19 giugno 2003

Napoli una notte
Viaggio tra le prostitute a bordo di un'unità mobile di strada

reportage di Anna Pizzo

IL CAMPER accosta sotto una delle tante sopraelevate di Napoli. Alla guida Carlo, dietro Nadia, Anila e Rosemary. Saliamo. Almeno tre indizi chiariscono che non stiamo andando in gita: sono quasi le dieci di sera, sulla fiancata del camper c'è una scritta: "La Gatta, unità mobile di strada", e negli armadietti non ci sono stoviglie ma opuscoli e una quantità inverosimile di preservativi. Troppi perfino per la vacanza di un gruppo di amici in cerca di avventure. Si parte, dunque, per uno dei consueti giri notturni che, tre volte la settimana a Napoli e tre a Caserta, impegnano un gruppo di operatori per lo più stranieri, che vanno ad "agganciare" le prostitute, per lo più straniere. Su un totale di circa 600 donne coinvolte, a vario titolo e in vario modo, nella prostituzione a Napoli, le italiane sono un'infima minoranza; in strada, poi, ancora meno. Sono le nigeriane, le maghrebine, le albanesi [o, meglio, le donne che vengono dall'Est, ucraine e moldave] quelle che tra poco incontreremo, in un quadrilatero della zona orientale che va da Poggioreale a San Giovanni a Teduccio, Vicaria San Lorenzo, Mercato Pendino, Vasto e tutte le zone e i vicoli attorno alla stazione centrale.
Serata calda e umida. Anche Napoli non respira, nonostante il mare. Nel camper la temperatura sale ancora e diventa insostenibile già alla prima fermata, accanto a uno degli inspiegabili fuochi accesi che sputano il fumo denso e fetido di cartoni e copertoni che bruciano. Sono da poco passate le dieci, ma per ora non c'è un gran traffico di "clienti" e le ragazze sono poche. "Colpa delle retate", dice Carlo, 34 anni, autista del camper, ex tossico, in un dialetto che smozzica le parole e, al tempo stesso, le trascina. Perché nelle ultime settimane si sono moltiplicate le retate nei confronti degli stranieri, donne, uomini, lavoratori, disoccupati, lavavetri e prostitute? "Deve essere passata l'ennesima circolare", dice Carlo senza aggiungere aggettivi né sostantivi.
Si scende: una stretta di mano, salgono in due, giovani, molto carine, molto giovani, molto poco vestite, paillettes rosse la prima, tubino albicocca la seconda, parecchio truccate, nigeriane. Tocca a Rosemary, studentessa nigeriana all'Orientale, operatrice della Gatta. Un bicchiere di tè freddo, un opuscolo, un parlare fitto fitto che nessun altro capisce, quattro preservativi in regalo a testa. E via. Inversione di marcia. Ancora due ragazze e più in là un'altra. Salutano, riconoscono il camper, non solo non ci guardano con diffidenza ma ci vengono incontro sorridenti. "Se ci vedono arrivare e non ci fermiamo, si offendono", spiega Nadia.
E tutto quel che si dice sul controllo da parte dei protettori, insomma i "magnaccia", che non vedono di buon occhio gli operatori perché potrebbero anche convincere le ragazze a smettere di essere le loro fonti di reddito? Andrea, responsabile del progetto promosso dal comune di Napoli e realizzato dalla cooperativa sociale Dedalus, dice che, salvo pochi casi, non ci sono mai stati problemi gravi, anche perché i protettori usano metodi di convincimento e controllo ben più energici. Se ne parla, tra l'altro, nella bellissima e densissima ricerca dal titolo "Maria, Lola e le altre in strada. Inchieste, racconti, analisi sulla prostituzione migrante" curata dallo stesso Andrea Morniroli. "Così come sono vari e complessi i modelli di immigrazione - vi si legge - lo sono anche i modelli della prostituzione straniera". In sintesi: per le nigeriane non si può parlare di una effettiva riduzione in schiavitù. Diversa, invece, la condizione delle donne dell'Est e albanesi, mentre un terzo modello riguarda le donne maghrebine, da molti più anni in Italia e più avanti con l'età e, di conseguenza, anche con maggiore esperienza e autonomia. Per tutte, la Gatta va in giro di notte con polpastrelli di velluto, offrendo aiuto ma non imponendolo mai. È questo il modello di riduzione del danno che viene sperimentato, da tre anni, dall'associazione. "Tu ci credi in questa riduzione del danno? - ci chiede Carlo, in una pausa del nostro viaggio - Certe volte mi pare che è troppo poco, quello che si riesce a fare".

