10 aprile 2003
Una domenica da recuperatori
di Pietro LuppiQuesta è l'ultima tappa di un viaggio nel quale abbiamo esplorato la città in cerca di persone che avessero fantasia nel riutilizzare oggetti buttati da altri. La nostra ricerca ha riguardato le baracche, le case occupate e i mercatini abusivi dell'usato. Se avessimo cercato anche nelle case popolari dei quartieri di periferia o nei campi nomadi, probabilmente i risultati sarebbero stati ancora migliori. Lo scopo originario del progetto era fare un'inchiesta sul valore delle cose, costringere la mentalità usa e getta dell'ordinario consumista a confrontarsi con il recupero paziente e fantasioso delle persone più povere. Man mano che la ricerca andava avanti, ci siamo trovati di fronte a un gran numero di persone che vivono la loro attività di recupero con estrema consapevolezza. Le loro idee sulla società, sull'economia e sul ciclo dei rifiuti ci sono apparse un patrimonio inestimabile. Cervelli vivaci e prolifici, ma inascoltati dall'élite di "quelli che contano" e dai professionisti dell'intelletto. Si tratta, probabilmente, di una questione di rango. Quasi nessuno, a destra o a sinistra, è disposto a immaginare che la soluzione del problema dello smaltimento dei rifiuti nella capitale potrebbe celarsi nella testa di un "barbone", di un baraccato, o di un operatore di Porta Portese. Lo scorso 16 marzo abbiamo avviato un esperimento: un'assemblea di baraccati, occupanti di case, rigattieri e artisti del recupero si è riunita per discutere il superamento dell'emergenza rifiuti a Roma. Sfruttando tutte le possibilità del riutilizzo.
Un reato
Fin da subito si è parlato di repressione. È strano ma vero: la maggior parte dei partecipanti alla riunione ha avuto in passato noie con la polizia o con i vigili urbani per la sua attività di recupero. Proporre di organizzare un circuito del riuso, senza prima affrontare questo problema, sembra una cosa astratta. Il primo a parlare è Marco: "Noi ricicliamo le cose, ma poi, per venderle, dobbiamo fare a guardie e ladri...". Porta Portese e la maggior parte dei mercatini della città sono abusivi, e le multe sono aumentate sia in cifre che in frequenza. Ma il problema non è solo la vendita, la repressione può avvenire perfino quando si raccoglie. Marco continua: "Ti arrestano pure se prendi la roba nei cassonetti. A Calcata, il comune ha denunciato della gente che stava prendendo materiali per il riciclaggio, è pazzesco. Ed è successo anche a Palestrina". E Paoletto aggiunge: "Io vivo a Campagnano e ho sentito le stesse cose. Una persona che va a toccare una cosa in un secchione non ha i soldi. Se uno scemo butta una televisione che funziona, e uno se la prende, mica ruba!". Nei piccoli centri la situazione è più grave, mentre a Roma la raccolta sembra tollerata. Ma è comunque illegale. La legge Ronchi [22/97] prevede che le uniche a prendere i rifiuti debbano essere le imprese ad "alta innovazione tecnologica", che sono autorizzate dalla regione e iscritte all'albo nazionale delle imprese. Il semplice individuo che raccoglie ciò che trova vicino a un cassonetto deruba le aziende e commette un reato. "Dovremmo inventarci un escamotage, una proposta che permetta di far riconoscere questa nicchia come qualcosa che si può estrapolare dal monopolio dei raccoglitori autorizzati", suggerisce Sabrina, dell'associazione Punti di Vista. Occorrerebbe, inoltre, proteggersi dall'eventualità di essere arrestati se si raccolgono cose rubate, come le borse buttate dopo gli scippi. Paoletto costruisce robot utilizzando telai di motorini rotti: "Vengono abbandonati, non li dichiara nessuno, e io me so' preso 'na cosa come dodici denunce. Una volta so' entrati i carabinieri e ci hanno accollato tutti i telai rubati che ci stavano dentro. Avoija a spiegaije..."
