26 giugno 2003

Il bravo coltivatore cosentino
di G.S.

Il fatto che le droghe siano la «merce globale» per eccellenza causa paradossi. Da qualche anno, ad esempio, la leggendaria «erba calabrese» non esiste più. La «ganja» coltivata lì viene venduta al nord, dove i margini di profitto delle organizzazioni criminali aumentano.
E nelle strade di Cosenza si trova invece del pessimo hashish: il «puzzone», come lo chiamano i palati fini dei calabresi, viziati dalla tradizionale marijuana di casa. Come non bastasse, i clan locali hanno deciso di invadere i quartieri popolari con pessima cocaina a basso costo, e proteggono il loro «mercato drogato», è il caso di dire, gambizzando i piccoli venditori «di qualità».
Poi, c'è lo stato, che arresta chi pensa di sfuggire al mercato illegale coltivandosi la sua bella piantina sul balcone di casa, come i gerani o il basilico. Giovannino Salerno si era messo in testa di evitare questa tagliola coltivandosi la sua marijuana nel terrazzo di casa, sperimentando un innesto tra l'erba calabrese e quella afghana. «Giovannino», in realtà, è un ragazzone di 28 anni, fresco di laurea in geologia, ma, per i misteri dei soprannomi, si porta dietro questo diminutivo che fa a pugni con la sua stazza fisica.

Dopo i primi esperimenti, tanto amore per il giardinaggio e molta pazienza, sul terrazzo assolato era nata «'a criatura»: un incrocio di qualità, sapori e culture, che fu subito ribattezzato con entusiasmo «calafghana». Giovannino ne parlava apertamente e ne andava orgoglioso, come un contadino è fiero del suo vino. Se veniva invitato a cena da amici portava un presentino di «calafghana» per l'aperitivo.
Poi, nella notte del 15 novembre 2002, Cosenza fu invasa da poliziotti e forze speciali alla caccia di «sovversivi», di gente che minava l'ordine costituzionale con forum e centri sociali e altre attività proibite. Oltre ad arrestare varie persone, la Digos recapitò avvisi di garanzia a numerosi e conosciuti attivisti locali. Quando arrivarono a casa di Giovannino, colsero la palla al balzo. «Tornai a casa, e c'erano già le squadre antidroga - racconta lui - Sul terrazzo c'era una piantina, mentre in dei barattoli di vetro, sottovuoto, avevo raccolto tre etti di erba».

Un particolare che fa capire l'amore per la cannabis: su ogni vasetto un'etichetta segnalava la qualità. «Oltre alla mia 'calafghana' c'erano alcune primizie che avevo piantato sul mio terrazzo, oltre la 'skunk' e la 'wite widow', la pianta vincitrice della prestigiosa Cannabis Cup del 1995, una pianta bassa e dalle foglie grandi, molto apprezzata tra i consumatori». Poi c'era un barattolo di «olio di marijuana». «Pesava seicento grammi in tutto, ma erano solo pochi grammi di marijuana messi a macerare nell'alcol.
Ho cercato di spiegarlo in tutti i modi, al Tribunale del riesame ed al giudice per le indagine preliminari, ma non l'hanno voluto capire. Hanno considerato trenta grammi di erba come fosse venti volte tanto».

