2 dicembre 2004
Lucca. Acque a perdere
di Giulio Sensi
Mancavano solo Lucca e dintorni, ma ora il puzzle è completo: la gestione dell’acqua della Toscana è in gran parte affidata a privati. Lucca e dintorni corrispondono al cosiddetto Ato 1 [l’Ambito territoriale ottimale, il gestore unico del servizio idrico istituito dalla legge Galli] che comprende Lucca, Mediavalle, la Garfagnana, la Versilia e la provincia di Massa Carrara. I consigli comunali di questi territori sono stati chiamati ad approvare lo Statuto della nuova società di gestione che prevede, nella forma attuale, l’obbligo di entrata entro un anno [e per i prossimi 25 anni] del privato in una quota compresa fra il 40 e il 49 per cento, con gara internazionale. Un anno fa, si rischiò che la gestione venisse affidata al cento per cento a qualche multinazionale, ma i sindaci fecero marcia indietro. «Oggi – denunciano i movimenti – si vorrebbe fare rientrare dalla finestra chi era uscito dalla porta». La finestra si chiama Gaia [Gestione aziende idriche altotirreniche] ed è un boccone che fa gola a molti, in un territorio ricco di sorgenti e fiumi, e dove gran parte delle risorse di acqua, il 58 per cento del totale, viene usato a scopi industriali [il 50 per cento per la fabbricazione della carta, il 15 per cento per prodotti chimici, il 7 per cento nelle cave]. Anche dalle parti di Lucca, più dei due terzi delle quote delle municipalizzate [di cui già facevano parte privati] che hanno gestito l’ acqua fino ad ora verranno comprate dalle multinazionali su gara internazionale: le municipalizzate saranno sostituite, in forza della legge regionale, da Gaia. Vale a dire che privati ed enti pubblici saranno spazzati via dalla nuova società. Si annunciano, quindi, richieste di risarcimenti danni record.
Il comune di Lucca [governato dal centrodestra] non ha ancora deliberato l’ entrata nel gestore unico: il motivo ufficiale è che il suo peso, nella futura società, risulta molto sottostimato. Lucca avrà il 15,33 per cento delle azioni, anche se il suo contributo sarà del 20 per cento in termini di fatturato e del 37 per cento per l’acqua erogata. Ma sullo sfondo c’è la grossa partita che si gioca per la società lucchese Geal, mista con la maggioranza delle azioni di proprietà del comune e con la partecipazione di due importanti privati, nata con la privatizzazione «dolce» voluta dall’ultima amministrazione di centrosinistra, nel luglio del 1998. Allora Geal cedette il 48 per cento delle azioni a Crea spa [28,2 per cento] e a Compagnie Generale des Eaux [oggi Vivendi, con il 19,8 per cento]. È stato il primo ingresso dei privati nella gestione del servizio idrico, con clausole contrattuali particolarmente vantaggiose. Alle quali Geal, con Crea e Vivendi, non vogliono rinunciare: infatti hanno annunciato un ricorso, che, se venisse accolto, sarebbe oneroso. Ma il mercato sa difendersi: e a pagare, nel caso, sarà Gaia, che nel suo primo anno di vita, per legge, sarà pubblica al cento per cento. Giusto il tempo che ci vuole a pagare i debiti e altre eventuali «pendenze».
Basterà aumentare le tariffe? Il Tavolo toscano sull’acqua e numerosi comitati e coordinamenti [con partiti, associazioni, sindacati] denunciano la situazione e chiedono che la privatizzazione si fermi, e che le decisioni sull’acqua escano dai consigli di amministrazione e tornino nei luoghi della democrazia, con la partecipazione dei cittadini. In altre zone della Toscana, gli aumenti delle tariffe hanno superato anche il cento per cento. A perderci non sono solo le tasche dei lucchesi, ma anche l’ambiente [i privati non hanno interesse a limitare i consumi di acqua] e molti posti di lavoro. I movimenti denunciano anche i rischi per i piccoli comuni, che, oltre a non avere peso nell’assemblea dei sindaci dell’Ato 1, dal momento che valgono pochi voti rispetto ai «grandi» come Massa, Viareggio e Lucca, si troveranno danneggiati dalla nuova politica aziendale. «Servire i piccoli comuni – spiega Massimo Graziani, Rsu dell’Amia, l’azienda di Massa Carrara – magari con tante piccole frazioni, necessita di costi molto alti per assicurare le condotte. Verranno privilegiati grossi investimenti nelle zone più abitate, per avere un maggiore ritorno economico. Non si capisce perché molti amministratori di piccoli comuni siano favorevoli alla privatizzazione, che è contraria ai loro stessi interessi e a quelli dei cittadini». Aggiunge Monica Sgherri, del Tavolo toscano sull’acqua: «Dove è già entrato il privato in Toscana, la situazione non è migliorata, ma peggiorata. Gli investimenti previsti non sono avvenuti. Ad esempio l’Acea sta entrando a Siena e ha già contestato il piano industriale. Per entrare ha già ottenuto il rincaro delle tariffe, e offre un servizio identico.
L’Ato 1 è l’ultimo atto, e ci troviamo di fronte al rischio che per venticinque anni il privato detti legge per ottenere la remunerazione del proprio capitale. Stiamo cercando di far cambiare la legge regionale nel punto in cui prevede l’entrata del privato almeno al 40 per cento. Questa legge impedisce le possibilità di riscatto del pubblico dove il privato già c’è. La proposta prevede anche il dimezzamento, entro dieci anni, dei prelievi, il ritorno dell’obbligo di parere dei consigli comunali sull’approvazione dei piani d’ambito e sulle tariffe, la partecipazione diretta dei cittadini attraverso comitati d’ambito o parlamenti locali, portatori di interessi generali». I movimenti di tutta la Toscana hanno approvato poche settimane fa una dichiarazione in cui chiedono la cancellazione del privato dallo statuto della nuova società. «Non siamo rassicurati – hanno scritto - da una società per azioni al 51 per cento pubblica.
Anche in una Spa a maggioranza pubblica l’acqua è una merce, e lo scopo finale è il profitto. Come si fanno gli utili sull’acqua? Vendendo il più possibile e quindi aumentando i consumi, riducendo il costo del lavoro sia in termini di numero di occupati che di remunerazione e aumentando le tariffe attraverso il gioco delle revisioni del piano d’ambito». La partita, a Lucca, non si gioca però su queste frequenze. Anche il centrosinistra locale è impegnato su altri piani, molto meno «nobili»: per esempio, mettere le mani sugli assetti di potere della nuova società, che avrebbe la presidenza in area centrodestra e la vicepresidenza in area centrosinistra.