27 febbraio 2003
Botte da orbi.Finalmente!
di Valerio MarchiL¹ultimo derby ci ha regalato immagini di un¹altra epoca. Da quanto tempo
ultrà ostili quali i Roma e i Lazio non si pestavano dentro lo stadio? In
tribuna Tevere abbiamo visto cariche e controcariche, lanci di fumogeni,
scontri all¹arma bianca [cinte, aste di bandiera, pugni e calci]; insomma,
dopo più di trenta anni gli spalti dello stadio Olimpico sono tornati ad
ospitare uno scontro che manifestava tutte le caratteristiche di quella che
gli inglesi, che ne sono gli inventori, definiscono «Terrace Culture» e che
in italiano può essere tradotta in «Cultura ultrà» [o «ultras»]. Come si è
arrivati a tanto? E quali significati dare ad un evento del genere? Ci si
può limitare a condannare la violenza, tantopiù se inutile e gratuita,
liquidando il fenomeno con i termini da sempre utilizzati, per dirla con il
poeta skinhead Garry Johnson, dalla «Brigata Appendili e Frustali»: feccia,
bestie senza senno, carne da galera, frutti marci di una società lassista e
permissiva etc. etc. ; oppure partire da questo episodio per riflettere su
due punti considerati fondamentali rispetto la «questione ultrà»: gli
attuali canoni della cosiddetta opera di prevenzione e repressione della
violenza negli stadi e i tentativi di strumentalizzazione politica delle
curve.
Per quanto riguarda il primo punto è necessaria una minuscola digressione
linguistica: nell¹inglese calcistico «Terrace» significa «gradinata»; non ci
si riferisce ad un particolare ordine di posti; non si distingue tra settori
popolari e non. Non si parla di «End», di «Curve», ma dell¹intero cerchio
degli spalti.
In Italia tutto ciò si è tradotto in altri termini. La cultura ultrà viene
identificata con le curve non attraverso criteri empirici, ma per un
riflesso incondizionato di tipo classista. L¹ultrà, in altri termini, è
apoditticamente proletario, quindi si colloca nei settori popolari, quindi
la «questione ultrà» riguarda soltanto le curve. Tutto quel che attiene alla
curva è di matrice ultrà e va trattato in quanto tale, tutto quel che
attiene gli altri settori non è ultrà e va trattato in altro modo. Fine
delle trasmissioni.
I condizionamenti culturali sono tosti, resistono impunemente tanto al
ragionamento che all¹esperienza. Ragionamento: la cultura ultrà ha ormai
superato il trentesimo compleanno e, come ben si sa, chi ne è stato parte ne
mantiene nel proprio cuore, a volte per sempre, delle più o meno acuminate
schegge. Ma non per questo, ormai adulto e più abbiente -ammesso e non
concesso che sia mai stato proletario-continua a sobbarcarsi delle scomodità
della curva [chi frequenta l¹Olimpico sa di cosa parlo]. Insomma, la Tevere
è zeppa di giovani e meno giovani bipedi maschi con nel cuore la Terrace
Culture, ovvero di un gioco collettivo violento che non prevede la rissa
estemporanea ed individuale, bensì la volontaria contrapposizione di due
gruppi che mantengono lo scontro al proprio interno e lo interpretano
secondo le proprie regole. Esattamente quel che è avvenuto in una tribuna in
cui, per due o più volte l¹anno, tante quanti sono i derby, si ritrovano
centinaia di ultrà delle due squadre. Ma siccome non sono in curva non sono
ultrà. Con quel che costa il biglietto, figurarsi se possono essere ultrà.
Esperienza: già da due derby si era chiaramente notata della tensione in
Tevere, la presenza di ultrà in qualche modo aggregati era resa evidente da
striscioni ed altro, nei giorni precedenti nel popolo di Romolo ed in
quello di Remo serpeggiava l¹impressione che se le sarebbero date. Ma in
Tevere i posti sono numerati e i biglietti costano un botto, come possono
esserci degli ultrà?
In Italia, nel nostro piccolo, ognuno sta al proprio posto: l¹ultrà in
curva, il poliziotto sul blindato e così via, nel blu dipinto di blu.
Secondo punto, in asciutta sintesi. Quando microgruppi nazistoidi di
entrambe le tifoserie tentano gemellaggi contronatura [secondo la cultura
ultrà] con evidenti intenti politici, tentando di ritagliarsi nelle curve
quegli spazi che altrove gli sono impediti, ogni atto che contribuisce a
spezzare questa strategia - striscioni, slogan o quant¹altri- finisce per
assumere, oltre la sua stessa essenza, una funzione positiva sia per la
cultura ultrà che per la società in generale. A volte il male più evidente è
quello minore.