3 aprile 2003
CARBONVECCHIO
di Paolo degli Espinosa*Il Lazio è una regione molto particolare anche da un punto di vista energetico, in quanto contrassegnata da un gigante dei consumi civili, Roma, e da due giganti della produzione elettrica, Montalto di Castro e Civitavecchia. Montalto, nei piani degli anni ottanta, doveva essere una centrale nucleare, ma fu bloccata dal disastro di Cernobyl e trasformata in centrale a olio e gas.
Civitavecchia, invece, ha quattro grandi impianti a petrolio, che secondo i piani dell'Enel dovrebbero essere trasformati a carbone. Per evitare di ragionare in astratto, prendiamo subito in considerazione la strategia dell'Enel, come è stata illustrata in una intera pagina, pubblicata a pagamento da alcuni quotidiani.
La illustrazione parte dal costo dell'energia elettrica, che in Italia, secondo l'Enea è maggiore del 23 per cento. Non resta altro da fare che ricorrere al carbone, "una fonte a basso costo, largamente disponibile, che ci permette di ridurre la dipendenza dagli idrocarburi e che può essere impiegata con tecnologie efficaci per ridurre l'inquinamento", tanto che "il carbone inquina meno che il petrolio". Stando così le cose, l 'Enel a Civitavecchia propone di sostituire l'olio, considerato costoso e inquinante, con il carbone, che viene dichiarato economico e tecnologicamente aggiornato.
Tuttavia ci si dimentica dei consumatori e non si parla né di andamento dei consumi né di efficienza elettrica.
Invece sarebbe meglio occuparsi prima di tutto dell'utenza di Roma, del Lazio e dell'Italia e dell'efficienza sul lato consumi. Cambiando la lavatrice, il frigorifero e le lampadine è possibile dimezzare la domanda di energia elettrica, riducendo la bolletta.
Sul piano ambientale sarebbero così dimezzate anche le relative emissioni, con ulteriori vantaggi di minore dipendenza e minori pagamenti per l'importazione. Conviene quindi sviluppare l' intervento dal lato della domanda,che dall' Enel non viene considerato, prima di confrontare le sue posizioni sull'offerta con altre possibili impostazioni.
Guardiamo i dati: nel 1990 l'Italia consumava 235 miliardi di kilowatt all'ora [Kwh], con aumento a 298 nel 2000: l'aumento nel corso dell'ultimo decennio è stato quindi del 27 per cento. Se questo aumento dovesse ripetersi nel decennio in corso, nonostante la crisi, si arriverebbe a 380 miliardi di Kwh: un valore considerevolmente minore dei 400 miliardi previsti dall'Enel. E' necessario intervenire sull'efficienza, sugli elettrodomestici, sui consumi industriali, sull' isolamento degli edifici, anche a favore dell'architettura bioclimatica, sull'eliminazione degli sconti tariffari alle industrie grandi consumatrici, come quelle dell'acciaio e dell'alluminio. Si risparmierebbero così 66 miliardi di KwhPiù risparmio, meno carbone
L'Enel, insomma, che provvede al 50 per cento del mercato elettrico nazionale, non si occupa dell'efficienza dei consumi, mentre agli utenti bisognerebbe offrire nuovi servizi, come il miglioramento degli elettrodomestici e della diminuzione dei costi: è l'unico modo per superare il divario di interessi tra le imprese elettriche e gli interessi dei cittadini. Inoltre, anche le industrie consumatrici di energia elettrica attraverso l'aggiornamento dei propri processi produttivi conseguirebbero un risparmio sulla spesa elettrica maggiore di quello che potrebbero attendersi dalle "bollette a carbone".
Questa strategia premetterebbe una situazione del tipo "vincono tutti",perché il "Kwh evitato", grazie agli aumenti di efficienza, costa circa 50 lire, meno di un Kwh prodotto in qualsiasi modo da una centrale. Gli aumenti dei servizi, inoltre, produrrebbero posti di lavoro, in un quadro di sviluppo sostenibile.
Ma è giusto oltre che della domanda degli utenti, dell'offerta. Tutti sonod'accordo sulla necessità di attribuire un peso crescente alle fonti rinnovabili, soprattutto all'eolico. Secondo le valutazioni della Sinistra ecologista nel 2010 si potranno ottenere circa 22 miliardi di Kwh, di cui metà dall'eolico e il resto da numerose componenti, tra cui biomasse e fotovoltaico.
Bisogna tenere conto anche del ruolo di transizione del gas, che, rispetto al petrolio, è meno concentrato in termini geo-politici e presenta, sempre rispetto al petrolio, migliori prospettive di disponibilità, consumo e trasporto. Le ragioni ambientali, , riferite al clima, sono tutte a favore del gas. Sul piano delle strategie industriali, poi, il gas offre una impiantistica molto più duttile nelle dimensioni e nelle tipologie, rispetto alle esigenze del territorio e si presta bene, anche grazie alla rete già disponibile, per soluzioni cogenerative, cioè con produzione di energia elettrica e calore, con ulteriori vantaggi in termini di efficienza energetica e di ambiente.
L'Enel non vuole scostarsi, dalle sue tradizionali ma non condivisibili abitudini : puntare sull'aumento dell'offerta e sulle grandi centrali. Siamo così arrivati a chiudere il circolo, rispetto al problema della riconversione delle centrali di Civitavecchia: perché concentrare gli investimenti su queste forme industriali obsolete, invece di puntare sull'impiantistica leggera, decisamente più compatibile con l'ambiente ed il territorio? Non è un problema di profitti, ma della direzione industriale in cui cercarli. Invece appare sempre più evidente che la strategia d'impresa dell'Enel non coincide con quella necessaria allo sviluppo dell'economia italiana.
Il ruolo del gas naturale, in proposito, è fuori discussione, ma anche il carbone è destinato a mantenere importanza. Dal punto di vista geo-politico, è giusto operare per lo sganciamento del paese dal petrolio. Anche l'Enel lo pensa, ma ci obbliga ad un'ultima domanda: bisogna " allinearsi al resto del mondo", che da decenni consuma carbone, oppure bisogna conquistarsi un buon posto nelle soluzioni del futuro, in accordo con l'ambiente?* responsabile energia della Sinistra, ecologista