27 febbraio 2003
«Viva il duce», e parte l'assalto al Forte
di AltremappeIl portone del Forte Prenestino ha retto. Di fronte alla carica di una
trentina di fascisti, condita dal lancio di blocchi di cemento e bombe
carta, il cancello del centro sociale ha fatto il suo dovere. Ma per lunghi
minuti, sul ponte che domina il fossato, si è assitito a una vera e propria
azione militare, al grido di «Viva il duce». Un¹azione militare che voleva
fare del male alle persone: dopo il primo attacco, infatti, la squadraccia
si è nascosta nel buio del parco ed ha atteso che qualcuno uscisse a
chiamare aiuto. Per fortuna la trappola non ha funzionato e, dopo venti
minuti, c¹è stato il secondo tentativo di entrare nel Forte.
Anche la tempistica dell¹assalto è inquietante. Mancavano poche ore al
grande corteo del 15 febbraio, ed il camion del Forte era appena stato
allestito. «È facile capire hanno detto quelli del centro sociale in una
conferenza stampa al Campidoglio, martedì 18- quanto avrebbe influito sul
clima del corteo se l¹assalto fosse riuscito». Ed infatti l¹obiettivo
dell¹assalto era duplice: si voleva colpire il simbolo dei centri sociali
romani, tra i più antichi e sicuramente il più grande della città, ma anche
la grandiosa mobilitazione contro la guerra. «Noi, nonostante tutto, ci
siamo dispersi nell¹immenso fiume umano che ha invaso Roma, con i nostri
colori e i nostri suoni, con la forza della nostra rabbia e della nostra
gioia», hanno scritto dal Forte prenestino, a caldo, in un comunicato.
Nei mesi prima dell¹assalto, una serie di episodi tutt¹altro che
rassicuranti: aggressioni e pestaggi a frequentatori del centro sociale che
aspettano l¹autobus. L¹ultimo, il 9 febbraio, ha spinto gli occupanti del
Forte a percorrere le strade di Centocelle per cancellare le scritte
inneggianti al nazismo comparse negli ultimi tempi e denunciare al quartiere
le violenze. Una passeggiata antifascista per le vie intorno al Forte che ha
avuto un momento di tensione di fronte alle provocazioni provenienti dal
circolo di Alleanza nazionale di via delle Palme.Svastiche e doppiopetto
A Centocelle, infatti, esistono tre circoli di Alleanza nazionale. Il più
attivo è proprio quello di via delle Palme, a poche decine di metri dal
Forte prenestino. Il segretario è Enrico Pizzuti, uno che ha qualche mal di
pancia rispetto alla linea «moderata» dei nazionalalleati: «Siamo in un
partito e rispettiamo le scelte del presidente. Abbiamo condiviso Fiuggi e
non siamo nostalgici, ma c¹è un limite a tutto. Con tutto il rispetto per
gli ex dc e gli ex socialisti di An, nel nostro partito ci sono anche gli ex
missini, che hanno diritto di essere rispettati», ha dichiarato qualche mese
fa. Un circolo questo, egemonizzato dalla destra sociale, che vede al suo
interno, e specificamente nella sua parte giovanile, una certa contiguità e
osmosi tra le recenti [presunte] «vocazioni» post fasciste e i comportamenti
diffusi di matrice schiettamente fascista se non addirittura nazista:
aggressioni notturne nei pressi del centro sociale, campagne di reclutamento
in bische, bar e sedi del tifo ultras, utilizzo della simbologia razzista e
antisemita con cui marchiare muri e scuole del quartiere. Ma forse tutto
questo non riesce a spiegare il salto di qualità oggettivo connesso al
profilo dell¹azione di guerra del 15 febbraio.
Il rischio, perfettamente focalizzato nell¹assemblea di domenica al Forte, è
che l¹agibilità politica e l¹apertura che i centri sociali romani si sono
costruiti, pezzo dopo pezzo, in questi anni sia cancellata da una spirale di
violenza, dall¹esigenza di dovere di nuovo avere a che fare con gruppuscoli
socialmente insignificanti. Un incontro segnato chiaramente dal portato
emotivo presente nelle testimonianze di quei giovani del centro sociale che
c¹erano, nel momento dell¹attacco squadrista: «Volevano espugnare il Forte,
volevano farci male davvero -racconta Maurizio- Una vera e propria strategia
militare che poteva avere conseguenze inimmaginabili per la sicurezza fisica
delle persone presenti nel centro sociale, e che non si è verificata forse
per puro caso, per non aver aperto il portone nei minuti successivi al
primo attacco».
