11 novembre 2004

L'XI municipio boicotta la Coca Cola


Da un paio di settimane è diventato il Municipio più famoso, dopo aver deciso il boicottaggio della potentissima multinazionale delle bollicine, la Coca Cola. Giornali e televisioni hanno parlato di «no global che comandano a Roma», «estremisti in giacca e cravatta», «Davide contro Golia», e via di questo passo, con un misto di sorpresa, livore e solidarietà. È il Municipio XI [a Roma ce ne sono venti], un gran pezzo della semiperiferia a sud ovest della capitale, situata tra due grandi arterie, via Cristoforo Colombo e via Ardeatina, e abitata da quasi 140 mila persone. Per capire dove e come nasce questa storia, abbiamo incontrato gli autori dello scandaloso ordine del giorno [votato da tutta la maggioranza consiliare, formata da centrosinistra e Rifondazione, ad esclusione della lista Veltroni]. Attorno al tavolo, in un ufficio del Municipio, Massimiliano Smeriglio, il presidente, Luciano Ummarino, consigliere «disobbediente» proveniente dal centro sociale La Strada e che ha la delega alla Partecipazione, e Gianluca Peciola, assessore alle politiche giovanili e alla «intercultura», più casa e lavoro.

La Coca Cola chiede un incontro
«Questa storia inizia con la nostra adesione, e quella dell’assessorato al lavoro del comune di Roma, alla Carovana internazionale per la tutela dei diritti dei lavoratori colombiani», racconta Peciola. «Si trattava – continua – di sostenere una campagna di informazione e solidarietà, in Colombia, ardua anche dal punto di vista della sicurezza. Siamo riusciti ad aprire un canale di comunicazione con l’ambasciata colombiana in Italia, che ha risposto con una lettera ‘rassicurante’. Al ritorno di quelli che hanno partecipato alla carovana, abbiamo fatto un incontro di bilancio sulla campagna e deciso di elaborare l ’ordine del giorno». E poi? «Si trattava di avviare il boicottaggio dei prodotti della Coca Cola nelle strutture di competenza del Municipio, in stretta relazione con il sindacato colombiano Sinaltrainal, quello dei dipendenti delle imprese di imbottigliamento in Colombia». L’effetto è stato straordinario. «E tutt’altro che simbolico – dice Smeriglio – In pochi giorni si è prodotto un effetto domino che ha coinvolto altre amministrazioni, associazioni e sindacati. A Milano, per esempio, l’amministrazione provinciale ha negato la sponsorizzazione a una fiera dedicata ai bambini a causa della presenza di Nestlè. Ma la vera novità, quel che ha fatto infuriare i giornali di destra, è che a decidere il boicottaggio sia stato un Municipio. È questo che per noi vuole dire ‘nuovo municipio’, uno spazio di cittadinanza attiva che non teme di essere partigiano, scegliendo i diritti sociali contro le politiche di una multinazionale. Lunedì 8 abbiamo incontrato rappresentanti della filiale italiana di Coca Cola, il Sinaltrainal, le istituzioni locali e la società civile, e siamo orgogliosi che un tale incontro, che ha pochi precedenti, si sia fatto nel nostro Municipio». La vicenda ha smosso anche il consiglio comunale: la maggioranza ha deciso di presentare presto un ordine del giorno sugli «sponsor etici» nei progetti degli enti locali.

Il Municipio e il mercato
«Anche su questi temi - dice Smeriglio - il Municipio XI ha sempre tenuto un comportamento coerente, rifiutando, quando possibile, ogni rapporto con aziende ‘chiacchierate’ dal punto di vista dei diritti dei lavoratori e dell’impatto ambientale. Come nel caso di Reebok e Nike. Un anno fa, un’azienda, per conto della Nike, aveva chiesto uno spazio pubblico per una iniziativa sportivo-commerciale, e il Municipio negò qualsiasi spazio di sua competenza. L’evento si svolse in un luogo privato». Ma che nesso c’è, tra il boicottaggio della Coca Cola e il fatto che il Municipio XI sia tra i fondatori della Rete del Nuovo Municipio? Risponde Ummarino: «La vicenda della Coca Cola è del tutto coerente con la nostra idea del ‘municipalismo’, perché nell’epoca della crisi globale della democrazia, i municipi, le comunità territoriali, gli enti locali, sono chiamati a diventare ‘soggettività politiche’, diciamo così, anche per resistere al neoliberismo. Questa vicenda è significativa non perché toglie dai distributori di bibite cento lattine, ma perché segnala una nuova strada per opporsi al dominio del mercato. Un vero e proprio atto di ‘diplomazia dal basso’. Vuoi un altro esempio? Qualche mese fa abbiamo chiesto al comune di Roma di riconvertire la rete e gli strumenti informatici della pubblica amministrazione: abbandonare Microsoft per adottare i programmi ‘open source’, liberi».

È da quasi due anni che il Municipio XI ha avviato la sperimentazione del Bilancio partecipativo. Finora, i cittadini sono stati chiamati a discutere sul destino di circa un quinto del bilancio. Il territorio del Municipio è stato diviso in otto quartieri, secondo criteri culturali e non solo urbanistici, per valorizzare le identità sociali e l’«auto-percezione» delle comunità locali, insomma per mettere i cittadini a loro agio, in un ambito in cui si possano riconoscere. Ma, aggiunge Ummarino, «è arrivata l’ora di aprire un dibattito sulle esperienze, italiane e in giro per il mondo, che hanno sperimentato forme di democrazia partecipata. Alla luce, anche, dei risultati contraddittori delle elezioni in Brasile e in Uruguay, dove, da una parte, a San Paolo e Porto Alegre, vengono sconfitte le amministrazioni progressiste, e, dall’altra, uno schieramento di centrosinistra rompe il monopolio liberale dopo un secolo e mezzo. La nostra esperienza prova a rispondere alla domanda cruciale: come si ferma la tendenza dei poteri globali a sottrarre sovranità alle comunità locali?».

