25 novembre 2004
Roma. L’architetto e l’angelo detenuto
di Antonello Sotgia
Qualche anno fa mi è capitato di partecipare a una riunione con il responsabile delle librerie Feltrinelli che era stato chiamato dai compagni del manifesto per sondare il suo interessamento a partecipare al salvataggio economico della Libreria internazionale del manifesto. Un generosissimo tentativo, da parte del collettivo del giornale, di ampliare, oltre il quotidiano, il sistema di comunicazione sociale promuovendo la realizzazione di una libreria, di cui avevo curato la progettazione, posta al piano terra della redazione di via Tomacelli. Ho appreso, allora, che le librerie, per produrre utile, debbono avere almeno mille metri quadri di superficie di vendita. Condizione insopportabile per quella generosa esperienza [da lì a poco costretta a chiudere] e per molti altri punti vendita strangolati da megastore sempre più simili a supermercati dove pile di libri convivono con dvd, calendari, cd, agende in un effetto suq più che biblioteca, in cui è difficile orientarsi.
Da allora, pensando alla dismissione di quella libreria, quasi come risarcimento, nei miei acquisti scelgo postazioni di vendita che resistono alla grande distribuzione. Con una predilezione per i testi inseriti nel circuito «di strada» dei venditori di Terre di mezzo. Libri di piccoli editori, a volte addirittura autoprodotti, capaci di trasformarsi in autentici motori di emozioni. È il caso del recentissimo «L’architetto e l’angelo detenuto» di Giuseppe Lecconi [editori Bondecchi e Vivaldi] dedicato al lavoro incessante sulle città dell’architetto toscano Giovanni Michelucci. Un lavoro che Alex Zanotelli, che firma la prefazione del volume, riesce a farci conoscere in poche righe. Comprendendo come quell’instancabile costruttore di brani significativi della città moderna italiana e di punti singolari del territorio abbia lavorato interrogandosi su chi fosse se stesso e di come abbia trovato la risposta riconoscendosi «nelle persone che s’incontrano nella vita». Michelucci ha sempre pensato che la città fosse prima da abitare, poi da costruire. Fondamentale – ricorda nei suoi scritti- riuscire a catturare e farsi catturare dal suo senso. Sforzarsi, per esempio, di comprendere come «le forme e i colori dei monumenti e soprattutto dalla zebratura del Battistero [siamo a Pistoia] acquistano un carattere particolare, quasi riassumendo tutta la felicità al loro intorno».
Un’attenzione al quotidiano anche per sognare – nel progetto della ricostruzione del centro di Firenze distrutta dalle mine naziste- muri che sul Lungarno «non respingano, ma si muovano per farsi nicchia o conchiglia agli uomini in sosta a prendere il sole». Un’attenzione che presto si trasformerà in denuncia di chi vuole ricostruire una Firenze con facciate posticce a nascondere spazi abitativi disegnati dalla speculazione. A lasciare la facoltà di architettura a fronte della deriva professionale da questa intrapresa. A rinunciare a progettare il palazzo di Giustizia in quanto «il problema è predisporre spazi adatti a conoscere, non a temere la giustizia». Michelucci seppe essere amico di don Milani,esaltandone il suo insegnamento pedagogico in architetture capaci di far scoprire – come nella scuola di Pistoia- a un giovanissimo studente, «la sensazione di un profondo amore per la libertà: di movimento, di relazioni; di pensieri e di parola». Da un venditore di libri di strada ho scoperto che quello che conoscevo come grande vecchio dell’architettura italiana era in realtà un nostro compagno di strada.