3 aprile 2003

Gli stivali di Storace sui consultori familiari
di Barbara Romagnoli

Via della Pisana è una via lunga, stretta e in discesa, case basse, palazzine vicine l'una all'altra, esempio concreto della "densità" abitativa ma anche, secondo i più anziani, dell'abusivismo. In fondo in fondo, a un passo dalla campagna romana, c'è un gruppo di palazzi tutti uguali arroccati su una collina: lì, se siete fortunati o avete un po' di pazienza, trovate il consultorio familiare di via Avanzini, al quale si accede dal lato posteriore [in quello che forse era un garage] della palazzina che lo ospita. Non c'è un cartello, sulla strada, che lo indichi.
Via della Consolata, è una via breve ma molto frequentata, soprattutto ora che è diventata una sorta di mini "tangenziale" che collega la zona di Bravetta alla zona Pisana-Colle Massimo. Dopo un chilometro circa, c'è un comprensorio di palazzi moderni, alti e gialli [costruiti da Caltagirone]: all'entrata, a sinistra del cancello principale, c'è un edificio che ha tutta l'aria di essere la portineria, e invece è il consultorio familiare della zona.
Sono solo due esempi della cattiva applicazione della legge regionale del 1976 sui consultori, considerata all'avanguardia, innovativa su tutto il territorio nazionale, che, tra le varie indicazioni, aveva anche quella di realizzare i consultori in luoghi accessibili, visibili e soprattutto accoglienti per i cittadini.
A distanza di quasi trent'anni, questi luoghi, che avevano come idea fondante la ricerca di una socialità e di una cultura delle relazioni differenti, sono in uno stato di forte degrado. E la giunta Storace è decisa a sferrare l'ultimo colpo: è pronta nel cassetto la proposta di legge [firmata da quattro consiglieri regionali della maggioranza, Olimpia Tarzia, Gigliola Brocchieri, Maria Annunziata Luna e Laura Allegrini] che con un colpo di spugna cancella tutto quello che era stato prodotto in questi anni a Roma e nel Lazio: il passaggio dalla gestione pubblica e orizzontale dei consultori a una gestione sostanzialmente imprenditoriale e privata, la negazione dell'accesso alle giovani al diritto a una sessualità libera e consapevole, e la declassificazione dei consultori ad appendici dei poliambulatori, in cui valga più la quantità che non la qualità delle prestazioni.
Ma, soprattutto, nella legge compare senza mezzi termini la sostanziale negazione della legge nazionale [la "famigerata" 194 del 1978] sull'interruzione volontaria di gravidanza [Ivg]. Vi viene difeso il "diritto alla vita del concepito", senza spendere una sola parola sull'autodetermazione e la libertà della donna, e si pretende di istituire la schedatura di tutte le donne che si rivolgeranno ai servizi per avere accesso all'Ivg. Il "grande fratello" colpirà soprattutto le donne su cui non avrà effetto il lavoro delle associazioni di volontariato [leggi Movimento per la vita] che cercheranno di convincerle a partorire.

Consultori sociali

Ma come si è arrivati a questo? Secondo le operatrici dei consultori, ma anche le associazioni che da anni promuovono iniziative sui temi della sessualità delle donne e non solo [Forum Donne di Rifondazione comunista, Donne in genere, No.Di. Nostri diritti, per citarne alcune] c'è stato nell'ultimo decennio un progressivo disfacimento della cultura che aveva reso possibile la stagione felice dei consultori romani [e del Lazio]. All'indomani dell'entrata in vigore della legge del 1976, fiorirono ovunque luoghi nei quali per almeno dieci anni, fino all'85 circa, il consultorio era davvero vissuto come un servizio d'assistenza e d'educazione alla maternità e paternità responsabili.
Ma si trattava anche di fare informazione e assistenza sociale, sanitaria e psicologica [a livello individuale e in gruppo] non solo per i problemi della sessualità, per la procreazione libera e consapevole, ma anche per l'armonico sviluppo fisico e psichico dei figli. È nel 1982 che a Roma nasce la consulta, prima comunale poi nazionale, delle donne per i consultori.
Per realizzare tutto questo vi era stato un lavoro a fondo sul territorio, come è previsto dalla normativa, con una conoscenza il più possibile approfondita della realtà socio-economica, culturale e sanitaria del quartiere nel quale si operava. In più, era previsto, ed è stato messo in pratica, lo scambio tra gli operatori e gli "utenti" in collaborazione anche "con gli organi collegiali della scuola, con i consigli di fabbrica e degli altri luoghi di lavoro, con i comitati di quartiere…" [articolo 2, legge 15/76]. Servizi, conoscenza e partecipazione: in questo modo aveva senso parlare della salute della donna, dell'uomo che le stava accanto e dei giovani e adolescenti che si rivolgevano ai consultori.

