20 marzo 2003
La città che sapeva di Moro
di Raul MordentiOrmai sappiamo bene che la città parla, e che ricorda, e cerca di ricordare; non sarebbe allora onesto da parte nostra negare che la città sa. Dunque anche sapeva del rapimento di Moro.
Ora del rapimento Moro, questo tornante assolutamente decisivo della nostra storia repubblicana [anzi: il vero punto di crisi irreparabile della nostra democrazia], nessuno sa più niente, a meno che non sia abbastanza vecchio per rammentarsi ciò che ha vissuto di persona in quel periodo.
A troppi, a quasi tutti, conviene avere dimenticato e fare dimenticare. Conviene ai veri responsabili e conviene agli sconfitti di quella vicenda. Pertanto, non sanno nulla del rapimento di Aldo Moro i ventenni e i trentenni, che pure sono la sostanza [e non solo "il futuro"] dei movimenti.
Ciò non accade per caso.
L'oblìo è sempre il segno inconfondibile di una sconfitta, perché, comescrive Orwell in 1984, "Chi controlla il passato controlla il futuro, e chi controlla il presente, controlla il passato".
Così, se vi è capitato di assistere al "Porta a porta" dedicato al rapimento Moro, con Andreotti in studio e Cossiga presente in epistola, allora avete potuto bere per intero la tesi che il potere di oggi e di ieri ha deciso che si debba credere; quella tesi cossighiana suona così: "Sul rapimento Moro nessun mistero: furono le Br, tutte sole, senza imbeccate e senza aiuti, che rapirono Moro e poi lo uccisero. Lo Stato fece di tutto per salvarlo. Scordatevi di Moro. Anzi, chi era 'sto Moro?".
Basta semplicemente rovesciare quella tesi del potere per avvicinarsi alla verità. E questa verità è semplicissima: Moro fu rapito e ucciso, fu lasciato rapire e lasciato uccidere, perché la sua morte conveniva [per motivi diversi] a troppi poteri e troppo forti, in Italia e fuori Italia, e per 55 giorni 55 Moro non fu trovato semplicemente perché non si volle trovarlo.
55 giorni sono un'enormità di tempo: in quel tempo furono recapitati decine di comunicati delle Br, oltre a molte lettere di Moro, furono fatte telefonate e incontri, più o meno riservati, con decine di persone che si proponevano come mediatori, da Bettino Craxi fino all'ultimo parroco romano.
Intanto, decine di brigatisti si muovevano per Roma, si riunivano fra loro e si scontravano fra loro, scrivevano comunicati, li recapitavano, telefonavano e venivano registrati, entravano, uscivano, facevano la spesa, cambiavano casa, interrogavano Moro, trattavano; perfino nei salotti della città si discuteva il nome di chi lo teneva prigioniero.
La città, dunque, sapeva.
E lo Stato non sapeva niente? I posti di blocco fermavano ogni giorno le macchine per strada, migliaia di telefonate venivano controllate, e venivano perquisite le case di tutti i compagni, sequestrando perfino gli sciaboloni da collezione del nonno. E, con un tale spiegamento, i servizi, gli onnipotenti e onnipresenti servizi, non sapevano nulla di nulla? Neppure un infiltrato nelle Brigate rosse, o in settori limitrofi della lotta armata? Franceschini, che da sempre denuncia le infiltrazioni dei servizi nelle Br, delira?
Lo creda chi vuole crederlo, e chi crede alle "coincidenze" [una coincidenza le minacce di Kissinger che provocarono a Moro un collasso di paura; una coincidenza la scelta di rapire Moro invece degli odiatissimi Fanfani o Andreotti; una coincidenza la presenza a via Fani del colonnello Guglielmi di Gladio; una coincidenza che "l'unità di crisi" messa su da Cossiga fosse formata tutta e solo da piduisti; una coincidenza la mancata perquisizione di via Gradoli; una coincidenza la scomparsa della borsa di Aldo Moro e dei suoi documenti riservati...].
Per parte mia, penso ancora oggi, venticinque anni dopo, ciò che pensava il movimento, che c'era e resisteva anche in quei giorni terribili [benché nessuno se lo ricordi, e nelle ricostruzioni storico-mediatiche di oggi, esattamente come nelle vicende politiche di ieri, quel movimento venga schiacciato fra le Br e Cossiga, e annichilito].
Quel movimento a Roma fu capace di votare, in una enorme assemblea, il 20 marzo del 1978, una mozione [scritta da Bernocchi] che diceva fra l'altro: "Quello che è certo è che l'azione delle Br e la linea della lotta armata terroristica non sta attaccando e indebolendo lo Stato bensì le masse e le loro lotte; sta agevolando il rafforzamento della struttura autoritaria dello Stato […], sta rendendo enormemente più difficile qualsiasi lotta in difesa delle condizioni di vita delle masse e per il soddisfacimento dei loro bisogni".
Come sempre accade: il movimento sapeva, e aveva capito.