12 giugno 2003

Facciamo come le nuvole
Aumentiamo i punti di osservazione della città

di Antonello Sotgia

Avendo da sempre accolto l'invito benjaminiano al perdersi in città, mi è parso naturale frequentare nell'alfabeto dei Cantieri sociali questa rubrica che prende il titolo di "Strade", accompagnandola con note, appunti, osservazioni e notizie sulle città, sugli edifici, sull'abitare. L'ho fatto cercando di porgere attenzione nel raccogliere le pratiche quotidiane di chi, vivendola, sta cambiando l'idea stessa della città moderna, e sta ribaltando il mito del suo ordine, della sua regolarità, del suo sviluppo.

Da qualche tempo poi sono proprio le strade ad indicare le coordinate geografiche di un nuovo orizzonte. Dove, attraverso pratiche di partecipazione dal basso, iniziare, ribellandosi, a conquistare il controllo, la programmazione, l'uso di risorse e servizi.
A rinominare, prima ancora di passare alle pratiche progettuali e procedurali, importanti brani territoriali e parti di città, fino a mettere in discussione, come dicevo, la stessa idea di città.
A studiare ipotesi basate sulle pluralità sociali esistenti, sui processi continui di contaminazione che avvengono dal rapporto e dall'incontro tra differenti. A coniugare il diritto all'abitare e la lotta per la casa con esperienze di democrazia partecipativa.

La città è il luogo scelto dai movimenti in cui agire localmente e globalmente, dove battersi contro chi dice di voler riorganizzare i servizi e in realtà cerca di realizzare massicce forme di privatizzazione della vita. Lo fa togliendo spazi, consumando risorse, cercando di normalizzare la città dei conflitti. Azzerando il valore dello spazio fisico e del territorio come luogo dove gli uomini e le donne entrano in rapporto tra di loro.
Costruendo città globali che scaricano i costi della competizione e della iperspecializzazione, su cui fondano la propria identità, solo sulle fasce maggiormente deboli della popolazione, fino al loro progressivo annientamento. Negando anche il diritto ad avere un tetto trasformano il problema della casa in una vera e propria emergenza abitativa, e come sempre, in un problema di proprietà ed ordine pubblico. Può accadere così che, proprio sulla strada, si facciano alcuni incontri importanti.

Mi è accaduto ricevendo da una lettrice di Carta una e-mail, in cui mi chiedeva una bibliografia per aiutarla a comprendere i fenomeni urbanistici in maniera diversa da come le vengono propinati dal corso universitario che frequenta senza soddisfazione, per il disimpegno dei suoi professori. Rispondendole, e cercando di proporle i tanti titoli possibili, mi sono accorto che tutti quei testi [comunque da leggere] non riescono a cogliere i tanti pezzi e momenti differenti presenti nelle città e territori, le tante progettualità sociali che l'attraversano.

Ho pensato che forse l'urbanistica non è più capace di raccontare chi la città l'abita e chi dalla città è escluso, quello che pensa e quello che vuole. È per questo che dobbiamo continuare a perderci per le strade, spingendoci oltre le strade e raccogliere segnali e pratiche plurali lì dove si rappresentano, e ci vengono incontro. Anche in modo disordinato. Anche da ambiti diversi dalle discussioni su piani regolatori.
Oltre: tra le righe di un regolamento edilizio, ma anche tra le pagine di in un romanzo. Nella scelta di un edificio da occupare come nel fissare il percorso di un corteo; in una conversazione dove si ascolta piuttosto che in quella dove si parla.
Per farlo c'è la necessità d'aumentare i punti di osservazione fino a sollevarsi un pò dalla strada. Magari, è meglio fare come le nuvole e muoversi senza direzione apparente, e incessantemente. Andare avanti e indietro.
Per cercare finalmente di possedere città e territori dall'alto dei nostri desideri.
Chiedo a Carta l'ospitalità di poter riferire di questo attraversamento in quota.