15 maggio 2003
Storie di riscatto dallex ghetto
di E.V.
Tor Bella Monaca più sicura e tranquilla dei Parioli: non è un delirio estivo di qualche cieco ottimista ma il risultato di una ricerca su «La criminalità diffusa a Roma» promossa dal dipartimento di ricerca sociale della facoltà di sociologia della Sapienza.
Una mappa della insicurezza e dei reati legati alla criminalità che ribalta stereotipi e luoghi comuni incollati per anni sulla pelle delle periferie romane. In questo quadro, i municipi del centro storico e delle zone residenziali risultano di gran lunga più «caldi» e insicuri rispetto, ad esempio, a quelli della periferia sud est della città. Un'indagine che la dice lunga sulle modalità di costruzione delle paure pubbliche e, quindi, delle conseguenti politiche repressive e di controllo messe in atto dai diversi poteri istituzionali. Per anni, il nome di Tor Bella Monaca è stato associato a un immaginario di degrado sociale che spesso ha varcato i confini cittadini. «Ghetto», «dormitorio», «quartiere a rischio»: sono alcuni dei tanti epiteti che, dai primi anni ottanta, hanno accompagnato le descrizioni di questo quartiere periferico che si distende tra la Prenestina e la Casilina, ai piedi dei castelli romani.
12 piani e un centro sociale
In effetti, la nascita di questo comprensorio [segnato dalle famose torri di dodici piani che evidenziano i diversi lotti abitativi] si intreccia con la storia tormentata degli ultimi anni settanta, quando, a seguito del risanamento delle borgate, si fa drammatico per migliaia di ex baraccati il problema della casa. Lemergenza abitativa domina le politiche urbanistiche pubbliche, imponendo esclusivamente criteri quantitativi; si costruisce in fretta, senza pensare a tutto ciò che rende una serie di palazzi un vero quartiere: verde, servizi, occasioni di incontro, spazi pubblici. Ma è proprio in un contesto del genere, che non sembra offrire alcuna speranza, che ha inizio una scommessa di dignità e di riscatto collettivo.
Si chiama Mario, ma per tutti i frequentatori e attivisti del «Chentro sociale», è semplicemente il «ciociaro», in omaggio alla sua terra di nascita. Lo incontriamo in un caldo pomeriggio, mentre, indaffaratissimo, organizza le tante attività del centro: il torneo di calcio per i ragazzi delle scuole, il corso di informatica per adulti, il laboratorio di ceramica e areografia per i bambini. Mario rappresenta la memoria vivente di questo originale centro sociale, un punto di vista privilegiato per conoscere le trasformazioni sociali e culturali di Tor Bella Monaca.
«Era la fine del 1993 - racconta - quando decidemmo di dar vita a una nuova occupazione, riaprendo i locali abbandonati al degrado dellex ente comunale. Erano gli anni della proliferazione dei centri sociali, positivo lascito della grande mobilitazione studentesca della Pantera del 1990. La nostra esperienza, però, non poteva ricalcare il modello tradizionale legato prevalentemente a una composizione giovanile e alle diverse sperimentazioni culturali. Calibrammo la nostra idea di autogestione e di militanza dentro il contesto specifico di Tor Bella Monaca, scoprendo così che la nostra missione sociale doveva puntare alla ricostruzione dei legami sociali e solidali di quel territorio».
Tutti gli indici sociali sulla qualità della vita disegnavano un panorama desolante: disoccupazione ai massimi livelli cittadini, servizi sociali inesistenti [soprattutto in relazione ai soggetti più deboli: portatori dhandicap, adolescenti a rischio, detenuti agli arresti domiciliari], mancanza di aree verdi attrezzate; il tutto, nella totale indifferenza delle amministrazioni locali. In questo paesaggio desolante, si chiariva necessariamente il ruolo del centro sociale: «Non potevamo correre il rischio dellautoreferenzialità - continua Mario - e così provammo a declinare il valore dellautogestione nei termini dellapertura verso lesterno e della partecipazione diffusa; inoltre, cercammo di evitare un approccio giovanilistico, valorizzando un'attitudine trasversale e inclusiva. Senza mai tralasciare, però, un radicale impegno antifascista e antirazzista, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni che, negli anni precedenti, erano state oggetto di un grande investimento ideologico da parte della destra radicale e del suo tragico immaginario». Per queste ragioni, nacque l'idea di un torneo di calcio tra diverse tifoserie ultras italiane, in memoria di Claudio Spagna, il tifoso del Genoa ucciso in un agguato da un gruppo «rivale» nel gennaio del 1994. Da nove anni, questo torneo valorizza gli elementi comunitari della vita di curva, quel grande patrimonio di passione che ogni domenica resiste alle logiche mercantili del calcio moderno.