L¹assemblea, al di là di poche voci stonate -reperti storici
dell¹archeologia politica- ha ribadito la ricchezza e la maturità del
movimento, anche a Roma, calibrando l¹analisi dell¹accaduto dentro una
rinnovata strategia della tensione, nel momento in cui si dispiega la forza
sociale e d¹immaginario del movimento contro la guerra. «Non sappiamo con
precisione -racconta Roberto- il profilo politico dei protagonisti
dell¹attacco, ma sappiamo che non possiamo cadere nella trappola della
paranoia Omilitare¹, perché mortificherebbe proprio quelle attitudini di
socialità e d¹aggregazione che sono la grande forza del centro sociale;
questo atto vigliacco, paradossalmente, conferma tutta la potenza sociale di
un luogo come questo».Chi la guerra ce l'ha dentro
Certamente, se questa vicenda solleva dubbi, sospetti e ipotesi sul valore
politico e sulla tempistica dell¹operazione [c¹è da ricordare che poche ore
dopo, si è verificata una grave provocazione poliziesca nei confronti d¹una
occupazione a San Lorenzo], segnala comunque un problema d¹agibilità
democratica in un quartiere popolare come Centocelle: «È sotto gli occhi di
tutti -continua Roberto- che nell¹ultimo anno l¹area sociale
dell¹insediamento para-fascista è stata oggetto di un investimento politico
significativo: si tratta di quella fascia grigia di socialità che egemonizza
alcuni luoghi d¹aggregazione più scoperti ad un nostro intervento, lo stadio
e le bische innanzitutto. Luoghi connessi dalla retorica razzista e da un
immaginario disperato quanto fragile, che diventa però l'unico elemento di
'difesa' di fronte ad una società sempre più complessa e contraddittoria. Ma
non ci fermeranno -conclude Roberto- continueremo ad essere un luogo di
sperimentazione dei tanti mondi diversi e possibili, irriducibili alle
logiche della guerra e della sopraffazione. Questo fa paura, le migliaia di
giovani che ogni mese attraversano questo spazio e le sue culture».
Intanto, la conferenza stampa nella piazza del Campidoglio ha scatenato le
ire di An, che ovviamente si è ben guardata di condannare l¹assalto ed ha
fatto sapere che «le manifestazioni politiche sono proibite su questa
piazza».
Durante l¹incontro, Giovanni Russo Spena, deputato di Rifondazione
comunista, nel portare solidarietà al Forte prenestino ha raccontato una
vicenda inquietante Odedicata¹ al ministro dell¹Interno Pisanu, definito «un
galantuomo vecchio stampo». «Sotto casa mia -ha denunciatio il deputato- nel
quartiere Talenti, dove sono ben conosciuto, da tre notti a questa parte
passa una macchina. Arriva di corsa, si ferma all¹altezza delle mie
finestre, e gli occupanti sparano quattro-cinque colpi di pistola in aria.
Inoltre mia figlia, nei giorni scorsi, ha trovato la portiera della sua
automobile forzata e i fari abbaglianti lasciati accesi. Il mio timore è che
la Digos non si preoccupi abbastanza di queste cosiddette schegge impazzite.
Ma intanto, nella notte dell¹assalto, nessun poliziotto è andato a
controllare la situazione».
Quest¹ultimo si rivela l'ennesimo inquietante elemento di una vicenda che,
al di là delle responsabilità dirette [vecchi o nuovi o post fascisti]
intende riportare le lancette del movimento ad un¹epoca buia. Ma hanno
fallito: è sera, all¹uscita del Forte sette-otto ragazzi intorno ai
vent¹anni «rollano» una canna. Si avvicinano a Roberto e agli altri
chiedendogli se possono aiutarli nel giro di «attacchinaggio» per
l¹iniziativa antifascista del giorno dopo. Il Forte respira, la tensione si
scioglie e la paranoia se ne va.