12 maggio 2005
Il Perón di Venezia
(L'ex assessore all'ambiente del comune di Venezia per Rifondazione comunista, Paolo Cacciari, risponde alla «lettera» scritta il 5 maggio da Pierluigi Sullo e a lui indirizzata sul caso delle elezioni comunali nella sua città.)
Caro Gigi,
grazie per la solidale attenzione che dedichi ai fattacci di Venezia. Ti puoi immaginare quale misto di amarezza e di rabbia vi sia tra i compagni e le compagne che hanno condiviso il lungo cammino iniziato - come dici bene tu - con l'appello de il manifesto: «Incontriamoci a Venezia» [il primo della serie dei cantieri, si svolse ad Architettura il 15 e 16 novembre del '96] che iniziò ad indagare le ragioni di una «questione settentrionale» più che mai aperta e che dette la stura alla manifestazione nazionale del settembre dell'anno successivo, guidata da due piccoli zapatisti con la testa nel passamontagna e partecipata da una folla che le calli della città e Campo Santo Stefano non riuscirono a contenere.
Prima reazione di massa all'etno-secessionismo leghista. «La nostra patria è il mondo intero», c'era scritto sul palco che tu gestivi dando la parola ad una sfilza di oratori del movimento, dei sindacati, dei partiti. Gianfranco Bettin e Fausto Bertinotti, tra gli altri. Era la prima manifestazione autogestita [ricordo che dovemmo rifare il manifesto per far stare tutte le sigle] e, se guardiamo bene, era il primo segno di quel movimento dei movimenti, di quella moltitudine pluriversa e altermondialista che poi abbiamo conosciuto fino a Seattle e Genova.Dal cantiere al polo rosso-verde
Il «cantiere» di Venezia è stato poi «polo rosso-verde» alle elezioni municipali del 2000. Andammo di qualche punto oltre quel 15 per cento che ora Alberto Asor Rosa indica come quota potenziale di una sinistra radicale. Cinque anni dopo, con Felice Casson candidato sindaco, siamo saliti al 37 per cento al primo turno e al 49 e rotti il secondo. Tanti, tantissimi, ma non sufficienti.
Di traverso, ad un passo dalla meta, è venuta la reazione furibonda dei neocentristi della Fed. In tutto questo tempo avevamo cercato di accompagnare social forum, centri sociali, migranti, comitati. nelle loro lotte per una cittadinanza partecipe in una città sempre più estraniata, preda di interessi speculativi, turistici e da grandi opere. Verrà il tempo di bilanci seri e si scoprirà che grazie alla nostra ostinata autonomia molti tra i più pericolosi progetti, a partire dalla separazione del Comune in due [Mestre con Marghera, da Venezia insulare], alle esternalizzazioni dei servizi a società per azioni, sono stati battuti. Per altre questioni - parliamoci chiaro - serviva e servirà ben altro: un governo nazionale e un programma diversi. Tra le leggi da abrogare, bisognerà ricordare a Prodi anche la «legge obiettivo» di Lunardi, se non vogliamo prenderci in giro sul Mose, sul Ponte, sulle autostrade. La bonifica dei siti inquinati deve trovare adeguati finanziamenti pubblici, se non vogliamo continuare a credere alla favola di «chi ha inquinato pagherà». La fuoriuscita dalla chimica del cloro deve trovare una politica industriale degna di un paese europeo. La residenza nei centri storici può essere difesa solo imbrigliando la rendita e limitando il dispotismo della proprietà.
Il fatto straordinario che si è verificato a Venezia - quello che non ci è stato perdonato - è che su questi temi l'opinione pubblica ha compreso e ci ha seguiti. La candidatura di Felice Casson nasceva da una larghissima convinzione, anche nella grande maggioranza dei Democratici di sinistra, di poter fare uno scatto di qualità. Casson ha rappresentato l'apertura del centrosinistra alla società civile e la volontà di praticare un approccio davvero nuovo alla politica, diretto, fondato sul merito delle cose, estraneo al sistema del negoziato politico, ai tatticismi delle convenienze. Evidentemente, siamo andati troppo in là. Avremmo rotto il patto spartitorio [siglato in ambito Fed], secondo cui a Venezia il sindaco doveva spettare alla Margherita: un gran ragionamento per chi si professa federalista e autonomista.
