26 giugno 2003

Visto dal Forte Prenestino
di E.V.

Alla fine degli anni settanta era «No eroina - No polizia». La «roba», l'eroina, disgregava un'intera generazione, in una sospetta combine con le politiche repressive di quegli anni. Poi vennero i centri sociali, uno dei cui luoghi simbolo è il Forte Prenestino di Roma: un curriculum antiproibizionista di provata radicalità.
«La nostra storia affonda le radici in un periodo in cui l'approccio alle droghe era molto più netto e semplice, perché 'semplice' era il fenomeno che ci trovavamo di fronte - racconta Giancarlo - Da una parte le sostanze naturali o lisergiche, che rimandavano ad un immaginario sociale e comunitario; dall'altra l'eroina, droga del potere e di annientamento, nichilista, e poi la cocaina, lo sballo dei ricchi. Queste ultime sostanze erano bandite, come erano banditi [e cacciati con decisione] gli spacciatori d'eroina. Abbiamo visto morire troppi compagni». Questo scenario in pochi anni si modifica radicalmente, con la trasformazione della società italiana.

«Paradossalmente - spiega Giancarlo - la diffusione delle altre sostanze, soprattutto sintetiche, dalla metà degli anni ottanta, rappresenta una sorta di 'freno sociale' al consumo dell'eroina, e riesce a strappare grandi pezzi di questo mercato: una specie di autoregolamentazione dal basso, da parte dei consumatori». La diffusione dell'ecstasy è legata alla nascita dei nuovi stili musicali, la techno-music, principalmente. Un tipo di musica [e un immaginario connesso], composta da suoni stridenti e frequenze velocissime, che gioca a cancellare le melodie in favore di muri sonori e ritmi frenetici. Finalmente, la società postfordista scopriva la sua colonna sonora.
Ancora Giancarlo: «Si affermava una droga che cambiava l'idea dello 'sballo', una sostanza non più invasiva e distruttiva come l'eroina, ma più gestibile, senza pesanti effetti di dipendenza, legata al singolo evento ludico, festa o rave che fosse». Continua Giancarlo: «Il Forte, fin dall'inizio, è stato attraversato da questi fenomeni; per fortuna, sia la nostra attitudine antiproibizionista che un certo ricambio generazionale hanno facilitato un buon rapporto con queste nuove culture, pur tra tanti limiti e contraddizioni, che naturalmente sono ancora presenti».
Le nuove generazioni allargano i tipi di consumo, sperimentano nuove forme di socialità, spostano il baricentro del ragionamento dal concetto di «droghe» a quello di «sostanze», mettendo così in valore la necessità della consapevolezza e dell'autocontrollo, contro il tradizionale atteggiamento [anche di sinistra] etico e ideologico. «È il momento degli 'illegal rave', la riappropriazione diretta, ludica e sociale, degli spazi pubblici o privati abbandonati - continua Giancarlo - L'archeologia industriale diveniva sede delle Taz metropolitane ['Zone temporaneamente autonome', dal testo culto di Hakim Bay]. Le sostanze sintetiche giocarono un ruolo chiave, accompagnando stabilmente i grandi raduni giovanili degli anni novanta. Così, nacque la necessità di comprendere meglio gli effetti reali e di avere modalità di assunzione consapevoli, perché, comunque, continuavamo a batterci contro la dipendenza e l'abuso di ogni tipo di sostanza».

Lo stesso concetto di «riduzione del danno» perse ogni moralismo, perché ci si metteva dalla parte del consumatore, in una prospettiva di condivisione e di salvaguardia della libera scelta. «Non ci siamo mai voluti considerare gli 'esperti del settore' - conclude Giancarlo - Siamo semplicemente dei consumatori come altri milioni di cittadini del nostro paese [molti anche insospettabili]: ci interessa diffondere cultura, consapevolezza e soprattutto, come nel caso della marijuana, strumenti di autoproduzione: l'unica risposta che riteniamo efficace contro il narcotraffico».
Cosa significa sperimentare alcune sostanze in «una dimensione ludica e collettiva» ce lo spiega Maria Stella: «Se si assume, per esempio, mdma [methylenedioxymethamphetamine] si riesce ad 'entrare' veramente dentro la musica e le sue vibrazioni; si amplificano i sensi, il corpo è pienamente attraversato dai battiti delle linee ritmiche: si diviene parte di un flusso sonoro. Nella mia esperienza, l'approdo a questo tipo di sostanze è passato per un approfondimento culturale legato alla sperimentazione e culminato con i primi 'viaggi' lisergici. Ma le emozioni più dirompenti le ho vissute con le 'pasticche', un'esperienza più collettiva legata, appunto, ai primi raves, alle prime notti illegali, in cui la scelta politica dell'occupazione di un luogo si fondeva con i desideri e le emozioni suscitati delle prime esperienze 'sintetiche'».

È a questo punto della vicenda del Forte che si afferma la necessità di mettere in pratica l'antiproibizionismo. Le mutazioni dei comportamenti e le nuove tipologie di droghe cambiavano radicalmente i termini della questione: occorreva uscire definitivamente dall'idea che l'uso delle sostanze dovesse essere connesso a qualche tipo di problema sociale, a favore di un approccio pragmatico, laico, informativo.
Nasce Mdma, il «Movimento di massa antiproibizionista», rete nazionale di centri sociali, associazioni, operatori sociali attivi sulle tossicodipendenze e sulle politiche di riduzione del danno. Racconta Grazia: «Abbiamo scelto un punto di vista in grado di scombinare i parametri 'scientifici' ufficiali, che riproducevano le vecchie gerarchie dell'esperto, del medico curante, del professionista della riabilitazione. Consumatori e operatori dovevano interagire». Adesso, il panorama legislativo rischia di incupirsi ancora di più, con il progetto di Fini. «Ci fa tornare indietro di trent'anni - dice Grazia - Ma è il risultato anche delle timidezze e ipocrisie delle politiche sociali dei governi di centrosinistra. Siamo certi, comunque, che la consapevolezza sull'uso delle sostanze è più diffusa di quanto si pensi».