Un calcio all'esclusione
Sembrava un sogno da pazzi, che se ne infischiava allegramente sia dei vecchi meccanismi politicisti sia della vulgata corrente, confezionata dai mass media e dai poteri forti della città, che consegnava alle periferie romane un futuro fosco fatto di guerre tra poveri. «La risposta del quartiere fu straordinaria e mostrava la possibilità di una socialità diversa - afferma Mario -. Un luogo in cui si poteva assistere a un concerto dei 99 Posse, ma che il giorno dopo sapeva ospitare la balera autogestita dagli anziani del quartiere, affamati anche loro di spazi sociali. Ma il centro sociale fu solo il fulcro di un meccanismo di partecipazione più grande, in grado di investire altri luoghi e temi della vita di quartiere».
Un terreno privilegiato di intervento viene individuato nelle scuole, in una zona ferita da una grande dispersione scolastica: «La scuola rappresentava uno dei pochi punti di riferimento significativi - precisa Mario -. Ritenevamo fondamentale affrontare il nodo della crescita culturale partendo dai più piccoli, dentro una prospettiva di lunga durata, l'unica che potesse garantire risultati importanti». E oggi questi risultati prendono forma nelle tante iniziative che coinvolgono centinaia di famiglie: cineforum, laboratori artistici, tornei di calcetto, carnevali di strada e numerose altre attività che attraversano i tanti luoghi del quartiere. Ma anche battaglie per una migliore qualità della vita, come quando, tre anni fa, decine di famiglie, sostenute dal centro sociale, bloccarono l'installazione di un distributore di benzina davanti l'entrata della scuola elementare.
«Uno dei progetti a cui teniamo di più - interviene Elisabetta, che si occupa dei corsi di ceramica - è il giornalino che promuoviamo insieme agli studenti. Il periodico ha una uscita bimestrale e si avvale di una serie di contributi economici legati alla piccola economia locale. Dal 1998 è diventato un importante strumento sia di comunicazione sociale che di informazione sui servizi dell'ottavo municipio».
Una nuova idea di spazio pubblico, in cui la comunità locale scommette su se stessa e sulle risorse e potenzialità del territorio: «Non abbiamo mai avuto un grande rapporto con le istituzioni -spiega Mario - ci siamo sempre opposti alla logica dei finanziamenti pubblici tramite bandi che scatenano corse al ribasso. Siamo altresì convinti che l'autorganizzazione possa valorizzare anche economicamente le proprie competenze sociali puntando su precisi e chiari progetti. È stato il caso di Urban, il progetto della comunità europea grazie al quale abbiamo ristrutturato lo stabile del Centro [compresa anche la sede del sindacato dei diritti del malato], reso agibile l'area verde adiacente e, infine, preso in gestione, insieme alla Gridalo Forte Records e alla cooperativa Datacoop, l'ex fienile, trasformato in una sala prove per i gruppi musicali».
Da circa dieci minuti, una signora ci osserva con apprensione: sta aspettando che il «ciociaro» smetta di parlare con lo sconosciuto intervistatore perché senza il suo «docente» non può iniziare il corso di informatica. Andando via ci accorgiamo che, in queste due ore, non abbiamo mai nominato la «globalizzazione», il «neoliberismo»: nessuno se ne è accorto nel [piccolo e faticoso] altro mondo possibile di Tor Bella Monaca.