12 maggio 2005

Imbattibili nella competizione europea
di E.V.

Ancora una volta la MayDay milanese, giunta alla sua quinta edizione, ha stupito tutti: più di centomila persone hanno attraversato le strade di Milano, tra muri di decibel, carri allegorici delle mille precarietà e tanta voglia di prendersi la scena della città. L'evento, questa volta, aveva una ampiezza europea: in altre diciannove città [da Palermo a Barcellona, da Parigi a Helsinki, passando per Londra e Lubiana] migliaia di «acrobati» e «ultraflessibili» della precarietà hanno portato in strada le loro storie di sfruttamento, rovesciando, almeno per un giorno, l'agenda politica ed economica dell'Europa liberista. A Milano, come è tradizione, era appunto la manifestazione più grande. Lavoratori precari di ogni tipo, migranti, studenti, artisti e nullafacenti senza alcun rimorso: una armata brancaleone che si è mossa lieve. Così, almeno, è parso alla maggior parte dei partecipanti e a molti osservatori. Al principale dei quali, teorico del reddito di cittadinanza, abbiamo chiesto di raccontare le sue impressioni sulla MayDay 2005. «È stato un successo che ha superato qualsiasi ragionevole previsione - dice subito Andrea Fumagalli, docente di economia all'università di Pavia, che era anche uno dei promotori dell'evento - La MayDay milanese di quest'anno è stata poi caratterizzata da due questioni: la battaglia per i diritti dei migranti e la capacità di costruzione d'immaginario delle reti dei precari». A Milano esiste un fermento sul tema dei diritti di cittadinanza: scioperi della fame, proteste e iniziative di solidarietà si sono moltiplicate attorno alla vicenda del Centro di permanenza temporanea di via Corelli.

I più precari: i migranti

«Nella street parade - continua Fumagalli - questo tema ha attraversato tutto il corpo sociale della manifestazione; in particolare, la lotta contro il pilastro della precarietà in Italia: la legge Bossi-Fini, che istituzionalizza l'esclusione, la flessibilità e lo sfruttamento del lavoro migrante». L'altro aspetto? «Il secondo elemento che ha segnato la giornata riguarda la straordinaria capacità comunicativa e di autoriconoscimento dei precari, espressa con l'operazione degli 'imbattibili': veri e propri 'supereroici' [e non 'supereroi'] della precarietà, figurine di un album che ha fatto impazzire tutta la street parade». Migliaia di persone hanno partecipato ad un gigantesco gioco di società, ricercando e scambiandosi le figurine di questo o quel personaggio che, nella vita di tutti i giorni, supera mille traversie per sopravvivere alla precarietà lavorativa ed esistenziale. Nella prima parte della street parade, su ogni carro compariva una «figurina» che esprimeva una particolare condizione di precarietà: l'operatore sociale, il lavoratore del call center, l'addetto della grande distribuzione... «La raccolta delle figurine - continua Fumagalli - ha permesso una sorta di corto circuito virtuoso, di comunicazione cooperativa tra queste figure del lavoro, rappresentate naturalmente anche dai lavoratori in carne e ossa, che partecipavano al corteo: basti pensare ai lavoratori della Scala che aprivano la manifestazione. Questa operazione simbolica è riuscita a contagiare positivamente il resto del corteo musicale, valorizzando la creatività e la cooperazione di tutti i partecipanti».

Milano è vicina all'Europa

In questo scenario, che valore ha rappresentato il profilo europeo della MayDay? «In tutta Europa - risponde Fumagalli - il riscontro qualitativo e quantitativo di partecipazione è stato ottimo. Ovviamene parliamo di numeri più piccoli, rispetto a Milano, ma non dobbiamo dimenticare che alle prime edizioni milanesi vi era una presenza di circa cinque mila persone. Dopo quattro anni abbiamo superato le centomila». A Barcellona, quest'anno, le presenze sono raddoppiate, a confronto con il 2004, ma anche ad Amburgo, Helsinki, Copenaghen, è affiorato un fermento nuovo tra le reti sociali nord europee, tanto da poter costruire una rete attiva con quelle dell'Europa mediterranea. «Queste esperienze - spiega Fumagalli - individuano nello spazio europeo il piano principale di iniziativa politica e sociale, in connessione con i nodi locali e territoriali. In questo scenario, secondo me, perde significato e utilità, anzi diviene assolutamente controproducente, un ambito e un'azione solo nazionali». Il post MayDay sembra ricco di possibilità ma anche di incognite; molti si interrogano su come dare continuità alle suggestioni emerse nell'evento milanese. Continua Fumagalli: «È vero, esiste un problema di continuità della capacità espressiva e creativa della MayDay, che solo i nodi locali e territoriali possono risolvere. Immaginando e sperimentando forme adeguate di conflitto, rivendicazione e auto-organizzazione sociale, all'altezza di quel che abbiamo visto nelle strade milanesi.
D'altra parte, la forza della MayDay scatenerà gli appetiti egemonici di molti. E non parlo solo del mondo politico, sindacale o istituzionale. La natura reticolare, acefala, del movimento MayDay, è incompatibile con tutte le operazioni identitarie, anche quelle che abbiamo visto, in un triste rituale, all'inizio e alla fine del corteo milanese», quando alcuni gruppi sono entrati in competizione per stare l'uno davanti all'altro. «Il punto - conclude Fumagalli - è che nessuno può dare lezioni agli altri su questo rischio: parliamo, soprattutto, di una cultura politica arretrata, trasversale alle reti, in contraddizione con lo spirito e il modo d'essere della MayDay. Detto banalmente: la moltitudine che si esprime in questi movimenti è molto più avanzata dei ceti politici che intendono rappresentarla. Esiste un corpo sociale che nelle esperienze materiali si situa su un piano diverso, che di fatto ha superato la tradizionale contrapposizione tra organizzazione politica verticistica [partiti e sindacati] e 'volontà spontaneistica'. Queste nuove forme di organizzazione sociale, espresse nelle strade di tutta Europa, vanno coltivate e valorizzate».