaminare ogni differente valenza, finisce per piegarla e ricondurla alle proprie istanze. Si possono, in questo senso, citare numerosi esempi: basti pensare a come tre bandiere con la croce celtica, o con il Che, risultino sufficienti per caratterizzare, agli occhi dei mass-media e dell'opinione pubblica, un'intera tifoseria come "di destra" o "di sinistra"; o come i gruppi di curva più apertamente politicizzati non vengano in definitiva analizzati anche per la propria politicizzazione, ma soltanto attraverso essa. O ancora, come l'allarme sociale e politico sulla crescita dell'intolleranza e della xenofobia in vasti settori sociali abbia trasformato la percezione dell'insulto di curva: negli anni '70 gli animati scambi di cortesie verbali tra veronesi e napoletani venivano sì condannati come atti di inciviltà, ma non percepiti come pericolosi segnali politici. Oggi, evidentemente, lo scenario è diverso.

Lo spettro del razzismo, rimosso e razionalizzato, ci torna contro come un boomerang nelle forme volgari e scomposte della cultura ultras. Il verso della scimmia ci terrorizza perché ci obbliga ad affrontare la vera natura del nostro modello di sviluppo. Così, una manifestazione che doveva racchiudere l'intero mondo ultras italiano ha iniziato a perdere pezzi proprio a partire dalle differenze politiche, dalla consapevolezza, appunto politica, che anche su temi quali la repressione non può bastare essere semplicemente contro per poter essere insieme. Ma quel che in ambito politico risulta addirittura ovvio [basti pensare alla questione palestinese], a quanto pare cessa di esserlo se si parla di ultras.

Com'era immaginabile ed auspicabile, alcuni gruppi di sinistra hanno però dichiarato sin da subito la propria indisponibilità a sfilare in corteo fianco a fianco con dei fascisti, e la successiva polemica tra gli operatori del progetto "Ultras contro il razzismo", ed alcuni gruppi di destra, ha portato anche altre curve, meno o per nulla politicizzate, a solidarizzare con i primi e quindi a ritirare in forme più o meno polemiche la propria adesione. Risultato finale: il corteo, benché formalmente impolitico, si è manifestato come un atto rappresentativo non dell'intero mondo ultras, ma soltanto di quell'area che nel suo ambito si richiama ideologicamente all'estrema destra. Quel che doveva essere , nei tanti discorsi preparatori, un momento di unità, ha prodotto invece divisioni ancora più profonde ed insanabili.

L'idea, a dire il vero un po' astrusa, di creare un "movimento ultras", in grado di inglobare pere, mele e quant'altro, è naufragata sugli scogli della politica, e non poteva essere altrimenti. Né è detto che sia un male. Quel che non parte nella chiarezza può produrre mostri peggiori di quelli che già ci propina la quotidianità.