Laboratori aperti
Una volta ottenute le condizioni legali di agibilità, come potrebbe essere un circuito del riuso a Roma? "Si potrebbe fare una differenziazione, oltre che per la carta e per il vetro, anche per il materiale che è ancora utilizzabile. Una specie di cassonetto aperto, dove si possono appoggiare le cose intatte, come i libri", proponeFidel. "Sono d'accordo", risponde Carlo,"però se tu metti questi contenitori in tutta Roma e poi non c'è l'energia per svuotarli, diventa un problema". E comunque "l'Ama non può badare al singolo barattolo, anche se ci fossero oggetti di vetro di Murano non potrebbe badarci. La cosa migliore sarebbe fare un'iniziativa pilota in un quartiere che abbia una forma autorganizzata e indipendente", precisa Juan. Se poi funzionasse, non dovrebbe allargarsi ma moltiplicarsi. "Il grande non è la nostra dimensione: c'è un limite fisiologico, poi diventa una cosa burocratica, che non funziona più, non è più mobile...". Cominciare quindi da una zona di Roma, avendo a disposizione uno spazio dove tenere gli oggetti: "Un grande magazzino comune con degli spazi divisi, magari, dove fare un incontro settimanale di vendita scambio, baratto e apertura al pubblico", propone Carlo. "Un luogo aperto agli artisti", aggiunge Paoletto, "con la massa delle cose a disposizione di tutti, un laboratorio per la preparazione e la costruzione e una stanza sotto chiave con gli arnesi". "È una questione di spazio", ribadisce Francis, "più ne hai e più puoi raccogliere, molte volte non raccogli le cose perché non sai dove metterle. In questo periodo sto facendo delle lampade con i ventilatori, per ora è una cosa individuale, ma con uno spazio grande potrebbe diventa' collettiva". Secondo Marco "si dovrebbe fare una lista di cosa si può fare con i materiali che si trovano nei cassonetti. Con la descrizione di tutto ciò che può essere costruito con ciò che si trova". Francis propone "una mostra espositiva di prototipi, con una specie di kit da cui poi la gente se li fa da soli". E su questo andazzo, senza schema fisso, l'assemblea è andata avanti per qualche ora. Una bella domenica mattina, con il sole, passata assieme attorno a due tavoli di plastica. Poi la fame ha cominciato a distrarre i presenti, che hanno condiviso bruschette, uova sode e salsicce, oltre alle idee e le informazioni. Alla riunione c'era anche un osservatore del comune, che aveva l'incarico di carpire spunti dalla prima assemblea di "recuperatori dal basso" finalizzata ad ideare proposte per il superamento dell'emergenza rifiuti. Alla fine, quando l'incontro stava per chiudersi, le sue parole sono risuonate quasi come un impegno: "Il comune è disposto a valutare ogni vostra proposta concreta. Partendo da progetti pilota: si parte sempre da un piccolo quartiere, e poi, se la cosa funziona, ci si può allargare". L'importante apertura del comune ha spinto i partecipanti della riunione a vedersi ancora, per continuare insieme il loro esercizio di teoria e ipotizzare formule concrete da applicare nella pratica.
IL PROGETTO
I pannelli solari fatti di barattoli, gli insegnamenti delle favelas Dopo il 16 marzo, l'assemblea di "recuperatori dal basso" ha continuato a riunirsi. Il gruppo, formato da occupanti di case, baraccati, rigattieri e artisti del recupero, nelle ultime settimane si è ampliato, e dopo lunghe discussioni è arrivato ad elaborare una proposta concreta sullo smaltimento dei rifiuti. Si tratta ancora di una bozza, ma le linee fondamentali del progetto ormai sono chiare e condivise. Eccole: L' obiettivo è la costruzione di un'esperienza pilota, in una zona da definire, che gestisca i rifiuti dei residenti in maniera innovativa: sfruttando tutte le possibilità del riutilizzo. A Roma gli unici canali di smaltimento sono l'incenerimento della discarica [che provoca l'effetto serra], il riciclaggio industriale [che è inquinante] e il compostaggio. Noi crediamo che una percentuale significativa del materiale che viene destinato in questi canali potrebbe essere semplicemente riusato. Ma come? Le risposte sono innumerevoli. Innanzitutto incentivando il mercato dell'usato: gli operatori di questo settore si procurano le merci andando a pesca nelle cantine o nei cassonetti, e raggiungono solo una minima parte dei mobili, degli elettrodomestici e degli oggetti sani e funzionanti che vengono buttati. Il vuoto a rendere non va più di moda, e ogni anno vengono buttati milioni di recipienti di vetro: occorre restituire alle aziende non solo le bottiglie ma anche, ad esempio, i barattoli della marmellata. Altro materiale può essere recuperato dalle aziende di bioedilizia, ma anche dalle industrie: le componenti meccaniche, elettroniche o informatiche che si possono riusare sono moltissime. E infine ci sono gli inventori di oggetti nuovi ottenuti assemblando scarti. Se si scoprisse che alcuni di essi hanno un mercato, una fornitura sistematica potrebbe dare il via a produzioni in scala. C'è chi costruisce pannelli solari con i barattoli di fagioli e chi realizza lampadari usando bicchieri di plastica. Le possibilità di assemblaggio sono infinite e, allo scopo di realizzarne il maggior numero possibile, vorremmo formare un gruppo di studio per attingere alla conoscenza tecnologica delle favelas di tutto il mondo, che in questo settore sono avanzatissime. In ultimo luogo, crediamo che gli artisti del recupero debbano avere il diritto di accedere alla massa degli scarti. In questo campo, il loro lavoro culturale è importantissimo. Per accumulare e poi fornire tutti questi materiali, avremo bisogno di un deposito, comprensivo di uno spazio per lo smistamento e di un magazzino. All'interno della struttura dovranno esserci anche un laboratorio per riparare gli oggetti e un laboratorio per gli artisti. La raccolta degli scarti dovrà essere proporzionale alla nostra capacità di distribuirli: non possiamo rischiare di creare un'altra Malagrotta all'interno di un quartiere di Roma! Il primo lavoro quindi sarà quello di entrare in contatto con le attività che riusano, e in secondo luogo cominceremo a raccogliere il materiale richiesto. Per arrivare a livelli significativi di riuso, quindi, pensiamo siano necessari un paio di anni. Almeno per questa prima esperienza.
