12 maggio 2005

Sono architetti, fanno gli urbanisti
di Antonello Sotgia

 La formula con cui, nelle facoltà d'architettura, le commissioni di laurea ufficializzano il titolo di dottore è uguale per tutti i candidati. «Per i poteri conferitemi la dichiaro dottore in architettura»: fa più o meno così, il proclama del presidente di turno. Ed ecco pronto un altro architetto, anche se , magari, quest'ultimo ha costruito il proprio percorso di formazione per essere urbanista. L'urbanista si troverà così non solo con un titolo improprio, ma dovrà affrontare un fare molto diverso dai saperi appresi. Non parlo solo dei nuovi strumenti, tipo «Programmi integrati» o di tutto ciò che viene definito come «Accordo di programma», ma che  più propriamente si dovrebbe leggere come la capacità dei privati di imporre alle amministrazioni pubbliche i propri progetti e, quindi, i propri affari.
Schemi, delibere, simulazioni, conti, e anche una copiosa letteratura d'apparato sono ormai patrimonio per ogni studente chiamato a esercitarsi su piani e interventi territoriali. Parlo di tutta l'attività di concertazione. Di quei ragionamenti legati alle forme di compensazione e/o di perequazione dove cubature, sempre eccessive, si staccano da un luogo e, dopo vari svolazzamenti [ per loro sembra essere stata abrogata la legge di gravità], atterrano dove più serve produrre reddito. Si chiamano e sono architetti, fanno e faranno  gli urbanisti. Dovranno però attrezzarsi a leggere e guardare il territorio con altri occhi e altri strumenti. Non solo praticando ovvi riferimenti economici che, per altro, l'urbanistica tradizionale ha sempre considerato; quanto convincersi che il territorio non è un bene per tutti, ma dove tutti possono fare tutto. Nel senso esattamente opposto di quanto dovrebbe essere assicurato dalla formazione urbanistica [dare a tutti le stesse possibilità e assicurare la maggiore qualità possibile al vivere e all'abitare].
Depotenzializzare i luoghi di chi li vive e abita per piegarle a volontà e programmi altri. Di quelli promossi dai padroni dell'espansioni residenziali sconsiderate, dai programmi dell'alta velocità della Tav, alla disseminazione sconsiderata degli impianti telefonici, ai centri commerciali, alle tante invenzioni legate alla finanza di progetto.

Sono architetti, operano come urbanisti, ma, in realtà, sono chiamati ad esprimersi come analisti finanziari. Per stare sul mercato [leggi
lavorare] dovranno saper prevedere tempi e ricavi per investimenti.Guardare al territorio non come un luogo da cui ricevere  innanzitutto indicazioni, sapere prima ascoltare e poi riconnettere a partire dalle tecniche d'invenzione formale propria di ogni progettista [architetto e urbanista], ma come una delle tante possibilità dove altri [in primis, consigli d'amministrazione] scelgono per localizzazioni o delocalizzazioni di qualsiasi cosa produca loro reddito e profitto.
Dalle pagine di un giornale locale, «Il novarese», arriva un segno in controtendenza. Un architetto che da urbanista ha dedicato tutta la
sua vita e tutto il suo lavoro di ascolto e di progetto, pressoché unicamente a Novara [ è stato autore di un piano del centro storico
ancora «cult» tra chi pensa che le città non debbano rinunciare alla propria identità]: Sergio Rizzi continua per fortuna a opporsi a tutto ciò chiamando e dimostrando che questi progetti di finanza sono solo devastazione ambientale e martirio territoriale.
Lo fa ricostruendo puntualmente la storia di ciò che accade nel Piemonte novarese dove l'urbanistica del progetto locale non riesce a farsi protagonista e l'urbanistica democratica è solo un ricordo. Sarebbe il caso che qualcuno raccogliesse il suo allarme, magari per far
conoscere ai tanti architetti-urbanisti che si può ancora [forse] pensare al territorio in termini non solo di costi e ricavi[privati].