Laura
Via De Roberto, undici di sera. Uno stradone a perdita d'occhio sotto una mostruosa sopraelevata scandita da piloni di cemento armato. Discariche a cielo aperto ovunque, dove guizzano toponi, falò che bruciano pattume, un puzzo che si infila dappertutto e si deposita anche sui vestiti e sulla pelle. Una via crucis multicolorata e multiculturale: nigeriane, albanesi, moldave, ancora nigeriane, albanesi, ucraine… Il camper procede a singhiozzo. Una ragazza è sola, sul ciglio della strada: lunghi capelli neri, neri gli occhi, fasciata in un abito bianco e nero. La chiameremo Laura. Sale. Anila, l'operatrice albanse, la conosce, si sono già viste. Laura è albanese, è incinta, troppo avanti con la gravidanza per decidere di lasciar perdere, e comunque il bambino lo vuole, ma ha paura che, se si rivolge ai servizi pubblici, glielo tolgano perché fa "la vita". Anila le parla a lungo, bevendo caffè. Chiama Andrea, che le propone un appuntamento alla Gatta. Forse ci andrà, forse no, ecco il numero di telefono, ecco i quattro preservativi in dono. Non più di dieci minuti e già tre volte squilla il cellulare di Laura: risponde in fretta, in albanese, a chi la controlla, la sollecita, forse le dice di tornare in strada.

Tina
Accanto alle ragazze si fermano auto di clienti, o, spesso, di ragazzotti che le prendono in giro, urlano qualcosa di incomprensibile, sgommano. Per lo più, le donne aspettano in piedi, qualcuna seduta su uno sgabellino, come quelli che si usano in spiaggia. Ma qui l'odore del mare non arriva mai. Eppure, la maggior parte di loro in Italia c'è arrivata proprio dal mare, con un biglietto che per pagarlo ci vuole una vita intera. "Tina è nata in Nigeria ventuno anni fa. Arriva in Italia convinta che farà un lavoro regolare". Comincia così una delle storie raccontate nella terza parte della ricerca "Maria, Lola e le altre in strada". Tutte finiscono in mezzo alla strada senza documenti e senza permesso di soggiorno. "La sua destinazione è Milano. Appena arriva, la 'madame' le chiarisce qual è il debito che deve restituire, accumulato grazie a 'prestiti' concessi alla sua famiglia e soprattutto grazie al biglietto". In genere, una cifra che oscilla tra i 40 e i 50 mila euro. Le regole non sono rigide, ma ogni giorno Tina deve restituire una determinata cifra e se una volta non ce la fa, non viene picchiata, come le albanesi o le moldave: quella cifra le viene ugualmente sottratta ma non scalata dal debito.
Tina è stanca di quella vita e, poiché ha una sorella a Napoli, decide di scappare. Incombe però su di lei l'incubo del voodoo, un rito al quale è stata sottoposta, come tutte le altre, al momento della partenza, e che, è convinta, porterà guai seri a lei e alla sua famiglia, se non rispetta i patti. Per essere davvero libera, deve estinguere il debito e per farlo non c'è che una strada: la strada. Decide, allora, di ricominciare a prostituirsi fino a quando, in un grave incidente d'auto, sua sorella muore e lei arriva in fin di vita all'ospedale. Tina resta sei mesi in ospedale, viene rintracciata dalla "madame", di nuovo minacciata. La Gatta chiede il permesso di soggiorno per cure mediche, ma il suo caso non rientra tra quelli previsti dalla legge. Tina è ancora in ospedale, in attesa dell'ennesimo intervento chirurgico, "anche se ancora non ha sciolto il nodo della denuncia dei suoi sfruttatori".

