26 giugno 2003

Diario di uno strano giorno
di Fabrizia Di Lalla

Giornata strana. Per tutta la mattina c'è solo Jacir che insegna a Paola a giocare a backgammon. Verso l'ora di pranzo arriva qualcun altro, tra cui Mariana, che però non vuole mangiare. La invito più volte a fermarsi a pranzo, ma lei, un po' indignata, mi dice che non mangerà più qui perché qualcuno dice che vuole sfruttare il Centro. Provo a spiegarle che un Centro diurno offre servizi e chi ne usufruisce nel rispetto delle regole non lo sfrutta. Lei, come al solito, si impunta, ma prende un po' di tè e biscotti e poi se ne va ad aspettare l'autobus. Nel primo pomeriggio arriva Silvio e mi pedina mentre preparo il caffè, raccontandomi di avere sognato che eravamo alla ricerca dello Yeti.
Massimo ha telefonato al cognato e inizierà presto a lavorare con lui. Gli stiamo vicini perché ha i nervi a pezzi e il suo vagabondare lo sta sfinendo, più che mai adesso che dice di aver smesso con l'eroina. Giacomo ci fa una proposta: partita di calcetto operatori contro utenti.Ovviamente, se si dovesse fare, io voglio stare in porta. Arrivano Fabio ed Erica, di ritorno da Barcellona, dove sono stati due mesi durante i quali hanno ripreso a bucarsi di brutto. Ci chiedono di trovargli un Centro notturno in cui dormire. Chiamiamo i vari servizi ma è tutto occupato e ci invitano a riprovare in serata, ma loro si spazientiscono e vanno via.
Pietro è notevolmente alterato dai due litri di vino che mi ha raccontato di aver bevuto, ma è stato «contenuto» con un paio di partite a carte. Continuava a sostenere di avere tutto sotto controllo e mi ha confidato di non avere intenzione di smettere di bere perché nella bottiglia lui trova le emozioni. Fatta una lunghissima chiacchierata con Samuele. Mi ha letto le sue poesie e mi ha raccontato molto di sé, mostrandomi le fotografie di quando era piccolo e abitava ancora in Sardegna. La dottoressa Teresa ha parlato un po' con Adela ed è venuto fuori che ha avuto sempre rapporti sessuali non protetti e che non ha mai usato precauzioni nemmeno per le siringhe. Mi ha raccontato che ieri è stata tutto il giorno in questura perché è stata beccata, sprovvista di documenti, a rubare un giornalino che regalava un braccialetto di plastica fosforescente che le piaceva tanto. Alle 16 si concorda all'unanimità di vedere per la centesima volta «Fuga di mezzanotte» in tv.
Saba mi è sembrata molto più serena sulla sua situazione legale e mi ha raccontato di avere conosciuto un ragazzo indiano di cui si è innamorata e che pare ricambiarla. Per Reda è stata contattata la comunità, ma sembra che le possibilità che venga accolto siano quasi nulle poiché è sprovvisto di documenti, non ha una residenza nemmeno fittizia e, di conseguenza, non c'è Sert che possa sostenere le spese. Informiamoci meglio sulla faccenda, annoto. Enzo, svogliato, si accascia per tutto il pomeriggio sul divano, credo che abbia ripreso a bere in dosi più massicce del solito. Lo rimproveriamo perché ieri se ne è andato senza lavare i tegami [era il suo turno], ma lui, un po' infastidito, non ha battuto ciglio. Mentre preparavo il pranzo con Simone, abbiamo parlato.
Mi ha detto di sentirsi «parecchio propositivo», sta meglio. Poi ha accennato alla sua compagna, che pare gli abbia chiesto di andarla a prendere in comunità perché vuole andarsene. Stefano mi ha accennato che vorrebbe iniziare un programma metadonico, è iscritto al Sert ma non ci è mai andato. Fatima non è passata, ma, pochi minuti prima dell'orario di chiusura, è passato Achim con due taniche da trenta litri che pretendeva di riempire dal rubinetto del Centro. Finalmente alle 18 riusciamo a sgomberare il locale. Nient'altro da segnalare.