1500 cittadini, 56 incontri al mese
E in pratica, come funziona qui? «L’anno scorso è sempre Ummarino a parlare – mille e cinquecento cittadini si sono confrontati, attraverso assemblee e gruppi di lavoro [abbiamo fatto ben 56 incontri al mese] sui lavori pubblici, le politiche giovanili, le attività culturali e sportive, la mobilità. Questi incontri hanno stabilito le priorità di bilancio per il 2005, che ora la nostra amministrazione proporrà al comune di Roma. Al di là dei numeri limitati, pensiamo si stia avviando una sperimentazione assolutamente innovativa: un tentativo, molto concreto, di cedere sovranità, potere, alle comunità territoriali, insomma una reinvenzione della democrazia. Spesso – continua l'assessore – molte amministrazioni lamentano la mancanza di risorse e di un effettivo decentramento, ciò che impedirebbe l’avvio del Bilancio partecipato: noi pensiamo, invece, che è possibile dare un segnale importante anche in queste condizioni. Se crediamo nella partecipazione dobbiamo cedere ‘in basso’ anche quel poco di potere che abbiamo ». In queste settimane, il municipio sta preparando una bozza di delibera che introdurrà formalmente, nei regolamenti amministrativi, il processo del Bilancio partecipato. Spiega ancora Ummarino: «La ragione principale che ci spinge a ratificare ufficialmente questo percorso, come del resto hanno già fatto altre cinquecento municipalità in tutto il mondo, è nella volontà di cambiare radicalmente e stabilmente i meccanismi della democrazia locale. Un giorno, il colore politico di questa giunta potrà cambiare, ma vogliamo lasciare nelle mani della società civile uno strumento di democrazia». Sono numerosi, i temi su cui il municipio sperimenta nuove politiche di partecipazione e di gestione: il patrimonio pubblico, abitativo e non, la cura del territorio, i servizi sociali e le politiche d’accoglienza per i migranti. Racconta Peciola: «Anche sull’emergenza abitativa stiamo provando a costruire dal basso un decentramento effettivo, che la delibera comunale di riferimento non prevede in alcun modo. Il nostro ruolo non è affatto neutrale: ci consideriamo un ‘agente’ locale di promozione dei diritti. Davanti a uno sfratto, facciamo ‘interposizione’, e tentiamo di aprire una trattativa». E come può diventare parte dell'azione istituzionale, un problema come quello della casa? «In prospettiva, ci battiamo perché nel futuro sia affidata al Municipio una parte di patrimonio abitativo, in modo che si possa affrontare con strumenti adeguati un’emergenza che sembra inarrestabile. Vorremmo aprire uno ‘sportello’ di mediazione tra domanda e offerta. Per ottenere locazioni a canone concordato, da inserire nel futuro Piano di zona [il ‘piano regolatore’ dei servizi sociali, ndr]. Da questo punto di vista, sarà determinante l’applicazione della delibera comunale sul canone sociale, promossa da Action, l’«agenzia per il diritto alla casa’, e approvata in giunta il mese scorso. Nel frattempo, il Municipio si è fatto garante di tutte le iniziative dei comitati di inquilini che si battono contro la svendita e la privatizzazione del patrimonio abitativo a favore di grandi società immobiliari come Pirelli, Generali, Esedra. In alcuni casi, siamo riusciti ad ottenere tavoli di trattativa che lasciano ben sperare». La delibera comunale del 2001 che istituì i Municipi, stabiliva che il patrimonio pubblico non abitativo fosse di loro competenza. Di fatto, non fu mai applicata.

Il casale, il parco, la palestra
«Questo Municipio ha preso sul serio le indicazioni di quella delibera – spiega Smeriglio – Faccio tre esempi. Nella zona di San Paolo, abbiamo acquisito al nostro patrimonio un casale bellissimo di fine Ottocento, che da vent’anni era nelle mani di un privato. Nel quartiere di Poggio Ameno, una zona devastata dai processi di ‘cartolarizzazione’ [la vendita all’asta degli immobili pubblici], abbiamo riaperto una palestra di pugilato, affidandone la gestione all’associazione che aveva occupato, l’immobile. Si tratta di un fatto importante, che riconosce il diritto allo sport come forma di socialità, un bene sempre più raro nei nostri quartieri. Infine, c’è il caso del Parco di Garbatella, nel quartiere storico, memoria fisica di questo territorio. Qui, abbiamo voluto sperimentare un’idea nuova di ‘pubblico’: accanto agli interventi istituzionali, esiste un’associazione, che, attraverso la gestione di un locale all’interno del Parco, integra il lavoro di cura e gestione del luogo, proponendo anche iniziative e attività». «E a proposito di cittadinanza e nuova democrazia – conclude Ummarino – la consulta degli immigrati è l’ultimo progetto che abbiamo inaugurato: lo immaginiamo come luogo di incontro, riconoscimento e auto-organizzazione dei migranti. Per ora, sono in calendario incontri delle comunità ucraina, rom e bengalese. Sabato 27 novembre si terrà l’assemblea generale». Si può stare sicuri che in queste riunioni, se ci si vorrà dissetare, non si apriranno lattine di Coca Cola o Fanta.