20 febbraio 2003
Via da Salone
di Altremappe
Un primo, sommario censimento delle popolazioni rom e sinte, stabilmente
residenti a Roma, risale al 1993: la presenza stimata fu di circa 6 mila
persone. Nel novembre del 1995 è stato svolto il primo censimento generale:
furono rilevate 5467 presenze [oltre il 50 per cento sono minorenni figli di
minorenni]; i campi erano 51. Ma, in seguito ad interventi che il comune
definisce eufemisticamente «riorganizzazione delle aree», gli insediamenti
oggi sono 26. Per la stragrande maggioranza sono distribuiti nella parte est
della città: in particolare nei municipi V, VI, VII ed VIII.
Il campo di via Salone sorge lungo la Collatina, nel municipio VIII. È nato
nel 1993, ma è dall¹agosto del 2000 che ospita circa 1500 persone, fra cui
più di 500 bambini. È allora, infatti, che il pretore Gianfranco Amendola
ordina lo sgombero del Casilino 700 e dirotta qui, in un terreno privato
requisito dal prefetto, gran parte dei nuclei familiari di quel campo. E via
Salone eredita il «titolo» di campo rom più grande d¹Europa.
E il campo più grande d¹Europa è un campo che gli amministratori definiscono
«semiattrezzato»: vuol dire che può disporre di qualche decina di bagni
chimici.
Perian ha 35 anni. È arrivato qui da tre giorni con la sua famiglia, dalla
Francia, per rivedere suo fratello. Eric è il figlio maggiore, ciuffo
ribelle e pallone sotto il braccio. Da piccolo cittadino globale parla
tre,quattro lingue contemporaneamente. Perian tira fuori un foglio timbrato
e ci spiega: «In Francia ci danno una casa e un sussidio, invece guarda in
che condizioni siamo costretti a vivere quiS». Poi indica una cifra sul
foglio: «Questo è il sussidio giornaliero che la mia famiglia riceveva dal
governo francese: 24 euro». Non piove da un po¹ di giorni, e lo spiazzo in
cui Eric costruisce il suo campetto è asciutto, ma di solito proprio qui, al
centro del campo, si forma un lago impossibile da attraversare.
Esattamente un anno fa la cittadella rom di via Salone ha conosciuto il
primo blitz delle forze dell¹ordine. Che trovarono, in un¹area che avrebbe
dovuto ospitare non più di 200 persone, 400 baracche e roulotte ammassate.
Da allora, tra i viottoli sterrati e i cumuli di rifiuti, le presenze sono
raddoppiate.
Sono state tracciate delle strade che dividono l¹area in blocchi catalogati
dalla «A» alla «L», le zone del campo corrispondono ai paesi di provenienza
e alle «etnie»: khorakanè, kaniarja e rudari provenienti per lo più dai
paesi dell¹ex Jugoslavia e dalla Romania. Delle 400 baracche censite nel
2002, informa il comune, quaranta sono state abbattute a causa delle
condizioni igienico-sanitarie in cui si trovavano. Le condizioni igieniche
restano comunque precarie: nei mesi scorsi ci sono stati casi di tigna e
scabbia, sia tra i bambini che tra gli adulti. Di recente altri venti
bambini hanno avuto la febbre causata dalla gastroenterite. «Di sera - ci
raccontano - quando cessano i rumori delle macchine, inizia il passaggio dei
topi».
Via Salone sorge di fianco a una stazione delle linee ferroviarie laziali.
Era l¹unica possibilità per raggiungere la città, ma adesso è stata chiusa.
«Dicevano che non pagavamo il biglietto, che sporcavamo e rubavamo. Adesso,
per raggiungere Roma dobbiamo arrivare alla stazione de La Rustica, a
mezz¹ora di cammino da qui», spiega un ragazzo coi tratti da uomo fatto,
mentre fa vedere il timido sole invernale alla sua bambina di quindici
giorni.
Monica ha tredici anni, va a scuola nel vicino quartiere di Case Rosse.
Anche lei, come tutte le bambine rom, è cresciuta in fretta, tra precoci
responsabilità familiari e piccoli lavoretti per sostenere le risorse assai
scarse della comunità. Ma il trucco, che vistosamente marca il suo volto,
non può cancellare i segni della sua giovane età; notata la nostra presenza
- incuriosita alla vista della macchina fotografica - si avvicina di corsa
con uno sguardo interrogativo. Ci prende per un braccio e ci chiede: «Quando
ci porteranno da un¹altra parte?».
La risposta che diamo fa i conti con la nostra impotenza ma anche con la
nostra vergogna di cittadini di una ricca capitale europea. Monica racconta
che è la quarta di sei figli, due femmine e quattro maschi, che la vita in
quel campo è impossibile, che il freddo è troppo forte per quelle stufe
preistoriche, che quella fogna a cielo aperto che solca il campo fa schifo,
che d¹estate fa caldissimo tra le lamiere infuocate.
Goran, il padre di Monica, ci scruta sornione, seduto su un divano davanti
casa sua, mentre si gode gli ultimi tiepidi raggi di sole di un pomeriggio
poco invernale. Accanto a lui c¹è Giulio, romano di cinquantacinque anni, ex
fotografo di matrimoni; si sono conosciuti per motivi di lavoro e da allora
sono molto amici. Quella di Goran e Giulio è un¹amicizia anomala, quasi
surreale, che rompe lo stereotipo da «guerra civile» che caratterizzerebbe i
rapporti tra cittadini «normali» e zingari.
Goran sogna di tornare a Zara, in Dalmazia, per comprarsi una casetta in cui
vivere in pace senza gli affanni della vita gitana. Il suo sguardo
malinconico ci accompagna fuori dal campo.
Come indios della metropoli, gli abitanti di via Salone escono per
raccogliere la legna. All¹imbrunire molti tornano dalla città, con in mano i
«ferri del mestiere», i violini e le fisarmoniche della musica di strada, i
secchi e le spugne da semaforo.
Il campo, a quest¹ora, inizia a colorarsi di fuochi e a risuonare di pop
balcanico. Ai margini della metropoli, senza nessun «Piano» che si preoccupi
di «regolare» nulla, dove solo l¹istantaneo sguardo delle macchine che
sfrecciano può vedere. Nell¹unico posto disponibile, in cui l¹unico popolo
che non ha mai combattutto nessuna guerra è relegato.