Colpiti nel proprio orgoglio, Rutelli e soci hanno dovuto giocarsi la migliore pedina nel più spregiudicato [e sfacciatamente fortunato] dei giochi tattici, puntando tutto sulla sciagurata legge per l'elezione diretta del sindaco che prevede il doppio turno. Ingenui noi. Come fu già per Novelli a Torino [contro Castellani] e Fava a Catania [contro Bianco], quando si trovano in ballottaggio due esponenti della sinistra, le destre vanno a votare per il candidato più moderato, più manovrabile, più disponibile. Massimo C. ha quasi raddoppiato i voti tra il primo e il secondo turno, dopo che ben sette candidati sindaci delle destre [Fi, An, Psi, liste civiche varie] si sono riuniti [non ci erano riusciti prima!] e hanno dato indicazione di voto per il candidato della Margherita. Uno di loro è già sicuro assessore. Con gli altri ci saranno altre modi per sdebitarsi. Categorie economiche, come l'Associazione degli albergatori del centro storico, hanno comprato intere pagine dei giornali. Galoppini hanno prodotto anche volantini falsi e fantomatici comitati d'appoggio, fogli infamanti del tipo: «Meno centri sociali e più asili nido», «Meno Casarini e più case». La giunta uscente [retta dall'ex ministro prodiano Costa] è stata definita «comitato d'affari»: peccato che quattro assessori uscenti abbiano lavorato per Massimo C..Ricominciare dall'opposizione
Ma lasciamo perdere i piccoli espedienti che si usano per aizzare l'elettorato delle destre. Ciò che dispiace non è perdere le elezioni [quante volte ci è successo] e nemmeno ricominciare dall'opposizione, che è il più nobile tra i ruoli giocabili in democrazia. Ciò che è intollerabile è il raggiro della stessa legge maggioritaria attraverso il mancato apparentamento formale tra le liste delle destre e il loro candidato a sindaco nel secondo turno. L'apparentamento è pensato per tutelare lo schieramento del candidato perdente, a cui dovrebbe andare almeno il 40 per cento dei seggi, una volta garantito il premio di maggioranza. Non farlo è immorale. Chiedere e ottenere voti sottobanco, senza assumersene le responsabilità politiche, è eticamente vomitevole.
Così, i partiti e i sindaci delle destre che hanno appoggiato il candidato vincente si sono spartiti anche i seggi della minoranza, riducendo al minimo possibile [uno per Rifondazione, ad esempio, e uno per i Verdi. Fuori Comunisti italiani, Sdi, Italia dei valori] le rappresentanze dello schieramento perdente. Peggio. Brucia ancor più il trasformismo di una parte non piccola dei partiti dello schieramento di Casson, che stanno accogliendo l'invito di Massimo C. a formare una giunta che in altri tempi avremmo chiamato di «larghe intese» o di «unità nazionale» o «milazziana».
L'ambìto posto di presidente del consiglio regionale è già stato promesso a Fi. Insomma, una giunta consociativa. Il «modello» che viene da Venezia è proprio quello che ricordi tu: un peronismo municipale, un piccolo principe che dispone di una platea monocolore di miracolati dal suo trionfo e che per i suoi ministeri si avvale di questo o quello, pescando e ripescando a proprio piacimento anche tra i nemici, una volta sottomessi. Perché tutti i prìncipi devono saper dimostrarsi generosi. Soprattutto, devono averlo informato che alle prossime elezioni politiche nazionali non c'è il doppio turno. Caro Gigi, mi chiedi di aiutarti a capire cosa succederà nella società veneziana. Non lo so proprio, ma ti prometto che terrò informata Carta. Ho sentito parlare di «assessorato alla sicurezza e al decoro», che andrebbe a un democristiano che negli anni ottanta faceva innaffiare con gli idranti i saccopelisti. Dicono che l'assessorato alla cultura si chiamerà alla «produzione culturale». Come diceva quel sociologo, tutto va messo al lavoro. Penso sinceramente che i progetti più innovativi pensati nel laboratorio veneziano [welfare municipale, tutela ambientale, consumi e stili di vita, migranti, bilancio partecipativo, casa.] smetteranno di trovare impulsi da dentro il palazzo.
So, per contro, che l'indignazione è stata ed è grande. Per quel poco che conta, moltissime sono le attestazioni di simpatia a Casson e a Rifondazione. La rete dei movimenti, delle associazioni, dei comitati non tarderà a trovare le nuove misure con cui confrontarsi con l'amministrazione locale. Penso che Massimo C. si sia buttato nella mischia quando ha temuto che interessi consolidati della città potessero essere messi in discussione dalla radicalità di Casson.
Ora teme una opposizione intransigente, soprattutto in vista delle politiche del prossimo anno. Non gli sarà facile giustapporre tutto e il contrario di tutto, accontentare spinte opposte, specie dopo aver legittimato le aspettative delle destre. Forse hai ragione tu, Massimo C. ha dato vita a un piccolo mostro inservibile, qui e tanto meno ad uso esportazione. Almeno me lo auguro.
Anche noi avremmo bisogno di farci sentire.
Contiamo su Carta.