18 novembre 2004

Milano

Trent'anni di Leo a Milano, tra storia e cronaca sociale
di Daniele Farina

Migliaia di milanesi e non hanno inaugurato, il 30 ottobre scorso, un laboratorio lungo un intero anno: «La città che verrà. Trent’anni a Milano la metropoli dei movimenti». L’ospite ingombrante è stato il Centro sociale Leoncavallo, ma non è detto rimanga il solo. L’oggetto, o meglio, gli oggetti, di questa ricerca sono i movimenti che segnano lo spazio pubblico metropolitano: l’abitare, il lavorare, il migrare, il fare cultura … Una decina di sezioni, per una fotografia non tanto del passato quanto del futuro. Ovvero, l’idea dei movimenti come corpo collettivo dirigente, nel lungo periodo, delle trasformazioni cittadine. Una visione molto differente da quella che gli anni ’70, prima, e dieci anni di centrodestra, dopo, ci hanno consegnato: sconfitta, arretramento, perdita di identità. È un laboratorio che proverà a verificare una tesi: oggi Milano è vicina a una nuova discontinuità politica, come altre volte nella sua storia.
E per una città che si lascia alle spalle l’immagine di incubatrice dei peggiori fenomeni del Novecento, dal fascismo al berlusconismo, non sarebbe poco. Come, nel ’93, la vittoria elettorale della Lega Nord ratificava, sul piano politico, le conseguenze di una avvenuta trasformazione produttiva, demografica e sociale, parimenti si intravvedono ora i segnali di un cambiamento di segno diverso. La politica, quella della rappresentanza, ne è il labile termometro con le sue percentuali e i suoi collegi. Ma evidenzia una trasformazione della composizione sociale [e di classe si sarebbe detto una volta] della città. Fine dell’emorragia demografica del trentennio precedente, nuova cartografia del lavoro, processi di impoverimento dei ceti medi, consolidamento della popolazione immigrata; sono alcuni termini che oggi cominciano a diventare visibili e che precedono il cambiamento politico. La novità è che, questa volta, i movimenti sono in grado di leggere questo processo di trasformazione, in modo molto diverso dal passato. Lasciamo dunque dare i numeri a Mannheimer, che segue più il committente che l’evidenza dei suoi stessi dati, e proviamo a fare un’inchiesta articolata, lunga, sul campo. Ecco perché un laboratorio così lungo e complicato. Ecco perché il primo incontro pubblico non ha riguardato il «come eravamo» ma copyright, creative commons, musica e saperi, mercato e libertà: un ragionamento sullo spazio pubblico e sui meccanismi futuri di trasmissione e appropriazione della conoscenza e dell’esperienza culturale. Un modo per interpretare l’idea dei movimenti al centro dell’agire politico e delle trasformazioni concrete. Che nel fallito ma permanente assalto al cielo, essi contribuiscono a disegnare i rapporti sociali e la stessa città costruita. L’esperienza quotidiana del nostro vivere sociale come risultante di quei conflitti che la attraversano. Banale constatazione che però prova a spostare un dibattito politico che tende a marginalizzare il loro ruolo e a mettere al centro della scena l’autonomia della politica, a ridurre il bacino della partecipazione, a disattivare la radicalità dei contenuti con cui un movimento globale si insedia nei propri territori.

Milano, 12 dicembre
La sezione che è iniziata sabato 30 ha messo al centro della riflessione collettiva la storia, lunga trent’anni, di un centro sociale metropolitano, il Leoncavallo, che per l’occasione si trasforma in spazio pubblico. Il 12 dicembre, data incardinata nella memoria e nella storia di Milano e del paese, luogo – Piazza Fontana - di esercizio di una strage e di una strategia, apriamo la seconda sezione di questo esperimento: «I territori dell’abitare: le lotte per la casa vs le politiche della rendita». Diversi soggetti, individuali e collettivi, politici e sindacali, la animeranno con la consegna di non restare confinati in un pur grande e frequentato spazio chiuso ma di invadere l’assai più ampio esterno cittadino che, sul tema, si presenta scandaloso quanto ricco di occasioni. In tutto questo, si pone anche la polemica politica cittadina, scatenata dalla decisione del presidente della Provincia, Penati, di assegnare proprio al Leoncavallo, tra gli altri, un riconoscimento simbolico, il premio Isimbardi. Settimane di violenze verbali e aggressioni fisiche, testimoniate dall’invasione di Alleanza nazionale del consiglio provinciale. Scatenamento che ben fa intendere il profilo della lunga campagna elettorale di parte del centrodestra in questi territori, ridiventati, dopo oltre dieci anni, contendibili, ovvero sensibili a progetti di governo diversi dal disastro del presente. Di nuovo, dunque, un sovraccarico simbolico sui centri sociali, spazi pubblici individuati come epicentro facile di un conflitto sui diritti: migranti, nomadi, occupanti di case, precari insubordinati, consumatori di droghe… Una ragione in più per addentare la città che verrà, la città che vogliamo, e appropriarci dello spazio pubblico come primo ed elementare bene comune.