Appunti su una giornata come tante, del mio lavoro come operatrice in un Centro diurno per tossicodipendenti, nato circa un anno fa nel quartiere popolare di San Lorenzo, a Roma.

Pagine dense di avvenimenti che sembrano essere annotati con la razionalità di una pratica burocratica. Però gli utenti non sono fogli di carta, ma persone in carne e ossa che hanno molto a che fare con altri esseri umani: gli operatori. È per questo che spesso le regole saltano e ognuno mette in gioco la propria esperienza, perfino la propria vita. Quando si compila il diario, a fine giornata, sembra che si chiuda un capitolo per riaprirne un altro soltanto il giorno successivo. In verità non è così, perché le emozioni non evaporano per magia, quando si abbandonano i luoghi che le hanno fatte vivere. Le espressioni, le parole, gli sguardi, i sorrisi restano con noi più a lungo di quanto pensiamo. Questa pagina di diario è una delle tante, sono passati mesi, e tanti altri affetti, sensi di colpa e frustrazioni si sono avvicendati, in una sorta di contrappasso per il privilegio di chi, come me, ha l'occasione di essere lì e di ascoltare quotidianamente storie di disagio che ci aiutano a capire qualcosa anche del nostro disagio, che difficilmente, a volte, riusciamo a confessare a noi stessi. Jacir ha terminato un percorso di disintossicazione e ha intrapreso un progetto di reinserimento lavorativo. A vederlo, è raggiante, ma poi ti confida il richiamo che ancora sente per la «roba» e io mi sento insieme la rabbia e la comprensione per la debolezza umana che rincorre la felicità ma se la nega appena ne ha l'occasione.

Mariana è diventata una mia amica, frequenta di rado il Centro e il più delle volte ci incontriamo ai bagni pubblici del mercato in cui lavora. Anche una simile vicinanza spesso mi spaventa e mi gratifica allo stesso tempo. Ha sempre un orgoglio esagerato, ma forse dignità è la parola più giusta. Silvio è in carcere e non si sente da un po', chissà se mi sogna ancora. Anche Massimo è stato arrestato, si è beccato più di due anni. Mi scrive ogni tanto da Rebibbia e mi chiede un mare di cose, ma tutto quello che posso rispondergli è che quando uscirà noi saremo lì.
Fabio ed Erica non si vedono più.
Pietro è in comunità a Trapani, ci ha già spedito un paio di cartoline in cui scrive che sta bene, chissà se è riuscito a far uscire le emozioni dalla bottiglia e magari a trovarle dentro di sé. Samuele, finito il suo progetto di reinserimento lavorativo, è tornato a bucarsi ma non parla più molto di sé. Adela aveva deciso di andare in comunità ma non è stato possibile aiutarla. In compenso c'è andato Rada, che avendo commesso un reato ha affidato al Sert di Regina Coeli il suo percorso.
Saba pare che sia tornata a prostituirsi, forse prima o poi ripasserà di qui. Enzo è un bel po' che non si vede più, dicono che si è dato allo spaccio perché il sussidio per Hiv che stava aspettando non gli è ancora arrivato. Simone è andato a prendere la sua compagna che ora cerca di entrare nell'ennesima comunità, ma dal suo stato fisico dubitiamo che si faccia in tempo. Ci collassa continuamente davanti ed il pensiero che un giorno o l'altro ci muoia tra le braccia è devastante.

Ancora però non ha mollato, nemmeno Simone, che ovviamente sta dando i numeri. Stefano passa per le siringhe, ma di metadone non ha mai più parlato; è un ventenne pieno di vita che ti fa venire voglia di dargliene di santa ragione. La partita di calcetto ancora non si è giocata, ma non è escluso che si farà. E poi, come cantava De Gregori «un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia», sbagliare un calcio di rigore non è poi la fine del mondo.