20 marzo 2003
Caro Walter
Lettera aperta
Roma, 11 marzo 2003
Sul quotidiano L'Unità di qualche settimana fa il nostro sindaco Veltroni recensiva una canzone di Ivano Fossati, "C'è tempo", con parole cariche di speranza e di sentimento. È evidente che quella recensione non è stata scritta dal Walter Veltroni sindaco di una città difficile e tentacolare come Roma, ma dall'uomo Walter Veltroni, idealista, attaccato ai sogni, fiducioso nella speranza propria di un uomo, appunto. È a quell'uomo oggi che mi sento di scrivere, un uomo a cui ho avuto l'onore di stringere la mano e un uomo che mi ha inviato una lettera carica di solidarietà e di partecipazione all'indomani di un avvenimento che ha sconvolto la mia esistenza e quella di altre 47 famiglie: lo sgombero dalle nostre abitazioni. Ci si starà chiedendo: "Sì, ma che c'entra?".
E invece c'entra, perché quella recensione parla di tempo che ti pare di aver vissuto, di sogni, di percorsi che gli uomini compiono nella loro vita o nell'arco di stagioni, inverni e primavere; quella recensione parla di ragione e sentimento. C'entra, caro Walter perché quegli uomini di cui tu parli, vivono in qualche luogo, abitano nelle case in cui amano, piangono, allevano i loro figli o sotterrano i loro cari e anche noi abitavamo in quelle case su cui ora campeggiano due striscioni che, a detta di qualcuno in giro, imbarazzano i nostri amministratori [ma Walter Veltroni non può sentirsi imbarazzato perché il suo cognome troneggia su uno striscione di studentesca memoria!]. In quelle case vivevano famiglie normali: professionisti, funzionari di banca, impiegati, casalinghe, non casi sociali ai limiti della sopravvivenza [e forse proprio per questo meno degni d'attenzione?] Ragione e sentimento dovrebbero animare ogni azione di qualsiasi uomo di buona volontà, dovrebbero essere le parole d'ordine, come lo sono state per noi quel 16 novembre 2001, dignità e consapevolezza, mentre ci allontanavamo dalle nostre case in cui non avremmo rimesso mai più piede, per cercare di risolvere un problema con tempestività e partecipazione; invece, sono passati troppi mesi da quel 16 novembre 2001 e certo non si può parlare di tempestività; in quanto alla partecipazione, mi viene il sospetto che la mia buona fede nei confronti delle istituzioni sia stata tradita da un progetto di profitto e prestigio personali, in cui non valgono certo le ragioni e i sentimenti di altri che, comunque, avrebbero pieno diritto a rientrare indiscutibilmente nelle loro case. Tutto questo c'entra. C'entra perché credevo che le persone fossero dotate di buon senso, c'entra perché condivido gli ideali di giustizia e di libertà con un uomo che mi è quasi coetaneo, con cui ho condiviso molte battaglie, e con quello stesso uomo che oggi, guarda caso, è anche sindaco della mia città, da cui aspetto una soluzione, una risposta circa il mio futuro, i miei sogni.
Mi rifiuto di pensare che parole come "quello strano percorso che tanti di noi hanno fatto attraversando, dentro e fuori di sé, il tempo intenso e fragile che abbiamo vissuto" sia soltanto la recensione di una bella canzone di un grande artista, o possa diventare in futuro un motto vincente per una campagna elettorale progressista. E a quegli amministratori locali che si sono sentiti imbarazzati per quei due striscioni attaccati alle nostre case, mi sento di dire che forse sono altri i motivi per cui si dovrebbero sentire imbarazzati: 1] temporeggiare nel prendere una decisione che riguarda la vita di 47 famiglie, pensando anche lontanamente che il prestigio e il rilancio di un intero quartiere [e quindi prestigio per sé] debbano passare esclusivamente [per il momento] sulle spalle di chi aveva una casa e delle certezze che non ci sono più; 2] accettare che si costruiscano riserve urbane come Santa Palomba [ventesimo chilometro dell'Ardeatina] dove far convivere realtà così diverse in un luogo in cui l'unico stato d'animo che si può certamente provare è un'infinita tristezza e il desiderio di non affacciarsi mai a una finestra, per vedere l'incommensurabile niente che ci sta attorno.
Vorrei continuare a pensare che certe persone siano più dotate di sensibilità di altre. Non vorrei ritrovarmi a dire: "Sono tutti uguali".Antonella Cristofaro
Cara Antonella,
noi, che ci siamo messi in testa di raccontare la nostra città da un punto di vista "capovolto", dal basso verso l'alto, abbiamo letto con grande rispetto la tua storia di ostinata dignità.
Una storia che inizia con lo sgombero della famiglia di Antonella [e di altre 47] dall' abitazione di loro proprietà, in via Alessandro Severo 105, nel municipio XI, a San Paolo, per motivi di sicurezza.
Lo stabile, infatti, presentava cedimenti strutturali a causa del dissesto idrogeologico che interessa la zona. Dopo un mese di sistemazione in un residence al Laurentino 38, l'amministrazione comunale ha assegnato a quelle famiglie degli alloggi provvisori a Santa Palomba, a sud di Roma, nel comune di Pomezia. Una zona agricola che si sta riconvertendo all'industria, e che la nostra lettrice definisce "al confine tra la realtà e l'incubo metropolitano".
Da allora, le 48 famiglie di via Alessandro Severo attendono di sapere qualcosa sul loro futuro. Su dove andranno ad abitare, su come sarà la loro casa, sulla vita che li aspetta.
Con un ordine del giorno, il municipio ha chiesto che ci sia una rapida approvazione della riqualificazione dell'area interessata dal dissesto. Da tempo una equipe della facoltà di ingegneria dell'università di Roma III, diretta dal professor Piroddi, sta studiando un progetto, con la partecipazione dell'ex assessore rutelliano Cecchini, che ha come obbiettivo una migliore distribuzione della densità edilizia. In sostanza, le case pericolanti saranno demolite e saranno costruite altre abitazioni, con l'impegno di farvi rientrare tutti i nuclei di via Alessandro Severo 105.
"Purtroppo i tempi sono lunghi - ci ha spiegato Patrizia Ricci, dirigente tecnico del municipio XI, che si occupa della vicenda - adesso ci sarà lo studio di fattibilità del progetto, cui seguiranno i passaggi amministrativi per renderlo esecutivo e il periodo necessario alla sua realizzazione".
Seguiremo questa vicenda, Antonella. Trattandosi di immobili, ce ne viene in mente un'altra. Avrai sentito che George Bush senior, in questi giorni, fa shopping in Italia: il fondo d'investimento di cui è "speaker", la Carlyle, ha infatti acquistato dal demanio trentasei immobili, per un valore di 230 milioni di euro.
A Roma fanno parte del pacchetto villa Manzoni, sulla Cassia [tremila metri quadri più novantamila di parco], e un edificio a via XX Settembre. In burocratese si chiama "cartolarizzazione":è la svendita dei beni degli enti pubblici ai privati.
Un altro palazzo, sulla Collatina, stava per essere messo all'asta ed è stato occupato giovedì scorso da decine di senza tetto [ne parliamo più diffusamente nelle "cartoline"]. Un ulteriore motivo per essere indignata. Ma anche una ulteriore dimostrazione del cuore della nostra città.la redazione di carta Città