3 maggio 2003
Un 25 aprile dopo l'altro
di Valerio Marchi
Da bambino, con mio nonno partigiano. Le adoravo tutte quelle bandiere rosse. I tricolori dell'Anpi tintinnanti di medaglie, la fierezza di quegli uomini ai miei occhi già anziani e invece ancora nel pieno delle forze, donne e uomini che appena venti anni prima avevano impugnato le armi per voglia di libertà. Mai sarei mancato ad un 25 aprile a Porta San Paolo, aggrappato alla mano di un nonno che sembrava salutare e conoscere tutti, lui, ultimo segretario socialista del Trionfale prima del fascismo e medaglia di bronzo alla Resistenza.
Una decina d'anni dopo andavamo ancora insieme, a Porta San Paolo, ma giunti in piazza ci separavamo: lui con gli altri terribili vecchietti [estremisti? Loro? Naaaahh] io con gli altri giovani, a borbottare sulla narcosi retorica e sui guasti che stava provocando, su una resistenza tradita che da quelle celebrazioni stentava a rivelarsi. Poi guardavamo sfilare quei vecchietti e, nonostante tutti i nostri roboanti progetti politici, una vocetta da cinebrivido ci bisbigliava dentro che le loro palle, se mi si consente la volgata, noi non le avremmo mai avute.
Ormai sono tanti anni che non vado più a Porta San Paolo, la mattina del 25 aprile. Che non mi godo il corteo, che non mi stringo agli ultimi vecchietti che ci restano. E come a me succede a un altro pò di compagni, non molti, più o meno sempre gli stessi, quelle facce che anno dopo anno, di 25 aprile in 28 ottobre, hanno deciso di onorare la Resistenza impedendo che proprio in queste date i fascisti penetrino in un quartiere martire quale San Lorenzo.
La vicenda è molto semplice: due volte l¹anno, appunto il 25 aprile e il 28 ottobre, i fascisti organizzano un micro-corteo che da piazzale delle Province si muove verso il Verano per recarsi a rendere onore ai propri morti. Nessuno può vietare a nessuno di onorare i propri caduti, credo, ma in questo caso si scorge un evidente calcolo politico: ovvero riuscire a sfilare coi propri gagliardetti sul suolo di un quartiere che li ha sempre visti umiliati e sconfitti. L'intento non è quello di entrare nel Verano, come logica presupporrebbe, dalla porta più vicina e diretta, quella sulla Tiburtina, ma da quella pienamente sanlorenzina del grande piazzale omonimo.
Roba da poco? Non per tutti. Per chi non lo sapesse, la San Lorenzo antifascista si tiene stretta la propria fierezza di aver respinto, quel 28 ottobre di sempre pochi anni fa, le colonne delle camicie nere, e non ha alcuna intenzione di venirsi a far tirare le lenzuola, la notte in sogno, dai propri terribili vecchietti. Gente come il comandante partigiano Orfeo Mucci, per intenderci.
Così, da più di dieci anni, due volte l'anno, si svolge un presidio antifascista, in cui di solito le forze in campo sono venticinque microscopiche formiche nere che se vedo bene sono loro, sì, i fascisti, la solita settantina di noialtri con bandiere rosse e fiori per i partigiani, se a lor signori non disturba troppo, e i tremila celerini e carabinieri di prammatica. E si sa come vanno queste faccende: a volte bene, altre male, altre ancora malissimo, qualcuna benissimo.
Io, che ormai c'ho 'na certa, non è che contribuisco più di tanto al tutto, ma alla fine sto lì con gli altri perché sono anch'io convinto che un mazzo di fiori i partigiani se lo meritino, soprattutto il 25 aprile e il 28 ottobre.
Certo, se proprio me lo chiedete o meglio ce lo chiedete vi rispondiamo che sì, un pò incazzati siamo. Perché crediamo che la memoria sia un bene collettivo, e che mantenere vivo non il ricordo ma il senso di tutto ciò che San Lorenzo nei suoi ottanta anni di storia ha rappresentato per la cultura operaia di Roma non debba riguardare soltanto noi "fedeli alla tribù".
Così, per il nervoso, invariabilmente ogni anno uno si ritrova a dire Eh no cazzo, 'sta volta me prendo una bella bandiera e me ne vado a Porta San Paolo. Corteo, Bella ciao, belle facce antiche. Mica poco, di questi tempi. Poi pian pianino la data s'avvicina e ti sale come 'na smania, un nervoso quando ci si incrocia con le solite facce inizia una strana mimica, una serie di sguardi e di mosse e tic e ammiccamenti che in sostanza significa eccoci, anche quest'anno ci siamo!
Da parte mia, però, ormai ho deciso. E stavolta sul serio. Mi sono disinteressato dell¹intera faccenda. Ho rifiutato addirittura gli ammiccamenti. Io me ne vado a Porta San Paolo, è fatta. Ho già preparato le bandiera. Il fazzoletto della Bgt Garibaldi di mio nonno, no. No perché mi è stato come dire "requisito" circa tre decenni fa dalle forze dell¹ordine nel corso di una manifestazione non autorizzata sotto l'ambasciata greca di piazza Verdi. Ma d'altra parte, viene anche da chiedermi, senza nemmeno il fazzoletto che ci vado a fare a Porta San Paolo? A farmi sul serio tirare le lenzuola da mio nonno?a Roberto