5 maggio 2005

«Sardi, non nazionalisti».
Intervista a Gavino Sale


Gavino Sale è imprendibile. Va continuamente di corsa per tutta la Sardegna, in una campagna elettorale da candidato a presidente della Provincia di Sassari per l'Irs, Indipendentzia Repubrica de Sardigna, il partito che dirige e che è riuscito a presentare liste autonome in tutte le province dell'isola. Non male, per un movimento che non ha neanche due anni di vita. Per scovarlo siamo dovuti andare di notte al «Governo Provvisorio» - «in attesa che diventi definitivo», dice Sale quando gli si chiede perché lo abbia battezzato così - una via di mezzo tra il laboratorio culturale, la sede di un partito politico e un centro sociale. La sede, con il suo ribollire, è un po' lo specchio dell'Irs. Forse è qui che è stata preparata l'occupazione pacifica di Villa Certosa, la super-casa di Berlusconi in Costa Smeralda, circondata da quaranta ettari di terreno, da parte di oltre cento militanti. Il gesto ha fatto conquistare a Gavino e al suo movimento le prime pagine dei giornali nazionali. «Nel nostro tentativo di costruire una repubblica sarda indipendente, contrapponiamo l'azione diretta non violenta alla lotta armata scelta da altri movimenti - spiega lui - Le nostre azioni servono a lanciare messaggi ai media, perchè siamo lucidamente coscienti che se non hai visibilità, se non riesci a comunicare le tue idee, anche il tuo agire diventa inutile. Perciò comunichiamo con forme di 'guerriglia virtuale'. Abbandoniamo le armi per compiere azioni ai limiti della legalità. Così il nostro messaggio passa fuori e dentro l'isola».

E qual è il vostro messaggio?

È un messaggio carico della nostra visione del mondo e del modo di vivere che già stiamo sperimentando. Non stiamo aspettando la presa della Bastiglia o del Palazzo d'Inverno. Quello che ci interessa è scatenare un processo inarrestabile e irreversibile. All'interno di Irs c'è una sperimentazione totale di nuovi rapporti tra uomo e uomo, uomo e donna, uomo e natura, uomo e territorio. Sogniamo un'economia dolce, consapevole del fatto che la nostra terra è un bene limitato e irriproducibile. Sogniamo un turismo che non sia una macchina spenna-polli o uno strumento di speculazione edilizia che si esaurisce in un solo ciclo costruzione-vendita, ma che sia fonte di benefici per i sardi e soprattutto motore di scambio tra popolazioni. Sogniamo la scomparsa dell'occupazione militare, italiana e della Nato, di 28 mila ettari del nostro territorio, che è adibito a basi militari. Si tratta di un colonialismo barbaro, che oltraggia la terra che ci ospita e i nostri corpi. I nostri uomini si ammalano e i nostri bambini nascono deformi, nei paesi vicini alle basi, per le sperimentazioni di nuove armi che vengono fatte al loro interno.

Non parli di un progetto nazionalista come quelli dei movimenti indipendentisti sardi del passato.

Noi non siamo assolutamente nazionalisti. Sentiamo un brivido freddo, quando pensiamo al nazionalismo, anche perché conserviamo la memoria di tutti i nazionalismi nella storia mondiale e il loro corredo di orrore e di morte. Noi siamo una rielaborazione del passato. Abbiamo cinquanta secoli alle spalle, ma sappiamo che il nostro gioco è oggi. Il motto che ci identifica è «Tradurre la tradizione». Guardare sì alla nostra storia ma dall'oggi; manipolarla addirittura per poi proiettarla in avanti. Noi siamo un laboratorio perenne, senza certezze né alcunché di statico, di pietrificato. La nostra nazione è tutta da reinventare in termini moderni, mettendo al centro quella calda umanità che resiste ancora all'interno della cultura sarda. Per far ciò, non c'è altra via che l'indipendenza. Solo la repubblica sarda indipendente può raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti. E chi dovrebbe avere coscienza di ciò dovrebbero essere proprio gli italiani che hanno occupato la nostra terra solo da 148 anni. È un soffio, rispetto all'eternità della storia e alla durata di altre colonizzazioni passate. Il padre di mio bisnonno non era italiano, non è nato italiano.

Però nel frattempo partecipate a elezioni indette dallo stato italiano...

A noi la campagna elettorale e le elezioni interessano relativamente, per noi sono solamente un mezzo, un passaggio. È un mese in cui scateniamo tutte le nostre energie per comunicare la nostre esigenze, la nostra esistenza e il nostro sogno. È una fase transitoria, così come lo è una eventuale elezione. Le forme date di amministrazione sono assolutamente, per noi, relative, verranno rielaborate durante il percorso. Le accettiamo perché queste abbiamo e queste usiamo, ma sono tutt'altro che una forma definitiva di governo della comunità. Tanto che le stiamo già emendando con progetti di forme partecipative di gestione della cosa pubblica a partire dalle nostre «liste delle comunità», dove tutti i settori della società, in senso orizzontale, vengono rappresentati. Tanto che, mettendo al centro la fantasia e la creatività, ne stiamo inventando di nuove, come l'assessorato alla conoscenza che vorremmo istituire. Il progetto che noi sogniamo per quest'isola è che la Sardegna, partendo dalle comunità locali, diventi un'agorà mondiale, libera dal lavoro massacrante e dai ritmi disumanizzanti e competitivi della mondializzazione, dove dedicarsi alla conoscenza, allo studio, alla passione. Il nostro agire e il nostro progettare una nuova isola sta tutto nel generare passioni, pulsioni, emozioni, godimento per le menti ed i corpi. Il nostro è un percorso politico ma soprattutto è la ricerca di una felicità che forse non raggiungeremo mai, ma che nel suo farsi dà senso e piacere alla vita e alla lotta.