Le proposte
Trovati gli sbocchi, in che maniera potremmo accedere ai rifiuti della zona che avremo scelto? Le ipotesi sono varie: 1] potremmo chiedere al comune di posizionare con una certa frequenza dei container a "stanza" dove la gente potrebbe poggiare gli oggetti riusabili. Sarebbe una soluzione accettabile per chi non avesse il tempo o la voglia di arrivare fino al nostro centro di raccolta. Come succede in Olanda, chi entrasse all'interno del container potrebbe portare oggetti ma anche prenderli. Una volta a settimana noi passeremmo con un furgone e prenderemmo tutto per poi portarlo al deposito. Questo sistema però funzionerebbe solo per quanto riguarda gli oggetti da "rigatteria". Non ci consentirebbe di mettere le mani sulla plastica, sulle componenti di un qualsiasi rottame, su tutte le innumerevoli cose che potremmo smaltire al di fuori del mercato tradizionale dell'usato. 2] Un'idea che stiamo valutando è quella di prendere in gestione un'isola ecologica [centro di raccolta per rifiuti selezionati]. Il comune vuole aprirne una per ogni municipio, e noi potremmo sfruttare questa occasione per avviarne una di tipo sperimentale. In questo caso, ci troveremmo a disporre di un notevole flusso di scarti differenziati. All'inizio la maggior parte di essi verrebbero destinati ai soliti canali di smaltimento, ma progressivamente, con il consolidarsi dei circuiti di riuso, le quantità sottratte a riciclaggio industriale e discarica sarebbero sempre maggiori. 3] Per arrivare a gestire una parte consistente dei rifiuti domestici, dobbiamo mettere a punto dei sistemi di raccolta "a monte". Siamo sicuri che le persone che ci porteranno le cose spontaneamente saranno molte, ma forse non saranno la maggior parte. Dovremmo accordarci con i condomini e con i negozi. Negli androni dei palazzi potremmo mettere dei contenitori, da svuotare una o due volte a settimana. Le persone che accettassero di collaborare potrebbero beneficiare di consistenti riduzioni sulla tassa dei rifiuti. Se il comune quantificasse il risparmio ottenuto dal funzionamento di un circuito del riuso, non dovrebbe avere difficoltà a concedere incentivi di questo genere.
Un appello
L'asso della manica del nostro progetto è che i rifiuti, da materiale destinato alla distruzione, si trasformerebbero in ricchezza. Anche dal punto di vista economico. Siamo convinti che gradualmente la nuova struttura possa arrivare ad automantenersi. L'opportunità economica derivata da questa gestione più razionale degli scarti potrebbe dare un ulteriore impulso al nostro lavoro. Potremmo lanciare una sfida a tutti i residenti della zona: stabiliti dei livelli da raggiungere attraverso la collaborazione di tutti, si potrebbe redistribuire il denaro ottenuto dalla vendita dei rifiuti. A un'estinzione della tassa comunale, quindi, seguirebbe un versamento annuale, simbolico ma gradevole. Raggiungere un simile obiettivo, significherebbe ribaltare un'infinità di abitudini e luoghi comuni ottenendo una piccola rivoluzione culturale. Che riguarderà una piccola zona di Roma, certo, però il valore di un esempio vale più di cento utopie. Il gruppo che sta elaborando questa proposta, a ogni riunione cresce di numero. In questa fase abbiamo bisogno del maggior numero di cervelli possibile. Ci siamo resi conto che il nostro progetto è un contenitore con enormi potenzialità: occorre riempirlo di idee e delle forze necessarie per portarle avanti. Facciamo quindi un appello a tutte le sensibilità mondezzare di Roma: venite a lavorare con noi.
Ci serve la vostra fantasia!
tel. 3335856634 riusare@yahoo.it