20 febbraio 2003

Piano regolatore, atto secondo
di Antonello Sotgia

A otto mesi dalla sua presentazione, il nuovo piano regolatore approda in
consiglio comunale. Mesi che il sindaco Veltroni non avrebbe voluto veder
trascorrere, avendo più volte indicato nel 31 dicembre 2002 il termine
ultimo entro cui il piano avrebbe dovuto essere adottato.Un atto,questo
dell¹adozione, ovvero il riconoscimento politico delle scelte e delle
previsioni segnate sulle carte e fissate nelle norme tecniche, destinato a
slittare ulteriormente.
Dopo una «tre giorni» d¹assaggio [le sedute di consiglio dedicate alla
votazione degli ordini del giorno] si è deciso, infatti, d¹impacchettare
carte e planimetrie per passare alla discussione d¹approvazione del bilancio
che, per non rischiare il commissariamento, dovrà avvenire entro la fine di
marzo. Quindi il nuovo calendario prevede, esaurito il bilancio, di
riprendere. Saremo così ad aprile per la discussione, gli emendamenti, la
votazione d¹adozione e la definitiva messa in cantiere delle procedure che
dovranno portare all¹ approvazione del nuovo piano regolatore da parte
della regione Lazio. Un viaggio lungo e pericoloso, dato che gli elaborati
che sono stati ora licenziati hanno già ricevuto l¹immediata bocciatura dei
costruttori venuta a dare sostanza e peso in consiglio alla posizione
ostruzionistica del polo.
E hanno raccolto l¹insoddisfazione delle principali associazioni
ambientaliste - in un loro comunicato hanno parlato di «luci e ombre» - che
è sotto osservazione da parte dei tanti [comitati, gruppi, intellettuali,
centri socialiS] che raccolti intorno la rete per un piano regolatore
partecipato, hanno dato vita a quell¹inedito processo che ha portato chi
abita a Roma a decidere di non voler più essere condannato a vivere nel
disagio, costretto alla disperazione, alla rassegnazione all¹esclusione da
una città senza urbanistica e guidata da pratiche urbanistiche pensate
contro la città.

La città in movimento

Aver denunciato che attraverso il nuovo piano [comunque da fare] si tentava
di introdurre nel corpo della città procedure disciplinari non solo ad essa
estranee, ma che avrebbero finito con il travolgerla per sempre, ha
rappresentato il contributo specifico del movimento alla questione
dell¹abitare le tante Roma che costituiscono questa città. È stato il
movimento ad aprire il dibattito sull¹idea di città incompatibile con
quella veltroniana d¹istituire, per legge, forme di compensazione a «go-go»
con conseguenti cubature che decollano da una parte del territorio e
restano in volo sul cielo di Roma in attesa di atterrare non si sa dove. Il
movimento ha mostrato come il piano non è solo problema di metri cubi
[comunque troppi!], e ha posto il tema dell¹abitare come progetto
culturale, sociale e di democrazia. E ha chiarito che l¹impianto presentato
dai tanti illustri urbanisti andava rivisto per arrivare a gettare le basi
di una città finalmente plurale e solidale.
Un preciso progetto, accompagnato da azioni-eventi e occupazioni [che
ancora «reggono»] di parte significativa del patrimonio edilizio pubblico e
privato criminalmente lasciato andare in malora, che hanno punteggiato
alcuni quadranti urbani illuminandoli e rendendoli luoghi-segnale,
capisaldi delle nuove coordinate geografiche di una città ridisegnata dal
flusso delle diverse forme d¹espressione sociale che vivono quei territori
resistendo alle trasformazioni imposte dall¹alto, e riprendendosi
direttamente almeno parte dei diritti negati.
Questo è il senso di quello che il movimento romano ha prodotto e continua a
produrre. Movimento che ha avuto il merito d¹essere intercettato all¹interno
della città, e quindi del consiglio comunale, dopo un primo momento
d¹incomprensione, da Rifondazione comunista e dai Verdi che hanno compreso
che il piano regolatore non è un tema squisitamente disciplinare, da
delegare agli esperti, ma una occasione per ascoltare la città prima di
parlare, con il rischio di non essere ascoltati. L¹attuale stesura del
piano, che con parola burocratica è stata ribattezzata «maxiemendamento»,
concretamente rappresenta il lungo braccio di ferro tra le forze politiche
che, incapaci di programmare le esigenze di chi la città l¹abita, non hanno
potuto,come avevano programmato, fare a meno di ascoltare i loro progetti.
Un lavoro frutto anche di quanto Rifondazione e Verdi, caparbiamente e
ascoltando il movimento e le associazioni, sono riusciti a strappare a chi,
dentro e fuori il consiglio, aveva pensato di poter far atterrare 64 milioni
di metri cubi consumando oltre seicento ettari di territorio agricolo a
forte valenza ambientale.
Un atto definito da chi lo proponeva «assolutamente necessario» , dal
momento che si era deciso di scegliere di riconoscere le previsioni del
vecchio piano come vero diritto alla costruzione che, una volta ottenuto
dal proprietario del terreno, veniva a far parte del proprio patrimonio. Una
cosa semplice dalle conseguenze devastanti: la legittimazione
dell¹esistenza di diritti privati all¹edificazione. Tutto questo
fortunatamente ora nel piano non c¹è più. Sono saltati interi capitoli ,
cancellato l¹istituto della compensazione limitandosi a riconoscere come
cubature da collocare « altrove» solo quelle fissate con la precedente
variante delle «certezze». Il che vuol dire acquisizione di aree verdi
fondamentali per la realizzazioni di parchi intorno e dentro la città.
Aver trasformato due semplici parole: «diritti edificatori» in «previsioni
edificatorie» ha significato mettere in crisi il dover fare i conti [che
si voleva senza condizioni], con il «pregresso» e riconsegnare
all¹urbanistica la propria capacità di progettare la trasformazione,
modificando anche vecchie previsioni in virtù di nuove ragioni e
dell¹interesse pubblico.

