22 maggio 2003
Ciarrapico chiude i rubinetti
di Lupa solitaria
Sembrerebbe una delle tante, malinconiche storie di depressione industriale, di fabbriche in crisi, di operai licenziati, di amarezze sociali.
E invece è qualcosa di più, molto di più.
Sarà perché quest'anno, questo fiammeggiante duemilatre, è stato dichiarato dall'Onu l'anno internazionale dell'acqua, o sarà forse perché tutto ciò che ha a che fare con limpidezze e trasparenze trasmette grandi suggestioni, sarà quel sarà, ma la triste storia della Fonte Appia rappresenta davvero un grande scandalo: sociale, economico, ambientale, urbanistico. Proviamo allora a raccontarla, questa storia. Partendo dalla coda, dal fatto cioè che qualche giorno fa lo stabilimento è stato ufficialmente chiuso e i lavoratori messi in mobilità.
Una vera e propria serrata, una vendetta padronale. Di uno dei personaggi più discussi e malmessi: Giuseppe Ciarrapico, forse il rappresentante più parametrico di quella schiera di imprenditori-speculatori che popola la nostra città e che spesso l'ha messa nei guai. In teoria non possiede più nulla, avendo un bel giorno dichiarato fallimento ed essendo tutto il suo patrimonio controllato e amministrato dalle banche, ma di fatto continua a imperversare e spadroneggiare. Al punto d'aver deciso di smantellare una delle sue tante proprietà: ha chiuso i rubinetti dell'acqua Appia e ha spedito a casa i trentacinque lavoratori che la raccoglievano e l'imbottigliavano. Lo stabilimento è uno dei giacimenti minerari storici di Roma. Si trova sulla piana a ridosso dei Colli Albani, esattamente all'angolo tra il raccordo anulare e la via Appia, in assoluta continuità con il grande bacino archeologico del Parco regionale dell'Appia antica. La falda da cui estrae l'acqua minerale proviene direttamente dalle stratificazioni vulcaniche che compongono il sistema montuoso dei castelli romani. E così la fonte, al centro di un suggestivo sistema naturale, finisce per diventare il nucleo di un ciclo produttivo, lo sbocco economico di un'attività industriale pregiata e sostenibile.
Ma dov'è che questo meccanismo si è fermato? Come al solito, sulla frontiera tra la rendita e il profitto. Per rientrare dai debiti fallimentari, la proprietà s'è fatta venire un'idea. Addio ad acque limpide e frizzanti, a bottiglie allegre e tintinnati; via libera a un bel centro commerciale. Moltiplicando in tal modo il valore di aree e capannoni e vendendo il tutto a prezzi stellari. Una classica manovra speculativa, una delle tante di cui è zeppa la storia della città.
Tutto era stato predisposto, variazioni di funzione in sanatoria, concessioni edilizie, progetti, contratti di vendita, accordi sindacali. Serviva solo un ultimo passaggio: l'autorizzazione comunale all'attività commerciale. Ma proprio qui il processo si è interrotto. Il X Municipio prima, il Comune di Roma dopo hanno detto no, non si può fare: l'acqua Appia non va dispersa, anzi rilanciata nel mercato. Come si può intuire, il disappunto è stato grande nell'affollata platea di piccoli e grandi speculatori, tra venditori e compratori, progettisti e affaristi vari. Gli unici contenti sono stati i lavoratori, sollevati dal rischio di essere riciclati come commessi e facchini.
Ma purtroppo, dopo quella decisione comunale, circa due anni fa, nulla è più accaduto. L'attività industriale si è ulteriormente indebolita, nessuno, men che meno i proprietari, ha provato a rilanciare la produzione, ed è finita come stiamo vedendo.
Eppure una possibilità concreta per risanare e riattivare la fonte ci sarebbe: creare intorno all'attività estrattiva, anzi proprio esaltando il suo connotato naturale, un parco- benessere, con piscine e palestre, sale per terapie e massaggi, servizi idro-termali, servizi di accoglienza, intrattenimento, ristorazione e tutta la filiera necessaria per comporre un grande centro salute. Siamo sicuri che una cosa così funzionerebbe, e anche parecchio. Peccato che a Roma il sistema delle imprese continui a essere pigro e opaco, capace di eccitarsi solo al profumo della calce e al suono delle betoniere.