13 marzo 2003
Il miracolo di George Bush II
di Angelo Vussun
Mai la nostra città è stata più unita. Contro la guerra. Così nelle manifestazioni, prima, e poi perfino nel digiuno contro la guerra, sembra essersi superata anche la divisione più antica fra i romani, quella fra i cattolici e i non cattolici.
Eppure quella divisione è scritta ancora nella città, che davvero [comescrive su Carta Antonello Sotgia] parla, e non parla solo in questi giorni con le bandiere della pace appese alle finestre a dire "Qui non abita un assassino né un complice di assassini".
Dunque la città parla anche di quell'antico contrasto fra cattolici e non, e ne parla in molti altri modi, che solo la marmellata urbanistica post-moderna rende forse oggi meno leggibili. Prenda il benigno lettore una piantina stradale [le Tavv. 29 e 30 del TuttoCittà], e veda che rapporto c'è fra il Vaticano e le strade di Prati limitrofe: l'asse principale prende il nome di Via Cola di Rienzo, cioè il primo e infelice tentativo del popolo romano di governarsi da sé senza e contro il Papa; e questo nome è tanto più significativo perché non c'entra niente con i nomi [tutti latini] delle altre vie. Lungo quell'asse, come tre cazzotti laici, altri tre nomi assolutamente provocatori: anzitutto Piazza della Libertà, proprio sul Tevere [in verità resa quasi irriconoscibile dall'intrico dei semafori]; più avanti, sempre proseguendo verso S. Pietro, Piazza dell'Unità d'Italia [questa oggi del tutto illeggibile] e infine, estrema provocazione proprio a ridosso delle mura vaticane, Piazza Risorgimento!
Un po' più a nord, ma nella stessa zona, una grande piazza [e un grande viale] dedicati addirittura a Mazzini, con intorno tutti nomi di analogo significato, da via Luigi Settembrini [che porta a piazza delle Cinque Giornate], fino a via Giuseppe Ferrari e a piazza della Giovane Italia, etc. [ora nelle traversette lì intorno ci sono anche piccole vie e piazze di partigiani e resistenti, come Via Gesmundo, via fratelli Rosselli e largo don Morosini]. Ben si comprende allora perché la Chiesa cattolica abbia cercato di rispondere alla provocazione con un'altra provocazione, costruendo proprio lì, a ridosso di Piazza Mazzini, la sua chiesa del Cristo Re [che il peromante ricorda un tempo completa di vitali campi di calcio parrocchiali e di parrocchiale cinema].
D'altra parte il Vaticano veniva onomasticamente circondato anche dall'altro lato: punta diritto verso il Papa il Corso Vittorio [non ce ne ricordiamo quasi più, ma questa via si intitola in realtà a Vittorio Emanuele II, il re di Porta Pia] e, soprattutto, dall'alto del Gianicolo, guarda ancora sprezzantemente verso il Papa la statua di Garibaldi, anzi del Gran Maestro della massoneria Giuseppe Garibaldi, come una lapide, sul lato sinistro della statua [guardandola con le spalle alla città] non manca di ricordare, con tanto di squadra e compasso. A proposito: qualcuno forse vorrà sapere ciò che certo Ciampi non ignora, cioè a quale fratellanza [non di parentela] alludesse Mameli rivolgendosi ai "Fratelli d'Italia…".
Ma oggi, angosciati come siamo per la guerra, anche l'antico contrasto fra preti e mangiapreti, pure inscritto nella nostra città, ci sembra quasi un affettuoso litigio in famiglia, su cui sorridere.
Roma ha saggezza bastante per capire tutto e tutti, non escluso il povero Caino: certo, dice Belli, sembra brutto accoppare un fratellino a bastonate, ma bisogna pure comprendere l'incazzatura di uno che si vedeva sempre respingere i propri doni da contadino [miele e rape] da Domineddio, il quale invece gradiva tanto parzialmente solo il latte e le pecore d'Abele; figuriamoci se una tale città, capace di capire le ragioni di Caino, poteva abboccare [a giustificare una guerra e uno sterminio di innocenti] a una campagna stampa dei writers americani e dei loro servi vari italiani contro il Saddam Hussein di turno:
Nun difenno Caino io, sor dottore,
Ché lo so ppiù de voi chi ffu Caino:
Dico pe dì che quarche vorta er vino
Po' accecà l'omo e sbarattaje er core.
Capisch'io pure che agguantà un tortore
E accoappacce un fratello piccinino,
Pare una bonagrazia da burrino,
Un carcio-farzo de cattiv'odore.
Ma quer vede ch'Iddio sempre ar zu' méle
E a le su' rape je sputava addosso,
E no ar latte e a le pecore d'Abbele,
A un omo com'e noi de carne e d'osso
Aveva assai da inacidije er fele:
E allora, amico mio, taja ch'è rosso.