13 marzo 2003

Incontri ravvicinati di un altro tipo
di E V

Si erano incontrati nelle strade di Genova durante il G8, dividendosi fraternamente le cariche e i pestaggi della polizia, ognuno con la propria modalità d'azione, storia e biografia politica: da una parte la rete Lilliput, un 'consorzio' di associazioni e gruppi laici e religiosi, radicalmente pacifici e non violenti; dall'altra i Disobbedienti, eredi delle Tute bianche e profondamente ispirati dall'esperienza del movimento zapatista.Dopo due anni si sono ritrovati sui binari di mezza Italia per contrastare il passaggio dei treni della morte, i convogli militari diretti nelle numerose, spesso segrete, basi militari nordamericane. Ognuno geloso della propia esperienza ma obbligato a cercare risposte efficaci al quesito incombente in queste ore: come si potrebbe fermare la guerra? Come è possibile uscire da una dimensione di pura testimonianza, seppur di opposizione convinta alla guerra, e praticare forme di disobbedienza civile e di azione diretta che sappiano tenere insieme gli elementi del consenso e del conflitto? Se ne è discusso in un'affollata assemblea alla Casa delle culture, in cui Disobbedienti e Lillipuziani si sono confrontati in modo franco e assai vivace.Luigi Pirelli, con Lilliput dalla prima ora, ha tracciato lo sviluppo dell'eredità nonviolenta dentro le dinamiche del movimento nato a Seattle, sottolineando l'attitudine propositiva e progettuale che "declina l'elemento di opposizione al sistema liberista in una serie di alternative possibili qui e ora, in termini di consumo, di diritti e di allargamento degli spazi di partecipazione pubblica". Una prospettiva che valorizza decisamente la fase autoformativa che presiede all'azione nonviolenta, sperimentata con drammaticità e durezza a Genova, e per questo poi approfondita nei mesi successivi. "Costituzione di piccoli gruppi di affinità, modalità di rete, costruzione pubblica del consenso, smilitarizzazione del conflitto, contrasto delle dinamiche paranoiche e valorizzazione degli elementi di 'piacere'. Sono queste - dice Luigi - le dimensioni che intendiamo privilegiare per attuare una coerente azione politica nonviolenta che non intende sottrarsi al conflitto, ma che non lo vuole agire sul terreno già iscritto dal potere: quello militare, o comunque legato a forme di opposizione concettualmente guerresche". Elementi di discussione che hanno trovato un'importante assonanza anche nel percorso narrativo di Francesco Raparelli, attivista disobbediente del collettivo universitario di Sapienza Pirata. La genesi di quel pezzo di movimento che indossò la tuta bianca rappresenta il tentativo di rompere con una logica binaria novecentesca e con alcuni suoi conseguenti corollari: primi fra tutti, i termini oppositivi violenza/nonviolenza, e conflitto/consenso. "Dentro la cesura di fine secolo -racconta Francesco- abbiamo voluto assumere in pieno la crisi del paradigma che ha segnato la storia del movimento operaio. La nostra necessità era quella di rifondare un'idea e una pratica di conflitto sociale che eludesse due rischi simmetrici: una forma di testimonianza sterile e un'estetica radicale inutile ed escludente. In questro quadro, abbiamo individuato il ruolo determinante della comunicazione e del linguaggio, agenti immediati di conflitto e di costruzione dell'immaginario". Un terreno, quello simbolico, per troppo tempo relegato a mera questione di rappresentazione, ma che invece, con l'affermazione delle pratiche di disobbedienza civile, diviene un livello privilegiato di azione politica: "La tuta bianca, lungi dall' essere un simbolo militare, incarnava lo strumento che 'celava per mostrare', rovesciando, quindi, quella dimensione d'invisibilità che intendevamo denunciare. Inoltre, attraverso 'la messa in gioco dei corpi' che violava pubblicamente le tante illegalità illegittime, intendevamo ricostruire una forma d'igiene democratica tra gli elementi troppo spesso separati della politica e dell'etica, per ristabilire una certa coerenza tra il dire e l'agire. Per questi motivi, vogliamo rappresentarci attraverso l'azione: siamo quello che facciamo". Anche Enrico Euli, del nodo romano della rete Lilliput, sottolinea alcune importanti convergenze tra i due diversi movimenti: "Entrambi [Lillipuziani e Disobbedienti] proponiamo l'azione diretta quale strumento di pressione e di resistenza contro i processi degenerativi della democrazia, nel tentativo di trasformare i modelli di relazione tra governanti e governati. La costituzione di luoghi di potere diffuso, che siano in grado di sviluppare le potenzialità presenti in un territorio, assomiglia al gran lavoro fatto in questi anni dai centri sociali occupati nelle realtà metropolitane contemporanee". Un altro livello di convergenza sta nel rifiuto della logica "securitaria" dominante: "Per noi -continua Enrico- la sicurezza può derivare soltanto dalla crescita della comunicazione sociale e della fiducia colllettiva, e non dall'esclusione e dalla marginalizzazione dei 'diversi' e degli 'altri', dalla difesa armata dei cancelli e dei muri, dalla costruzione dei 'nemici' assoluti". Un punto importante che i Lillipuziani intendono sottolineare riguarda l'importanza della 'sensibilità estetica', intesa come attitudine che preserva "l'ecologia naturale e sociale dei nostri comportamenti, il rapporto tra linguaggi e contesti in cui agiamo, in grado di intendere la lettura effettuale che viene data dei nostri comportamenti comunicativi, al di là delle nostre intenzioni: attenzione,quindi, alle 'metafore che noi siamo'".Da questo punto di vista, Marcos, con il gusto per la narrazione e la poesia, l'ironia irriverente, il recupero della più "povera" delle parole chiave della Rivoluzione francese ["fratelli e sorelle"], mette al bando la retorica 'rivoluzionaria' e arricchisce enormemente la 'cassetta degli attrezzi' semiologica di tutti i ribelli globali. La guerra sarà il terreno difficilissimo su cui le diverse anime del movimento sperimenteranno le forme possibili di opposizione diretta. Guido Lutrario, portavoce dei Disobbedienti romani, sottolinea l'importanza della "riproducibilità delle pratiche di disobbedienza, in grado di estendersi in mille diverse declinazioni che sappiano trarre forza dal consenso globale alla causa pacifista. Ma quel consenso deve essere indirizzato verso l'elaborazione di forme concrete ed efficaci di sabotaggio e di blocco della macchina bellica". "La lezione zapatista ci indica un metodo, non un sistema ideologico - continua Guido - e anche sulla questione della guerra dobbiamo saper 'imparare facendo', consapevoli di due difficoltà immediate: l'efficacia relativa delle azioni e il rischio della mediatizzazione. Ma non dobbiamo essere pessimisti: la guerra fino a tre mesi fa sembrava scontata, un movimento globale [la seconda superpotenza mondiale, ha scritto il New York Times] per ora ha di fatto posticipato l'intervento. Non ci resta che continuare".