Santa Maria della Pietà

Un parco, per esempio, oggi là dove ieri [quarant¹anni fa] si sarebbero
volute case che non sono state neppure progettate. Alcune centralità -
luoghi d¹identità e riequilibrio all¹esterno dell¹area centrale- sono state
asciugate riducendo cubature, altre [Gabi ] cancellate. Altrove, e i conti
continuano a non tornare,come Santa Maria della Pietà, a nord, dove quella
forte struttura identitaria di straordinario valore architettonico
ambientale resta ancora circondata da cemento.
Una riduzione di cubatura ancora sostanzialmente insoddisfacente, mitigata
dalla previsione di poter pensare di utilizzare parte del patrimonio
edilizio dismesso e soprattutto dalla volontà di utilizzare le aree che si
vorrà edificare [ridotte ad ancora eccessivi 258 ettari, a fronte dei 600
proposti dal piano e ai 1200 che i costruttori piangono come «assolutamente
necessari»] a saldo zero. Rimpiazzando, cioè, quanto viene consumato con
altrettanta quantità di aree verdi da acquisire al patrimonio pubblico.
Un altro piccolo risultato è stato l¹aver impedito norme che, attraverso
eccessivi frazionamenti, avrebbero finito con lo snaturare la tipologia
degli edifici, innescando perversi effetti «residence » [non si potrà
scendere al di sotto della soglia dei 45 metri quadri]. Qualcosa di più
significativo è stato ottenuto per quel che riguarda la partecipazione, che
sarà meglio precisata in un prossimo regolamento specifico comunale.
Tuttavia, è già previsto che si stabiliscono norme per fare in modo che
ogni progetto che si dovrà realizzare di tipo indiretto [da realizzare cioè
con strumento urbanistico anche se promosso da privati] sia sottoposto a
procedure d¹informazione e consultazione della cittadinanza.
Sono stati reintrodotti i beni censiti nella carta dell¹Agro come componente
fondamentale della carta della qualità, mentre non del tutto soddisfacenti
appaiono le connessioni tra forme di progettazione e quanto indicato dalla
cosiddetta «rete ecologica». Da rigettare, invece, il rush finale con cui
dai Municipi, in corsa, si sono aggiunte richieste inaccettabili come nuove
edificazioni nella zona est o progetti spinti da punti di vista
assolutamente personali. È troppo o troppo poco? Il movimento che non ha
partecipato alle trattative è esentato dal fare bilanci e non può che
continuare nella propria strada, costruendo spazi per la socialità,
difendendo la residenzialità nella città storica per una politica abitativa
e del riuso a sostegno del disagio sociale. Continuando a fare domande,
scendendo nelle strade e nelle piazze: è questo il modo con cui il
movimento parteciperà al prossimo dibattito.
Un dibattito iniziato da tempo e non si fermerà con il voto dei
consiglieri che, comunque, non potranno fare a meno di tenere conto di
questi strani camminatori che hanno iniziato a ridisegnare Roma decidendo di
stare insieme per sognarla e quindi deciderla.