A distanza di mesi, Giovannino è ancora stupefatto: «Ero molto sicuro di me e coltivavo le mie piante, fuori di metafora, alla luce del sole. Forse sono stato ingenuo, ma ero sicuro che avrei potuto dimostrare di essere un consumatore e non uno spacciatore». Per comprendere le parole di Giovanni bisogna fare un passo indietro. Fin dal 1999 lui ed altri ragazzi dei centri sociali cosentini avevano creato «Maya», un progetto di riduzione del danno, «un naturale sviluppo della politica di aggregazione e sensibilizzazione portata avanti da sempre dai centri sociali autogestiti», racconta lui adesso.
Con uno scassatissimo furgone Wolkswagen verde, Giovannino e gli altri andavano nelle strade dell'eroina e dell'emarginazione a distribuire siringhe pulite, acqua distillata, profilattici e materiale informativo sulle sostanze. Le attività si erano poi sviluppate con un servizio di assistenza legale per i tossicodipendenti ed un osservatorio sul consumo di sostanze psicoattive, che cercava di spiegare ai consumatori gli effetti e i danni provocati da uso e abuso di questo e di quello, con una sezione sulle «nuove droghe», ormai di largo consumo.
In collaborazione con l'università della Calabria, Giovannino aveva condotto una ricerca sul consumo delle sostanze stupefacenti e sul suo rapporto con le culture e le abitudini giovanili. È, così, la persona più indicata a permettere di gettare uno sguardo sulla detenzione dei tossicodipendenti: ricercatore e carcerato allo stesso tempo.
Racconta: «Mi portarono subito alla sezione tossicodipendenti del carcere cosentino di via Popilia. Appena arrivato ero confuso e non avevo idea di cose fosse successo quella notte, di tutti gli altri miei compagni arrestati e delle mobilitazioni immediate in tutta Italia. Me lo dissero i miei compagni di cella durante l'ora d'aria». Poi, passato lo sconvolgimento delle prime ore di interrogatorio e della burocrazia carceraria, Giovannino inizia a guardarsi attorno: «La nostra sezione era composta da una ventina di celle, che contenevano da due a quattro persone ognuna, tra cui almeno una decina di migranti. Incontrai alcuni piccoli spacciatori che già avevo avuto occasione di conoscere. E molti tossicodipendenti. Li riempivano di pillole, senza nessun criterio. Peggio ancora per i migranti: non c'era nessun traduttore e la presenza del personale sanitario era quasi inesistente».
Dopo quattro giorni di carcere, arriva il colloquio con il Gip e la concessione degli arresti domiciliari, che dureranno più di un mese. «Fin dalle prime ore in questura - ricorda Giovannino - ho capito che l'accanimento contro i movimenti meridionali si stava sovrapponendo alla mia storia. Prima accennavo alla questione dell''olio', ma anche altre circostanze 'insolite' mi hanno penalizzato. Innanzitutto, il fatto che è difficile che chi è incensurato vada ai domiciliari subito dopo la custodia cautelare. E poi, le analisi in laboratorio delle sostanze che hanno trovato in casa erano piene di banali errori di calcolo e di imprecisioni. Ma soprattutto il fatto che, da subito, non hanno avuto dubbi e mi hanno accusato di spaccio, sostenendo che la divisione delle sostanze in vari contenitori indicava che erano 'pronte alla vendita».

Che a Cosenza ci sia una lunga storia di autoproduzione e di lotta alle narcomafie non è un mistero per nessuno, tantomeno per le forze dell'ordine. Basti ricordare che il locale gruppo di ultras della squadra cittadina, che intreccia profondamente la sinistra sociale, si chiama «Nuclei sconvolti» ed ha come simbolo una foglia di marijuana.
E poi le mobilitazioni: negli ultimi anni, un convegno di studi antiproibizionisti all'università della Calabria dal titolo «Calabria in fiore», e poi i «compagni zappatisti», che piantarono nel prato del tribunale due virgulti di canapa indiana.
«C'è una consapevolezza diffusa della necessità di coltivarsi la pianta per l'uso personale - spiega Giovannino - Ma ancora non è un'abitudine di massa, soprattutto al sud. E non solo per la repressione. Al nord è più facile che i giovani abitino in casa da soli. E poi, lassù conta molto la vicinanza con la Svizzera», dove da qualche anno una strana legislazione permette la vendita della canapa ma non la sua assunzione a scopo «ricreativo». Una singolare applicazione del pragmatismo calvinista: si comprano dei sacchetti di ottima marijuana ma si dichiara che servirà «a profumare gli ambienti».
E quindi si moltiplicano i viaggi oltre frontiera per comprare semi e farsi la piantagione nello sgabuzzino di casa. Oppure si attraversano vecchie strade frontaliere tra le Alpi con zaini ricolmi. Non è un caso, quindi, che le retate contro i movimenti, che poi si sono trasformate in un boomerang, abbiano finito per travolgere anche un fiero autoproduttore. Lo capì benissimo Giuliano Giuliani, che, durante le mobilitazioni contro gli arresti, fece un esplicito riferimento al caso di Giovannino: «Visti gli eventi - disse - penso si avvicini il momento in cui mi farò una canna, per la prima volta nella mia vita, insieme agli amici di Carlo».