L'assemblea delle donne

Nei primissimi anni di lavoro, nei consultori questo ha significato uno scambio continuo tra il dentro e il fuori: l'assemblea delle donne partecipava alla gestione concreta della struttura, i corsi sulla contraccezione fatti nelle scuole dalle stesse équipe che lavoravano poi nel pomeriggio con i piccoli gruppi, la creazione di luoghi accoglienti per le donne con gravidanze difficili o situazioni di violenza in famiglia, l'accesso gratuito per le migranti.
"Le donne migranti hanno sempre preferito andare nei consultori, piuttosto che in ospedale", spiega Pilar, dell'associazione No.di., che aggiunge: "Lì c'era una maggiore sensibilità alla loro cultura. Adesso, poi, andare in ospedale per chi di loro non ha i documenti in regola è un rischio, ma soprattutto c'è un'accoglienza diversa. Di recente abbiamo fatto due corsi di aggiornamento al San Camillo sull'interruzione volontaria di gravidanza a medici e personale paramedico. Il risultato è stato che di medici se ne sono presentati pochissimi e ci siamo ritrovate a lavorare sui pregiudizi di molte delle infermiere italiane. Ma continueremo il nostro lavoro di informazione e sensibilizzazione sulla proposta della giunta Storace nelle associazioni di donne migranti, che a Roma sono molto numerose. Certo non è semplice, i consultori sono poco visibili e male 'pubblicizzati'. Quando sono arrivata a Roma, circa quindici anni fa, ho scoperto per puro caso che a pochi metri da casa mia c'era un consultorio".
Erano gli anni ottanta quando sono arrivati i "dirigenti", che spesso fino al giorno prima non erano mai stati in un consultorio, e poi le "aziende" per la salute [Asl] concentrate sull'abbassamento dei costi e l'efficienza del servizio, a prescindere dal legame tra la persona e l'operatrice. A poco a poco i consultori sono stati considerati di serie B rispetto agli ambulatori, sono stati ristretti gli spazi, resi più angusti e poco accessibili e i fondi, che per i consultori erano stanziati dal ministero del Tesoro e dalla regione, sono stati destinati ad altri usi.
"Del resto i consultori sono sempre stati considerati scomodi", racconta una operatrice che ha visto la nascita dei primi centri, "perché è scomodo parlare di sessualità della donna. Si sta tornando indietro dopo aver faticato tanto, ma con immensa soddisfazione, ad aprire spazi di dialogo e confronto per il benessere di tutte e tutti. Nei primi anni arrivavano solo le donne, poi man mano compariva anche la 'coppia' perché nel lavoro quotidiano si era arrivati a cambiare anche il 'modello maschile'. Il consultorio è stato il luogo privilegiato per cambiare certe attitudini mentali profondamente radicate nella nostra cultura. Con questa legge sarà impossibile continuare un servizio 'di genere' e riprendere il filo interrotto".
"Anche perché con questa proposta di legge si reintroduce la politica della famiglia - conclude Vittoria Tola, ex consigliera regionale Ds - È l'ultimo attacco 'storaciano' alle donne per colpire la possibilità di una socialità diversa, ma anche la professionalità delle stesse operatrici, le poche che sono rimaste, che sono sempre più demotivate perché recepiscono questa proposta come il colpo di grazia".