Jamila
È mezzanotte passata quando arriviamo in piazza Garibaldi. Non c'è nessuno, ma nei vicoli attorno sono in tante, soprattutto maghrebine ma anche ragazze dell'Est. Arrivano alla spicciolata. Salgono sul camper che presto si trasforma in un piccolo salotto multilingue: Anila parla con un paio di ragazze moldave, Nadia con un gruppetto di donne maghrebine, per la maggior parte non giovanissime, rigorosamente biondo platino, simpatiche, vestite con cura e sobrietà. Rosemary chiacchiera in inglese in un altro angolo. È una festa: dal camper strapieno escono risa, nuvole di fumo di sigaretta, parole incomprensibili che richiamano l'attenzione dei notturni abituali frequentatori della stazione. "Che camper è questo?", chiede un ragazzetto malmesso e speranzoso. "Ah, è quello delle puttane, non dei tossici", si risponde deluso, dopo aver letto la scritta sulla fiancata.
Trentotto anni, tunisina. Jamila è venuta in Italia per seguire il marito napoletano. Affittano un residence a Lucrino. Lui la costringe ad avere rapporti con altri uomini e dopo qualche tempo sparisce, forse per i debiti. Jamila è costretta a vivere in strada. Incontra un uomo che se la porta a casa, ma la famiglia di lui la caccia. Ancora in strada, Jamila accusa il colpo: dice di vedere cose che nessun altro vede. Da una parrocchia ottiene da mangiare, e per un paio di mesi vive così, fino a quando incontra un altro uomo che si offre di aiutarla. Di nuovo violenze, minacce, prostituzione. Finisce in ospedale per le botte, viene chiamata la Gatta. Jamila si convince a smetterla, ma l'uomo presidia l'ospedale, non vuole mollare la preda. La donna viene trasferita in una struttura di accoglienza, "sotto stretta scorta di polizia, per salvaguardare l'incolumità sia della donna che degli operatori", si legge nella ricerca. "Una mattina, apparentemente ristabilita sia fisicamente che psicologicamente, esce per andare in farmacia. Questa è l'ultima cosa che si sa di lei, perché non ha più fatto ritorno al centro e non se ne sono più avute notizie".

Queen
È l'una del mattino quando cominciano ad andarsene: ancora qualche battuta piccante agli operatori uomini del camper, baci alle operatrici, la promessa di ritrovarsi presto. Per una volta, la giornata non è finita come al solito, con la stanchezza nei piedi e nel corpo e poca voglia di tornare a casa. Queste storie non sono uniche, Napoli non è un'isola. E la Gatta si è messa in rete con molte altre esperienze analoghe in Italia perché, come diceva don Milani, "uscirne da soli è l'egoismo, uscirne insieme è la politica". Alle sei e mezzo del mattino siamo di nuovo alla stazione. Nei vicoli dove qualche ora prima si scherzava i blindati della polizia scaricano poliziotti che chiudono le strade, perquisiscono, fermano, controllano documenti. È l'ennesima retata, speriamo che non ci finisca qualcuna delle ragazze che abbiamo incontrato la notte prima, perché il loro destino potrebbe essere perfino peggiore di quello attuale.
Potrebbe andare come a Margherita, 25 anni, albanese, studentessa universitaria, venuta in Italia con il suo fidanzato. Ora è in un programma di protezione, ha una nuova identità, una nuova vita. O come è andata a Queen, 18 anni, nigeriana, "detenuta" nel Centro di permanenza temporanea di Restinco [Brindisi], e che, dopo molti colloqui, decide di denunciare gli sfruttatori e di uscire dal giro. La polizia, però, dice che fuori dal Cpt per lei c'è il foglio di via e l'espulsione: "Il giorno dopo torniamo a Restinco - scrivono gli operatori nella ricerca - e chiamiamo subito Qeen. Lei non c'è, all'alba è stata rimpatriata".